InTheMovie: Fenomenologia di Alessandro Borghi

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Abbiamo scoperto Lorenzo e il suo blog quando eravamo alla ricerca di grandi penne che ci parlassero di Cinema e Film: non potevamo trovare di meglio! Ironico, pungente, sempre sul pezzo, ci terrà compagnia con i suoi articoli. Non perdertelo!

Fenomenologia di Alessandro Borghi

È l’attore del momento, Alessandro Borghi. La sua è un’ascesa inarrestabile, coronata dal ruolo che forse vale una vita: quello di Stefano Cucchi, il povero trentenne romano morto, mentre si trovava nel regime di custodia cautelare, in seguito alle percosse subite dai poliziotti e alle cattive cure ricevute dal personale medico. Non ci interessa ora parlare del film che ne rievoca la vicenda, cioè Sulla mia pelle di Alessio Cremonini, di cui tanto si parla per le furenti reazioni dei sindacati di polizia sia per il singolare sistema distributivo condiviso tra Netflix ed alcune sale cinematografiche (nel caso, trovate una recensione qui: https://lorenzociofani.wordpress.com/2018/08/29/venezia-75-recensione-sulla-mia-pelle/ ). Ci interessa di più ragionare sul fenomeno Borghi.

Da una parte, si tratta del caso più recente di divismo nazionale. Un po’ per pigrizia e un po’ per strategia, produttori e registi tendono ciclicamente a puntare su un attore, usandolo fino alla sovraesposizione anche quando non sarebbe del tutto indispensabile: abbiamo, così, avuto le stagioni di Stefano Accorsi (che solo negli ultimi tempi ha ritrovato un certo riscontro, dopo 1992 e Veloce come il vento), Silvio Muccino, Riccardo Scamarcio, Elio Germano, Luca Marinelli (specie questi ultimi autentici antidivi, al contrario degli altri tre)… E le attrici? Fenomeno ancora più complesso, perché caratterizzato da una centralità ancor più effimera o assorbita dalla fiction televisiva.

Dall’altra, è interessante notare che Borghi appartiene ad una generazione che si è affermata in un sistema più ampio e crossmediale, proponendosi quale nuova icona di un cinema desideroso di affacciarsi a nuovi scenari multimediali. In questo senso, la versione femminile di Borghi è Miriam Leone: benché gli esempi siano molteplici, sono probabilmente gli unici ad aver raggiunto un raro equilibrio tra attenzione della critica e riconoscibilità da parte del pubblico, oculate scelte professionali ed abilissima amministrazione del proprio status. Per essere più precisi, possiamo individuare alcuni fattori che determinano il successo del trentaduenne attore romano.

Il primo è il profilo (plausibilmente autogestito) su Instagram, in cui ai suoi oltre centosettantamila followers – ma il numero è in rapido aumento – sottopone intensi o ironici primi piani e pillole di vita quotidiana, momenti di relax e promozioni dei marchi dei quali è testimonial. È un profilo molto istruttivo, perché rappresenta un’intelligente autopromozione del giovane divo, consapevole di essere il fortunato esponente di un carente star system e di non dimenticare mai il contatto con il pubblico, il ragazzo che ce l’ha fatta e il modello glamour di famose maison.

Il secondo fattore si collega a quest’ultimo aspetto ed è l’innamoramento della pubblicistica italiana, che lo vuole protagonista onnipresente di servizi, campagne pubblicitarie, interviste a cuore aperto. Non l’abbiamo rilevato finora, ma è evidente che Borghi sia bellissimo. Il suo fascino risiede anche nella diversità estetica dei ruoli finora interpretati al cinema. A scorrere rapidamente la sua decina di film, emerge una tendenza a non rappresentarsi mai allo stesso modo. Questa inafferrabilità felina lo rende un irresistibile oggetto del desiderio: e – specialmente quando è stato madrino della Mostra di Venezia nel 2017 – Gucci ne esalta, appunto, questo sfuggente incasellamento, cosciente della nonchalance con cui l’attore indossa tanto eccentrici completi quanto magliette con le stampe. Per non parlare dei capelli, non di rado arricchiti di extensions che ne incorniciano il volto barbuto.

A questa dimensione si allaccia il terzo fattore, che è un video: quello di Questa nostra stupida canzone d’amore dei Thegiornalisti. Non tutti ricordano che il film della gloria di Borghi, il memorabile Non essere cattivo, fu sostanzialmente ignorato dal pubblico. I successi al botteghino non sono direttamente riferibili alla sua presenza: sia Suburra che The Place sono opere corali che hanno incassato meno del previsto. Forse è Napoli velata il suo primo vero alloro, mentre con Fortunata ha guadagnato un Nastro d’Argento come miglior attore non protagonista. Non avendo avuto una gavetta televisiva di primo piano, il suo nome è più una promessa per il futuro che una realtà per il presente. Eppure è proprio con quel video (https://www.youtube.com/watch?v=0HUkv6jgerA) che la sua stella è esplosa: e nell’assurdo dialogo con Tommaso Paradiso (sfido chiunque a trovare un senso che non sia l’accostamento di due attraenti piacioni), vomitandosi addosso tutta la rabbia romantica della canzone, non solo serpreggia una latente attrazione omoerotica ma si escogita anche un fondamentale ingresso nell’immaginario pop.

Infine Netflix, che, vedendoci lungo, l’ha voluto come frontman della sua campagna italiana. Prima con la serializzazione di Suburra, dov’è sostanzialmente l’interprete centrale, in attesa della messa in onda su Raidue che dovrebbe accrescerne la platea; poi con questo Sulla mia pelle, film che rappresenta un orgoglio per la piattaforma, coraggiosa nel proporre una storia così scomoda. Scarnificato e dolente, in un ruolo che appena pochi anni fa sarebbe stato affidato a Elio Germano, Borghi fa un eccellente lavoro mimetico nell’approcciarsi a Cucchi, nelle laceranti ferite di un corpo devastato dall’abuso di potere, stagliandosi – ancora una volta – nell’immaginario con la consapevolezza di quanto questo tipo di film sa imporsi nella sensibilità del pubblico. Qualcuno ha detto che se fosse stato americano avrebbe vinto l’Oscar; esagera, ma forse un David, a questo giro, lo vince.

Lorenzo Ciofani for Siloud

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