InTheMusic: AKU, interview

Nome: Augusto
Cognome: Pallocca
In arte: Aku
Età: 38
Città: Velletri (RM)
Nazionalità: Italiana
Brani pubblicati: Pezzo Impersonale, Karkadè, Caravaggio, La Storia
Album pubblicati: Lacuna Ink, Akuphenia, True Blood
Periodo di attività: dal 2014
Genere musicale: Rap, Cantautorato, Jazz Rap
Piattaforme: Spotify, Apple Music, Tim Music, ecc.

AKU

Chi è Aku?

Vengo da Velletri, nei dintorni di Roma. Ho 38 anni e faccio musica da quando ne avevo 5. Ho scritto la mia prima rima nel 1996, ma il progetto attuale ha preso vita a partire dal 2014.

Come nasce questo nome d’arte?

In realtà è un semplice diminutivo del mio nome di battesimo, Augusto. Quella “k” al centro del mio nickname è nata durante un tour in Finlandia, perché lì mi chiamavano così: mi hanno detto che “Aku” è il nome finlandese per Donald Duck, Paperino…la cosa mi faceva sorridere e l’ho mantenuta.

Il sassofono è lo strumento che ha segnato il tuo avvicinamento alla musica, ma oggi la tua vita gira tutta intorno a questo mondo. Negli anni hai partecipato a diverse competizioni, hai approfondito lo studio dello strumento con un sassofonista statunitense e hai fatto molte altre esperienze nel settore. Ci descrivi questo tuo percorso nella musica?

In realtà il primo strumento musicale che ho studiato è stato il violino, avevo poco più di 5 anni: la passione mi è rimasta e infatti nel mio nuovo lavoro ho ospitato un quartetto d’archi, bellissima esperienza.

Ho cominciato a fare rap nel 1996, quando in Italia era un fenomeno praticamente sconosciuto, poi agli inizi degli anni 2000 ho intrapreso la via accademica con lo studio del sassofono. In quel periodo sentivo che le parole non erano tutto, non esaurivano il mio bisogno di espressione. Però la vocazione del rap mi è rimasta dentro e così dal 2012 in poi ho iniziato a collaborare con Swan e Luca D’Angelo, che all’epoca erano due produttori fondamentalmente di musica house, oggi fra le più autorevoli firme musicali del panorama hip hop italiano. Il progetto Aku ha preso poi una forma definita a partire dal 2014, circa.

Nella tua vita la musica classica va di pari passo con quella da rapper: come riesci a tenere insieme due mondi così differenti? C’è qualcosa che li accomuna?

Una cosa che accomuna un po’ tutta la musica è secondo me un duplice approccio con cui ci si dedica a questa disciplina: il primo riguarda un mondo più istintivo, ispirazionale, quasi esoterico; il secondo è attinente a un aspetto di disciplina, regola e metodo. Sia nella musica classicamente intesa che nel rap, prima magari ci si lascia ispirare da una suggestione, un ricordo, un’intuizione, e poi la si lavora in maniera ragionata, studiando i migliori espedienti tecnici per realizzarla.

A tal proposito consiglio a tutti di leggere “La musica sveglia il tempo“, del direttore d’orchestra argentino Daniel Baremboim. Nel libro è spiegato molto bene come TUTTA la musica possa essere vissuta su due piani diversi, uno più emotivo e l’altro più intellettuale. Per chi ascolta questa è un’opzione, per chi compone una necessità imprescindibile.

Sei un sassofonista, un insegnante, un compositore, un giornalista musicale e un rapper. In che modo tutte queste tue professioni si mescolano per definire il tuo stile musicale?

Rifacendomi a quanto detto prima, le mie canzoni si basano evidentemente sull’emotività data da uno stato d’animo, un periodo di vita, una situazione della quotidianità. Tutto il percorso musicale che ho fatto finora mi aiuta a sintetizzare queste emozioni canalizzandole in un flusso sonoro, come se le mie esperienze artistiche componessero una tavolozza in cui tutti i colori partecipano al progetto figurativo finale. A volte è un’impresa ardua, perché sembrerebbe che i colori siano in conflitto fra loro, ma con il giusto impegno si riesce sempre a ottenere il giusto equilibrio cromatico, per rimanere nella metafora.

L’unione di musica jazz e rap viene definita “jazz rap” ed è un genere riconosciuto dalla critica musicale, le sue radici sono molto antiche e anche legate alle storie dei rispettivi generi. Nel tuo caso, il jazz rap si mescola con la musica pop, creando quella “musica d’arte” perfetta per i più grandi festival della musica, come può essere quello di Sanremo. Come sei arrivato a definire i tratti caratteristici di ciò che fai oggi?

Sento che ora nella mia musica c’è un po’ di tutto. Sicuramente il rap e il jazz, ma anche il pop internazionale – nelle strutture – e il cantautorato italiano, che è comunque una componente fondamentale del mio background.

Anche a livello di strumentazione ultimamente mi sono sbizzarrito: archi, fiati, synth, chitarre, non mi sono fatto mancare niente. È proprio da qui che vorrei ripartire per rendere questo mix un po’ più essenziale, scarno, tagliente: dare più risalto alla figura rispetto allo sfondo, se capisci cosa intendo. “Less is more“, dicevano.

Quali sono i tuoi progetti passati e in cosa differivano rispetto a quelli odierni?

Il progetto del nuovo EP è molto differente da tutte le mie cose passate, che avevano una lavorazione di certo più grezza, più hip hop in senso stretto, se vogliamo. Prima realizzavamo il beat con il mio team di produzione, magari registravamo un paio di provini per essere sicuri della produzione vocale quando poi saremmo andati in studio per i take definitivi.

La nuova lavorazione è passata attraverso una pre-produzione che ho fatto autonomamente a casa, per poi passare nelle mani di Matteo Scannicchio, che ha arrangiato le parti di tastiera e ritoccato le strutture; dopo aver concluso la programmazione della parte elettronica con Swan e Luca D’Angelo ho scritto le parti per i fiati e gli archi e, solo alla fine di questo processo, ho intrapreso una lunga sessione in studio, durata circa tre settimane. Il work flow, come si può immaginare, è cambiato drasticamente rispetto alle prime produzioni!

“Specchio” è il tuo nuovo ep, un progetto che riporta alla mente la tradizione cantautoriale italiana con una vena lirica introspettiva. Come nasce questo progetto e chi ne ha preso parte?

AKU, specchioDa tempo volevo realizzare un progetto di sintesi della mia esperienza musicale, che non investisse solo l’aspetto del rap ma più in generale tutto il mio iter artistico. A far scoccare la scintilla affinché questo si realizzasse è stato un periodo emotivo molto impegnativo per me, che però ha dato il la a una bella produzione testuale: sono le parole che trovate in Specchio.

Ho coinvolto ben 15 musicisti, a partire dai produttori per finire al quartetto d’archi e la sezione fiati, alle chitarre di Corrado Maria De Santis, senza dimenticare i featuring: Cori, Nuvola, Folcast e Daje Matt, quattro dei nomi più interessanti dell’attuale panorama indie capitolino.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Sicuramente lavorerò a dei pezzi nuovi, cercando di distillare quella pienezza di suono e di contenuto che ho ricercato in Specchio. Poi l’obiettivo è tornare a suonare dal vivo, con la mia amatissima band formata da Lorenzo Lupi alla batteria, Daniele Toti al basso elettrico e Swan alle macchine e ai backing vocals. Vi aspetto sotto al palco!

C’è qualcosa che vorresti dire ai nostri lettori?

In un momento così delicato per tutti, non dimenticate che la musica è importante. Più importante di quanto si creda, come lo è l’energia nelle persone, fra le persone. Torneremo a stare insieme presto!

AKU for Siloud

 

https://open.spotify.com/album/7td7jGSxlHpVgJs2AKCDJE?si=ACsze4QqQcC_9P45Rb92Dg

Instagram: @akucomeaugusto
Facebook: Aku
Credits: Giorgia Groccia

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