INTERVIEW: Swelto

Nome: Pier Dario
In arte: Swelto
Cognome: Mancini
Età: classe 1985
Nazionalità: Italo-Tedesco
Album pubblicati: Solisti: Overdose (2017), Equilibrio Emozionale (2015), Rotta decollo (2012), Bluff Ep (2009)
Periodo di attività: dal 2001
Genere musicale: Rap
Piattaforme: Youtube, Spotify, Itunes, Google Play, Deezer, ecc.

Ciao Swelto, è da parecchio tempo che ti ascoltiamo e ci siamo sempre chiesti … ma chi è veramente Swelto?

Sono Pier Dario Mancini, in arte Swelto, classe 1985. Il nome d’arte è nato l’estate in cui ho lavorato in un bazar. Avevo appena finito le scuole medie e il mio capo mi diceva sempre che ero il più svelto di tutti. E io che neanche rappavo ero in realtà attratto dalla figura del Dj e pensavo che Dj Swelto ai piatti era totale. Comunque non l’ho mai rivisto il mio capo e non sa che quel soprannome me lo sono portato dietro nella musica.

Come ti sei avvicinato al mondo della musica?

Ho sempre sognato di fare musica in realtà. Da bambino ho preso lezioni di pianoforte per 8 anni, ci ho messo un po’ per capire quale fosse la mia strada. Poi mio cugino (Sailor Danny, che mi cura le grafiche oggi) mi ha passato un paio di cassette e sono rimasto folgorato. Ho iniziato per emulazione, nel 2001, da solo. Su internet non c’era nulla, figuriamoci il Rap italiano che non andava assolutamente di moda, anzi. Erano altri tempi ed era più difficile, a fare qualcosa ci provava solo chi aveva la vocazione, come me. Ho imparato il 95% delle cose da solo, per esigenza e perché volevo impararle, e ci ho messo tanto, tantissimo tempo perché avevo pochi mezzi e zero maestri. Fino al 2007-2008 ero molto acerbo e non mi vergogno a dirlo.

Quali sono state le tue maggiori influenze? 

Io il Rap italiano l’ho ascoltato tutto. Ho sempre cercato di sviluppare un mio stile personale, diverso da quello degli altri, però indubbiamente ci sono dischi che mi hanno influenzato, più di tutti Turbe Giovanili, che è in assoluto il mio album preferito.

Quando hai capito “adesso è il mio momento, devo percorrere la strada della musica”?

In realtà abbastanza presto. Dicono che quando sei innamorato di una donna pensi a lei almeno due-tre ore al giorno nell’arco della giornata. Io posso dirvi che negli ultimi 20 anni ho amato la musica, ogni giorno

Come sei riuscito a far coesistere e migliorare la produzione e scrittura dei brani?

Con la pratica. E sbagliando. L’ho fatto per necessità all’inizio, ma poi non sono più riuscito a separare le due cose, anzi le alimentavo a vicenda, miglioravo di pari passo. All’inizio tutti mi dicevano che dovevo scegliere tra beatmaking o rapping perché bisognava concentrarsi solo su una cosa per poterla fare bene. Così, mentre continuavo ad autoprodurmi canzoni, sono andato a Milano a studiare comunicazione musicale e fonia. Poi ho iniziato ad addentrarmi nel mondo delle visual. Diciamo che per come la vivo io, devo poter avere il 100% di controllo su quello che sto facendo (dal testo alla base, passando per il mix e chiudendo con le visual), solo così riesco ad esprimermi in toto. E poi mi piace essere indipendente, non voglio chiedere aiuto a nessuno, voglio imparare più cose possibili.

Ascoltando e vedendo i tuoi album, spesso abbiamo avuto la percezione che la copertina rappresentasse in gran parte il tuo viaggio nella musica. Ti occupi anche del lato grafico?

L’ho fatto con Bluff e con Rotta Decollo, sempre per necessità. Le copertine di Overdose, Equilibrio Emozionale e dei MoonLoverz le ha curate Sailor Danny, che sa fare la differenza. Lui è un talento, uno di quelli che ha una dote, e poi ha uno stile suo, riconoscibile. Andatevi a vedere i suoi lavori su Instagram che ve lo fanno capire meglio.

Pensiamo che la parola “sperimentazione” faccia parte di te o almeno è l’effetto che ho avuto ascoltando Overdose. Credi che sia uno dei tuoi punti di forza?

Sicuramente amo addentrarmi in territori inesplorati, cerco però di rendere il tutto musicale. Non so se sia un punto di forza o meno, io lascio andare la creatività e, una volta che le canzoni piacciono a me, decido di farle uscire, poi però mi fermo! Non ho idea di quello che succede dopo, di come mi vede il pubblico e di cosa pensa della mia musica, so che gli ultimi tre lavori (Overdose, Equilibrio Emozionale e MoonLoverz) a me piacciono veramente tanto. E so che da qualche parte c’è gente con i gusti simili ai miei, però non so quali siano i miei punti di forza. È un discorso interessante. Ecco, posso dire che l’autocritica continua mi ha aiutato a crescere artisticamente.

Che ne pensi della nuova scena musicale?

Generalizzando, il livello del Rap si è alzato rispetto a 10 anni fa. Un sacco di nuove leve sono tecnicamente forti con il Rap e lo riconosco senza problemi. Detto questo, non amo mettere la faccia prima della musica, la ridicolizzazione nei social, il ruolo enorme che ha l’immagine nella musica. Non amo i personaggi, gli abiti firmati, i soldi e i valori che molti ragazzini spingono, anche giocosamente, anzi petalosamente. Io sono aperto a sonorità nuove, però sono uno di quelli che ha iniziato a fare Rap perché odiava le canzoni dell’estate, odiava le masse e si sentiva diverso da tutti. La Trap da un punto di vista di produzioni in alcuni casi è anche molto figa, personalmente l’autotune sulle strofe Rap non lo reggo quasi mai, ma i gusti son gusti ed anche le mode sono mode. È facile fare il rapper fino a quando il Rap ti aiuta a scopare, ti fa fare soldi e live in giro. Ora con la moda tutti fanno Rap, ma quanti provano quella fitta allo stomaco che provo io quando lo ascolto? In quanti lo amano? E quanti lo farebbero anche se questa musica non andasse di moda? Guardati intorno e ti rispondi da solo, il 90%. Questo non mi piace e mi impedisce di ascoltare artisti che superano quella linea sottile tra credibile e ridicolo.

Ci parli del progetto MoonLoverz? Come nasce un brano dei Moonloverz? 

Abbiamo già scritto molto su altre interviste a riguardo. Generalmente io e Azure facciamo sentire delle bozze di beats e qualcuno recca un provino. Poi da lì arrivano le idee vere. Per dire, “allo specchio” non aveva l’idea del trick. Lì ha iniziato a scrivere Soulcè e poi ElDomino ha avuto la genialata del trick. Poi sono partito io e per ultimo Azure ha dato un senso al tutto col suo magnifico ritornello. Consigli ce ne diamo solo in rari casi, quando siamo indecisi. Siamo tutti e quattro molto autocritici e se qualcosa di nostro non lo riteniamo valido ce ne accorgiamo presto e modifichiamo. Le canzoni hanno una gestazione molto lunga perché i livelli di perfezionismo sono altissimi, puntiamo tutto sulla qualità e facciamo mille versioni prima di capire quale sia quella giusta. E quando arrivano i quattro sì: fumata bianca, Habemus MoonLoverz.

Quali sono i tuoi progetti/obiettivi per il futuro?

Il mio obiettivo è vivere facendo quello che amo. Il mio progetto è più concreto di quello che si pensi. Si chiama Downshifting ed è una vera e propria filosofia di vita. Da molti anni lavoro full time 40 ore a settimana e sono stanco di barattare il mio tempo per il denaro. Mi sto organizzando, sto mettendo soldi da parte per lavorare il meno possibile in futuro, sono disposto a condurre una vita modesta, sono disposto anche a rinunciare ad un progetto di vita con una donna se necessario, ma voglio passare le giornate lontano dai posti di lavoro, voglio passare le giornate facendo quello che mi piace. Voglio vivere facendo quello che mi piace e che mi appassiona da una vita.

Qual è l’artista con cui sogni di collaborare?

Fabri Fibra. Ma sua una base come dico io.

Hai prodotto quasi interamente il primo progetto di Pathos, com’è nato questo feeling tra voi due?

Hai presente la serie tv “Dark”? Ecco, in un certo senso, io sento di essere Pathos, mi rivedo nei suoi viaggi mentali, mi ricordano i miei pensieri di 11 anni fa. Ci siamo conosciuti perché lui gestiva un canale di testi su YouTube e aveva messo il testo di una canzone mia e di Claver. Io l’ho semplicemente ringraziato con una mail, poi mi ha scritto su Facebook e ho capito subito che c’era una certa sintonia. Ma lui ancora neanche faceva Rap. Ha iniziato mesi dopo. E cavolo il suo primo pezzo, quello su YouTube, è veramente il suo primo pezzo. È bravo, l’ho capito subito e ho voluto curargli la parte audio, ho voluto fargli fare un disco, gli ho dato una mano, se lo è meritato. È stato molto stimolante e sono soddisfattissimo del lavoro, avrei voluto farlo io un primo disco così figo. Ha ancora tante cose da raccontare ed è in continua ricerca del suo io artistico, ma mi aspetto grandissime cose da lui.

Ascoltando i featuring che hanno caratterizzato i tuoi album, abbiamo subito pensato che solo determinati artisti si incastrano perfettamente con la tua arte, nel senso che cerchi una scrittura e doti altrui che siano molto simili alle tue. Prima di pensare ad un feat., consideri tutte queste circostanze?

Sì, le considero queste cose. Nei dischi miei soprattutto, cerco di collaborare con artisti con cui sento di avere un’affinità artistica.

C’è un brano a cui sei particolarmente legato?

La ragazza di Monaco. Per motivi molto personali. Quella canzone mi commuove ancora oggi, a dire il vero. E poi in quel video ci sono io, trentenne da poche ore. E mia madre ne aveva 60, abbiamo 30 anni di differenza. È un cerchio che si chiude.

Cosa vorresti dire ai nostri lettori?

Ascoltate la musica che vi piace e parlate della musica che vi piace. Ignorate la musica che non vi piace, perché ogni volta che ne parlate la diffondete. Rispettate i gusti degli altri, lavorate su voi stessi come persone. Fatevi domande, ma senza andare troppo in paranoia, o almeno provateci.

(Swelto per Siloud)

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