InTheMovie: Le infinite rinascite di A star is Born

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Abbiamo scoperto Lorenzo e il suo blog quando eravamo alla ricerca di grandi penne che ci parlassero di Cinema e Film: non potevamo trovare di meglio! Ironico, pungente, sempre sul pezzo, ci terrà compagnia con i suoi articoli. Non perdertelo!

 

Le infinite rinascite di A Star is Born

Nell’industria musicale, la “cover” di un brano è da sempre un’operazione sottile e sfaccettata: può essere proposta per rinverdire il successo di qualche cantante magari in declino, utilizzata per trainare un album con una sorta di “usato sicuro”, inserita nell’ambito di un progetto più ampio nel quale ripensare a musica del passato in un’ottica contemporanea e legata alle qualità dell’autore, presentata come episodio isolato in una discografia per esaudire lo sfizio di un interprete e mille altre ipotetiche cause…

Nell’industria cinematografica, il corrispettivo della cover è il remake. Ma anche il facile gesto del “rifare il film” non è così ovvio: Gus Van Sant ha letteralmente rifatto Psyco di Alfred Hitchcock scena per scena, così come Michael Haneke autore di due identici Funny Game a distanza di un decennio. Tuttavia, i remake più frequenti sono quelli che adattano gli originali agli sguardi degli autori o in sincronia con i cambiamenti di costume.

A Star Is Born di Bradley Cooper arriva ottantasei anni dopo il primo film, che si chiamava A che prezzo Hollywood? e lo diresse George Cukor, regista anche di È nata una stella, realizzato con Judy Garland e James Mason nel 1954 ricalcando l’omonimo dramma del 1937 di William A. Wellman con Janet Gaynor e Fredric March, a sua volta ripensamento del film di cinque anni prima. Una quarta versione è datata 1976 per la regia di Frank Pierson e l’interpretazione di Barbra Streisand e Kris Kristofferson.

1932, 1937, 1954, 1976, 2018. La formula è sempre la stessa: artista decadente diventa pigmalione di una ragazza, contribuisce a trasformarla in star e parallelamente continua a autodistruggersi fino al momento fatale. Cooper – all’esordio alla regia – guarda specialmente a Pierson, raccontando un’ascesa che avviene nel mondo musicale, mentre i primi si sviluppavano in ambiente hollywoodiano. È uno scarto fondamentale che determina lo slittamento del concetto di divismo nell’immaginario americano: prima si creavano le dee per il grande schermo, diventate inarrivabili nonostante partissero da background umili; ora la fabbrica delle star è appaltata alla produzione di idoli del palcoscenico, perlopiù estemporanei, legati alla popolarità dei social, alla lunga dal carisma non di rado fragile.

Ma se nell’epoca della Streisand la narrazione poteva stare in piedi, oggi potrebbe risultare un po’ meno credibile il repentino percorso di Lady Gaga dalle cucine del ristorante al palco dei Grammy: in questo senso, è decisiva la scelta del pop country, universo in cui permane il contatto col pubblico dell’America profonda, fatto di canzoni entusiasmanti ed infinite tournèe.

Al di là dell’effettivo esito di un film meno emozionante di quanto preventivato, troppo calcolato per struggere davvero i cuori di chi pur conoscendo gli snodi narrativi vuole lasciarsi catturare dalla trappola del melodramma, l’aspetto più interessante di A Star Is Born è proprio Lady Gaga. Abituata a lavorare sul suo corpo, tra il travestitismo, il mascheramento e l’inafferrabilità, nel solco di Cher, seguendo la stella polare di David Bowie, con la coscienza di un apparato di riferimenti multiforme e poliedrico fino alla schizofrenica, si presenta qui nel modo più naturale possibile. Non bella, perfino depotenziata della sua femminilità quando canta per la prima volta nel locale delle drag queen (che l’adorano: d’altronde è incontestabile icona queer), eppure inevitabile oggetto amoroso del barbuto, alcolico, fascinoso Cooper.

Non regge i primi piani, ma è funzionale al suo essere una beginner dello showbiz nonostante la rapidità del successo veicolato dalle visualizzazione su youtube. Dapprima sgraziata, assume via via una consapevolezza del e sul palco che è metafora della sua presa di coscienza: sta diventando una star del cinema, ha l’ambizione e l’intelligenza per esserlo davvero. Al contempo, deve tenere conto di essere anche un’eroina romantica, la crocerossina che nel suo cono di luce deve sempre ricordarsi di avere lo spettro dell’amato votato alla rovina. Tutto si fa evidente nel finale, quasi un videoclip a sé di grandeur minimalista: da una parte segna il punto d’arrivo al classicismo della diva; dall’altra ha chiaro il fatto di dover prendere commiato dalla storia d’amore con un momento di esplosiva commozione. Un saggio teorico sulla creazione delle star, un cripto-biopic su un personaggio alla continua ricerca dello stupore: insomma, una cover personale di uno standard hollywoodiano.

Lorenzo Ciofani for Siloud

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