InTheMusic: Polly, interview

Nome: Federico
Cognome: Giovannini Medri
In arte: Polly
Età: 36
Città: Lugo (RA)
Nazionalità: italiana
Brani pubblicati: Sans papiers, Autopsia di sogni, Oltre Gibilterra
Album pubblicati: Petit Mauresque, I'm not the future, La città verrà distrutta domani, Amore morte rivoluzione, Doublethinkers, Artificious
Periodo di attività: dal 2002
Genere musicale: rap / hip hop
Piattaforme: Spotify, YouTube, SoundCloud
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foto di Rosa Lacavalla

Chi è Polly?

Sono un ragazzo come tanti cresciuto in provincia di Ravenna, ho 36 anni e nella vita alterno la musica al mio lavoro di fisioterapista.

Come nasce il tuo nome d’arte e qual è il suo significato?

Tutto comincia quando avevo 16 o 17 anni e facevamo i primi freestyle qui in Romagna. Ovviamente serviva un nome da mc e io non ne avevo ancora uno. Effettivamente è molto difficile scegliersi un nome, è una cosa che volendo ti può “segnare” o “marchiare” per molti anni. Poi un giorno all’improvviso inizio a sentire delle fitte nel costato e scopro di avere un pneumotorace spontaneo (mi era collassato un buon 30% di un polmone), risoltosi fortunatamente a breve senza conseguenze.

Ricordo in quel mese mille battute, e da polmone a polmoncino a Polly il passo è stato brevissimo. In realtà non è un nome d’arte vero e proprio, ma come mi chiamano i miei amici da allora. Poi in una scena musicale dove tutti all’epoca (parliamo del 1999 circa) avevano nomi come “master”, “-man”, “lord”, Polly mi sembrava ironico e dissacrante.

Cosa ti ha avvicinato alla musica?

Vi mettere a ridere, ma ricordo perfettamente il brano di J-AxNessuno” su MTV, credo che fosse il 1998. Un mio compagno di classe ascoltava rap italiano e mi passava le cassettine di Bassi Maestro, degli ATPC e di Neffa. Uno dei primi cd che ho comprato è stato Sindrome di fine millennio. Poi il primo anno di università (xxx messaggio diseducativo xxx) l’ho passato al bar ad ascoltarmi Nas, JayZ, i Mobb Deep e Capone Noreaga. Di lì in avanti con la musica è stato un crescendo fino al periodo dal 2003 al 2009 con il lato oscuro della costa in cui si respirava musica dalla mattina alla sera. 

Attualmente ascolto black music a 360°, con un occhio di riguardo verso il rap conscious di un certo tipo (A tribe called quest, Common, Masta Ace, The roots, Oddisee), alle sperimentazioni (Sampa the great, Kate Tempest) e al new soul (Jorja Smith, Anderson Paak).

Il mio rap prende sicuramente ispirazione dalla vecchia scuola hip hop bolognese (Neffa e Deda su tutti) e da una nicchia underground newyorkese di nome Def Jux che mi ha letteralmente consumato le orecchie nei primi anni in cui rappavo (rapper come Cage, Aesop Rock ed El p mi hanno fortemente influenzato). Per quanto riguarda i testi invece parto dal quotidiano mio e delle persone che conosco, perché mi piace raccontare storie o dettagli della vita di tutti i giorni. Ora credo di aver finalmente trovato uno stile molto personale e riconoscibile, e questo per un mc è una soddisfazione non da poco. 

Nella descrizione del tuo profilo Instagram ti definisci “rapper o poeta”: qual è secondo te la differenza, al giorno d’oggi, tra queste due figure? Di cosa ti fai portavoce con la tua musica?

Onestamente non credo di essere un rapper o comunque di essere “un buon rapper”: non sono uno spaccone, non mi piace mettermi in mostra. Odio l’atteggiamento da “ti spacco il c**o” tipico dei contest e ho sempre tollerato a malapena le gare di freestyle, pur riconoscendone l’importanza nella scena hip hop. In questo mi sento poeta, nel senso che gioco con le parole e le canto. Il rap è una grande famiglia che racchiude molti sottogeneri, dal rap conscious più adulto, al rap horrorcore splatter, al rap puro e adolescenziale delle barre e delle punch line, al rap party degli mc durante le jam e le feste, alla trap commerciale o wannabe, non c’è un giusto e uno sbagliato, io credo di entrare nella “famiglia conscious” ma ho amici che fanno altro e che artisticamente rispetto moltissimo.

Forse siamo anche un po’ poeti, di sicuro molti di noi hanno delle vite incredibili da artista maledetto. In ogni caso, io con la mia musica voglio solo raccontare delle storie, fartele ascoltare, fartele vivere, ampliare i tuoi orizzonti, le tue conoscenze.

Come nasce un tuo brano?

Una mia canzone può nascere dal testo o da una musica e sono due modi opposti di comporre. In entrambi i casi parte sempre tutto da una telefonata ad un amico beatmaker o musicista con cui ci si vede, si parla a fondo di musica e si ascoltano robe insieme. Dopo qualche ora in studio si decide su quali bozzette lavorare, e di solito mi faccio lasciare degli mp3 su cui poi io scrivo la canzone.

La fase della scrittura appunto può essere fatta a pennello sulla strumentale, ma anche completamente lasciata al caso (mi piace molto registrare frasi o rime sullo smartphone mentre sono in macchina o quando esco dalla doccia) oppure ragionata su un determinato argomento o su una storia da raccontare. Alterno periodi in cui non scrivo ad altri in cui scrivo 3-4 strofe al giorno, per cui ogni volta che faccio un disco mi ritrovo a scartare decine e decine di strofe.

La parte degli arrangiamenti sono il vero delirio del fare rap senza un producer che si occupa di te, perché ci si ritrova sballottati tra decine di amici, musicisti, dj e beatmaker per trovare la combinazione giusta di suoni in ogni canzone. A questo punto una sfida per me potrebbe essere quella di trovare un team fisso di musicisti con cui lavorare e chissà, magari il prossimo disco sarà proprio così. 

La tua vita si divide tra il tuo lavoro e la musica. Sono ambiti molto differenti ed entrambi ti mettono davanti ad ostacoli: come ti rapporti con questa diversità?

In realtà riesco a gestire le due cose in maniera ottimale: durante la settimana lavoro nel mio studio come fisioterapista, mentre le sere ed il weekend li dedico principalmente alla musica.

Il lavoro del fisioterapista, a differenza dei luoghi comuni che ci vedono come “massaggiatori” o “scrocchiaossa”, è un’attività prevalentemente intellettuale, in cui si valuta e rivaluta il paziente in continuazione per arrivare al risultato prefissato. In questo se ci pensi assomiglia molto alla musica, dove lavori per giorni o mesi su una canzone fino ad ottenere il sound ed il testo perfetto. Tempo fa era più complicato gestire le due cose ma ora che il rap è completamente sdoganato quasi tutti i miei pazienti sanno che faccio musica ed i più giovani mi ascoltano anche.

Ammetto che a volte è molto complicato lavorare 12 ore e poi partire per un live, una jam session o per andare a lavorare su una strumentale, però la vita è una e non voglio lasciare indietro niente. Citando un disco storico di El-pI’ll sleep when you’re dead” (è la frase che la città di NY “dice” ad El-p, nel senso che finché El-p è vivo a NY ci sarà sempre qualcosa da fare e per cui stare svegli).

Nei tuoi brani si parla di temi particolarmente delicati: i sans papiers, le migrazioni e i diritti umani. Il rap è perfetto per trattare argomenti di questo tipo, sarà per la crudità con la quale questo genere permette di comunicare messaggi importanti. Qual è il tuo pensiero riguardo quello che sta accadendo oggi?

Il periodo in cui viviamo è complicato. Forse gli esseri umani riusciranno a sopravvivere su questo pianeta solo un paio di secoli e poi the end. Senza un’idea di futuro non siamo più uomini ma animali, e come animali possiamo fregarcene di tutto: inquinare non è un problema, come non lo è lasciare morire degli innocenti in mare, o rinchiudere una persona per il colore della sua pelle. Nel tempo ci siamo riempiti di numeri e svuotati di comprensione, come se un testo di economia fosse la nuova Bibbia, e di fatto lo è.

I ragazzini hanno una soglia di attenzione talmente bassa (i 15 secondi delle Insta stories) per cui non leggeranno mai un libro e non capiranno nulla di quello che gli sta intorno, convinti di essere migliori degli altri a seconda dei marchi che indossano. Non serve fare molti sondaggi, basta guardare 5 minuti di televisione commerciale o ascoltare un po’ di trap per capire l’aria che tira.

Siamo 7 miliardi. Fotte un cazzo degli altri.” Poi ci stupiamo di come trattiamo i migranti?

Ci parli della scena hip hop romagnola e del “Colpo di Stato Poetico”?

La scena hip hop in Romagna è più attiva che mai, ci sono diverse realtà molto interessanti e persone che dedicano gran parte del loro tempo libero alla condivisione e alla diffusione di questa cultura.

Innanzitutto abbiamo Alfre D’, il fondatore del Colpo di Stato Poetico, organizzatore di eventi a Rimini (nel centro sociale Casa Madiba), Cervia, Faenza, Imola e Bologna; poi abbiamo Moder che con il suo Underfest e il Cisim ha catapultato Ravenna al centro della scena rap nazionale; poi come non citare dj Nersone che ogni settimana porta il meglio della musica black in tutti gli angoli della Romagna, suo fratello Alessio che organizza a Ferrara e Golli che gestisce una pagina Instagram sempre aggiornata dedicata al rap italiano. Come vedi ho parlato degli organizzatori e non dei rapper, perché sono loro i veri eroi: sono loro che ci mettono a disposizione i palchi dove esibirci. Molto spesso non sono citati o ringraziati a dovere, ma penso che siano il cuore pulsante della cultura hip hop i questo paese.

Per quanto riguarda il Colpo di Stato Poetico, noi siamo un collettivo di rapper (oltre a me e ad Alfre D ci sono Lady Skull, Souly G, Yzero, Onemore e Geema), dj (Zira) e beatmaker (Stamba, Zesta e OCB), abbiamo in comune la presa bene per la musica, la repulsione per ogni forma di potere, l’attitudine di chi è pirata per vocazione e la capacità di fare rap in maniera poetica, underground e disinteressata.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Intanto parlerei del mio disco Petit Mauresque che è appena uscito. Al suo interno si trovano molti artisti della scena bolognese che ho conosciuto alle jam Spit on It al Binario69 a Bologna: Davide Luzi, 34Beat, Giulio Campaniello, Peter Paletta e Jacopo Trapani. Il disco viaggia su sonorità classiche dell’hip hop anni 90′, con le produzioni affidate a diversi beatmaker e musicisti. Il titolo dell’album “Petit Mauresque” si riferisce alla lingua franca mediterranea in uso nel medioevo nelle navi e nei porti del Mediterraneo, che conteneva parole genovesi, venete, spagnole, catalane, francesi, corse, turche e arabe, e veniva utilizzata dai commercianti e dai marinai. In qualche modo credo che il rap sia una versione moderna di questa lingua franca, in quanto permette ai giovani di tutti i paesi del mondo di poter comunicare tra loro attraverso la musica.

C’è qualcosa che vorresti dire ai nostri lettori?

Siate curiosi, imparate a perdervi su Spotify alla ricerca di artisti nuovi, o nei mercatini di provincia tra i vecchi vinili, perché per ogni cantante o musicista che conoscete, ce ne sono almeno dieci altrettanto bravi e talentuosi che aspettano solo le vostre orecchie per essere ascoltati.

Polly for Siloud

YouTubehttps://youtu.be/WEg4c8Yh4iQ (SANS PAPIERS), https://youtu.be/mX1Kw5e0lnc (AUTOPSIA DI SOGNI)

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