InTheArt: Matteo Raciti, interview

Nome: Matteo
Cognome: Raciti
Anni: 33
Città: Viareggio
Nazionalità: Italiana
Professione: artista
Sito web: www.matteoraciti.com

Matteo Raciti

Ciao Matteo, raccontaci di te!

Mi chiamo Matteo Raciti, ho 33 anni e vengo da Acireale (CT), una città barocca ricca di storia e bagnata dal mar Ionio alle pendici dell’Etna.

Nel novembre del 2016, dopo aver conseguito la laurea in Architettura a Siracusa, ho raggiunto Pietrasanta (LU) e dopo un periodo di pratica nello studio dello scultore Marcello Giorgi, ho lavorato presso lo studio d’arte condiviso “La Polveriera”. Sono cresciuto artisticamente tra i cantieri per la costruzione dei carri al Carnevale di Acireale, dove ho fatto vera e propria vita di bottega. Dopo aver collaborato con l’artista Alessandro Avanzini e La Compagnia del Carnevale di Gilbert Lebigre e Corinne Roger, ho partecipato con alcune mie opere scultoree in cartapesta al Carnevale di Viareggio, conseguendo il primo premio nel 2018 e il secondo nel 2019. A Pietrasanta faccio parte del collettivo di artisti “INTRECCIArte” e insieme gestiamo uno spazio espositivo in cui espongo i miei lavori.

Nell’estate del 2019 il borgo di Pitigliano (GR) ha accolto il mio Atelier-galleria con una mostra permanente dei miei lavori. Da poco anche la galleria “Il Melograno” di Livorno accoglie alcune mie sculture. Il mare, la mitologia, l’introspezione sono solo alcuni dei temi che amo raccontare con delicatezza attraverso le mie sculture.

Come ti sei avvicinato al mondo dell’arte e cosa rappresenta per te?

Mi sono avvicinato all’arte in modo spontaneo, sin da piccolo amavo disegnare e realizzare piccoli oggetti con le mani. Mi piaceva cucire e modellare i materiali, costruire oggetti fantastici coi lego e dipingere. Nessuno dei miei genitori o parenti ha mai avuto una passione simile, ma ho sentito sin da subito il loro sostegno anche se non pensavano che arrivassi fin qui!

Acireale, la mia città d’origine, è ricca di storia e il suo barocco mi ha sempre colpito, penso sia davvero difficile non lasciarsi ammaliare dal tripudio di chiese, palazzi, dipinti, putti, mascheroni e sculture che dominano la mia città. Per non parlare delle bellezze naturali e paesaggistiche che rappresentano uno spunto importante e una continua ispirazione. Poi la passione per il carnevale e per i suoi carri allegorico-grotteschi, manifestazione popolare ma anche artistica e culturale. Entrare nei capannoni dove crescevano i giganti in cartapesta era per me un’emozione indescrivibile, poter maneggiare alcuni strumenti di lavoro, modellare l’argilla e dipingere a pennello e aerografo. Tutte cose che col tempo sono diventate il mio lavoro a Viareggio nonché la mia più grande passione. Sin da subito mi concentrai sulla modellazione dell’argilla, avevo 15 anni circa e da allora non ho mai smesso. Tutto questo rappresenta per me non solo un lavoro ma un modo per esprimermi e per divertirmi, passare le mie giornate ed esorcizzare un po’ il passare del tempo.

La tecnica con la quale ti esprimi è la scultura. Quali sono le fasi per la realizzazione di una tua opera?

La scultura è stata da sempre la mia più forte tecnica espressiva. Amo la possibilità di toccare, modellare e trasformare i materiali. Un oggetto viene pensato e subito, come un’esigenza istantanea, plasmato. L’argilla è un materiale straordinario: attraverso il calore diventa terracotta, ovvero un oggetto finito che sfida l’eternità.  Diversi gli scultori tra la Sicilia e la Toscana che con la loro arte mi hanno insegnato e segnato artisticamente.

Utilizzo argille differenti tra loro per la realizzazione delle sculture, ciascuna viene poi svuotata e lasciata asciugare. Raggiunta la cosiddetta “durezza osso”, quando l’argilla è totalmente asciutta è possibile cuocerla con temperature che si aggirano intorno ai 960-1000°C, in base al tipo di terra utilizzata e all’effetto che si vuole ottenere. Per le opere del Carnevale parto pur sempre dalla modellazione dell’ argilla ma dopo aver finito, con la creta ancora umida, realizzo uno stampo in gesso e juta così da creare il negativo. Successivamente, dopo aver cavato l’argilla dallo stampo, pongo al suo interno diversi strati di carta di giornale e colla. Dopo l’asciugatura, si ottiene un oggetto leggero e materico pronto per la colorazione.

Come nasce l’idea di una scultura e quale messaggio cerchi di comunicare tramite le tue opere?

Il mio progetto artistico attraversa tre temi differenti tra loro ma strettamente correlati. La mitologia greca, che è da sempre fonte di ispirazione nell’arte e nella letteratura, riesce a permeare la nostra società attraverso storie e tematiche che sembrano ancor oggi attuali. Mi interessa come una personalità mitologica diventi uomo o donna del nostro tempo, raccontando la realtà e influenzando l’inconscio collettivo. Il mare poi è di per sé un essere mitologico perché, nonostante le scoperte scientifiche e le conoscenze che abbiamo a riguardo, riesce ancora a emozionare e stupire l’essere umano, suggerendo all’immaginazione continue visioni. La ricerca sulla psiche e quindi il concetto di anima è qualcosa che i greci per primi contemplarono. Andare oltre il corpo fisico e addentrarsi in ciò che c’è dentro. Aprire il proprio sé cercando di trasmetterlo direttamente alla materia attraverso un dialogo costante che parte dal proprio inconscio, passa per le proprie mani e diventa scultura.

Ad oggi vivi in Toscana, ma non è la tua terra natale. Nel video “Bel Paese Volo Via”, disponibile su YouTube, affronti proprio questa tematica: lasciare la propria terra per cercare la propria strada. Quali sono stati i motivi per cui hai deciso di trasferirti e cosa è cambiato nella tua vita da allora?

Vivo in Versilia da circa quattro anni, in un primo momento ho vissuto a Pietrasanta e successivamente mi sono spostato a Viareggio. Ho scelto di trasferirmi qui perché la Toscana è una regione ricca di storia dove nonostante tutto si respira ancora “arte”, attraverso il passato ma soprattutto nel presente. Ho trovato qui molti artisti e professionisti che fanno il mio stesso lavoro, che ci credono e resistono, questo ha rappresentato per me non solo un modo per sentirmi parte di qualcosa di più grande ma anche un motivo per restare, imparare e confrontarmi.

All’inizio è stata dura, sono andato via dalla Sicilia all’età di 29 anni con una costellazione di affetti e riferimenti abbastanza consolidati che ho dovuto mettere in discussione sin da subito. Prima di partire vedevo Viareggio e la Toscana come un sogno da raggiungere, potermi esprimere e fare ciò per cui sento di essere nato per lavoro. Ben presto ho fatto i conti con la realtà e penso che questa cosa sia stata essenziale per la mia crescita personale e professionale. Fin quando idealizziamo le cose, nella nostra testa risultano fantastiche e perfette perché non sono vere, è rassicurante certo potersi immaginare come si vuole ma poi bisogna fare i conti con la realtà. Devo dire che nonostante tutto amo ciò che faccio e il luogo in cui vivo adesso, nonostante le avversità non mi sono perso mai d’animo e sono stati tanti i segni che mi hanno spinto a continuare. Tante le persone che mi hanno aiutato, nuovi amici, un nuovo amore e poi la presenza del mare in città e di un clima simile a quello siciliano. Essermi trasferito ha significato in parte una perdita, una delusione, amo la mia terra e ho creduto che le cose potessero cambiare fino all’ultimo istante. Alcuni luoghi e alcune persone le sento parte di me e non poterle ritrovare nella quotidianità mi procura rabbia e dispiacere. Detto questo sono stati anni di grande scoperta, credo che sia essenziale per un siciliano staccarsi, partire, cambiare punto di vista. L’isola da cui vengo è meravigliosa e controversa, ti risucchia al suo interno, ai suoi ritmi, alle sue regole e credo sia essenziale metterle in discussione per amarla veramente.

Riusciresti a definirci dei tratti caratteristici delle tue sculture? Quanto le tue radici influenzano il tuo stile?

I tratti caratteristici delle mie sculture sono senza dubbio una grande materialità, amo far parlare i materiali e cercare di esaltare il loro valore e per questo motivo dipingo poco e molto acquerellato. Nel tempo credo di aver trasmesso alle mie sculture anche un certo stato d’animo tendente alla malinconia e alla nostalgia da cui adesso non riesco a tornare indietro. Le mie radici influenzano indubbiamente il mio stile, amo dare voce attraverso i miei lavori, a quelle storie fantastiche di miti e leggende così vive nella mia terra, al mio sguardo così ricco di visioni barocche, alla mia vita accompagnata dal mare come orizzonte sicuro e amico sincero.

I tuoi lavori principali sono la scultura, da un lato, e la realizzazione di opere per il carnevale. In che modo ti sei avvicinato a questa festa?

Mi sono avvicinato al carnevale da piccolo, avevo poco più di sette anni quando iniziai a vedere attraverso la televisione locale il carnevale di Acireale. Fu mio padre a desistere durante una domenica sera e accompagnarmi al carnevale. Mia madre invece da buona catanese, si occupava di farmi scegliere il vestito in maschera preferito per portarmi a giocare con gli altri bambini alla Villa Bellini di Catania. Cominciai sin da subito a costruire piccoli carri in casa con lego, carta e la colla “coccoina” che purtroppo non appiccicava… Continuai imperterrito con scotch e carta stagnola!

Era molto comune nella mia città accompagnare le scolaresche in gita nei cantieri dei carri e la prima volta fu talmente forte l’impatto che lo ricordo ancor oggi. Un misto tra il tendone del circo, antiche botteghe d’arte e il paese dei balocchi immaginato da Collodi. Pensavo sinceramente di non essere all’altezza sia per capacità che per la mancanza di una “famiglia d’arte” alle spalle. Cominciai a tredici anni con il concorso “Carri in miniatura” dove ciascun ragazzo costruiva un “minicarro” come quelli grandi ma molto più piccolo. Erano delle opere d’ ingegno molto raffinate, ricche di particolari e rifiniture. Per tre anni nemmeno mi classificai, poi a 16 anni arrivò il primo settimo premio ex aequo, mi sentivo al settimo cielo! In parallelo andavo spesso ad aiutare i vari carristi ai cantieri fin quando a diciotto anni modellai il mio primo carro grande in seguito alla collaborazione con un carrista. A vent’anni, dopo essermi classificato prima terzo e poi secondo, portai un piccolo carro a Viareggio in seguito a un gemellaggio tra le due città e questo rappresentò un momento molto importante per me perché cominciai a sognare di trasferirmi a Viareggio. Quest’ultima ha rappresentato da sempre un punto di riferimento artistico, culturale e professionale non solo per noi ragazzini che sognavamo di fare questo per lavoro -e Viareggio era l’unico posto dove avveniva- ma anche per i tanti carnevali presenti in Italia e nel mondo. Una storia lunga che mi porta fin qui, sono andato al Carnevale di Viareggio per la prima volta a 17 anni accompagnato da mio padre, saltando da quel momento pochi appuntamenti. Se nelle mie sculture fuoriesce un aspetto più “personale”, il carnevale rappresenta per me un tipo di espressione più “politica” ma pur sempre poetica e introspettiva. Amo questa festa perché crea una sospensione temporale e sociale importante trascinando le persone verso un capovolgimento di fronte, operazione molto difficile di questi tempi. Le mie opere e quelle dei miei colleghi, sono delle grandi sculture movimentate in cartapesta che coinvolgono e ipnotizzano l’occhio dello spettatore. Amo di questa festa la sua predilezione verso il teatro di strada, l’interazione col pubblico, il suo carattere effimero ed itinerante, l’aspetto popolare e soprattutto la realizzazione di enormi macchine da festa dove entrano in gioco maestranze differenti, rendendo tutto questo un’ arte totale.

Tra le tante, c’è una tua opera a cui sei particolarmente affezionato?

Seppur la scelta risulta difficile, la scultura a cui sono più affezionato è “Anima 1” realizzata in galestro e patinata con acrilici e cera. E’ una figura asessuata caratterizzata da un turbine di capelli che si avvitano verso l’alto. Ad arricchire la composizione diversi uccellini appollaiati come un groviglio di pensieri e presenze. Ho voluto riassumere quest’opera attraverso una piccola poesia che recita così: “Cosa siete? Pensieri, ricordi, sensazioni, pesi diventati leggeri, voci stridenti, appigli per la realtà. Io sono asessuato, io sono figlio e anima. Io sono le vostre pesanti parole dette quando ero ancora embrione nel mondo“. E’ forse il lavoro più istintivo ed emozionante che ho realizzato.

Anima 1, Matteo Raciti

Nel carnevale l’opera che più mi rappresenta è senza dubbio “Bel Paese volo via“, un lavoro a tratti autobiografico, che raccontava la migrazione di migliaia di giovani dalla propria terra attraverso la metafora della migrazione degli uccelli. Un uomo comune mutato in volatile, prendeva il volo verso un futuro migliore con uno sguardo malinconico al passato. Tanti gli amici che con una foto-ricordo hanno arricchito la composizione dando valore affettivo e partecipativo all’opera.

Bel paese volo via, Matteo Raciti

Cosa significa oggi essere un artista e, più nello specifico, uno scultore? Pensi che le doti artistiche siano innate?

E’ difficile come sempre definire qualcosa di così relativo e personale. Per me un artista oggi deve avere ancora qualcosa da dire, da raccontare, un’esigenza che parte dall’interno. Stile, tecnica e psiche sono elementi correlati e possono fuoriuscire dall’artista senza equilibrio purché si cerchi incessantemente qualcosa di vero. Non è facile fare tutto ciò perché spesso subentra la paura di non farcela, il denaro, il senso delle cose, se stai dicendo qualcosa di interessante, se le tue opere sono originali o no, allora continui a fare quella cosa e basta, perché non puoi farne a meno.

Hai dei progetti per il futuro?

Si, una mostra personale dal titolo “Nostalghia” che verrà inaugurata il 12 ottobre a Fano presso lo studio d’arte Sleep Walker e finirà il 2 novembre. Nostalghia è uno stato d’animo, il racconto di una vita interiore delicata, la malinconia che in alcuni momenti della vita ti attanaglia e ti toglie il fiato. La nostalgia per ciò che è stato e non tornerà più. La voglia di aggrapparsi al presente come unica arma possibile. Un riassunto emotivo che lega i tre temi su cui ho lavorato in questi anni: mitologia, mare e interiorità”.

Per quanto riguarda il Carnevale, ho presentato un nuovo progetto per l’edizione 2020 dal titolo “I disagi di Gulliver” ecco una breve relazione: Gulliver, il naufrago protagonista del romanzo di Swift, si ritrova deriso e legato dai lillipuziani, piccoli nel corpo e nella mente. Hanno paura del diverso e lo temono. La costruzione è dunque una satira contro l’ignoranza e il pregiudizio verso il diverso che, come le corde che legano Gulliver, sono simbolo di involuzione culturale e di etichetta contro ogni presunta minoranza.”

Per il resto vorrei continuare a fare questo lavoro con passione, riuscire ancora a viverci, preservare quella libertà, quel tempo per me e per i miei affetti così essenziale.

C’è qualcosa che vorresti dire ai nostri lettori?

Ai lettori vorrei dire di continuare a leggere e interessarsi di arte in tutte le sue forme perché è davvero importante, di incoraggiare chi intraprende un percorso artistico ed espressivo perché credo che questa società ne abbia ancora bisogno, di coltivare le proprie passioni perché spesso sono un luogo importante d’evasione e intimità.

Matteo Raciti for Siloud

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