InTheMusic: Diorama, interview

Diorama è una somma di piccole cose. Artista milanese, è attivo pubblicamente dal 2018. In questi anni ha lavorato tanto su sé stesso e sulla propria musica per creare qualcosa che interessasse a chi lo ascolta, con uno stile che cerca di unire il rock all’elettro-pop. Sant’Eustorgio, il suo ultimo singolo, è sicuramente ad oggi una delle sue migliori produzioni.

Nome: Matteo
Cognome: Franco
In arte: Diorama 
Età: 23
Città: Milano
Nazionalità: Italiana
Brani pubblicati: Carie, Sant’Eustorgio
Periodo di attività: dal 2018
Genere musicale: Indie, Alternative
Piattaforme: Spotify, Apple Music, Youtube, Deezer, ecc.

Diorama, La Stanza Appesa

Chi è Diorama?

Diorama è una somma di piccole cose: un po’ di sindrome dell’impostore, un po’ di malcelato narcisismo, un paio di idoli da imitare con nobile citazionismo e tanta voglia di cercare sé stesso attraverso la musica, sperando, nel mentre, di scrivere qualcosa di buono.

Online si ritrovano molte definizioni diverse della parola “diorama”: quale di queste ha ispirato il tuo nome d’arte?

Volete la risposta corta o quella lunga? Etimologicamente “diorama” è l’unione delle parole greche “διά” e “ὅραμα” che rispettivamente significano “attraverso” e “veduta”: è il nome di un particolare tipo di installazione nata nell’ ‘800 che, attraverso la sovrapposizione di materiali e di texture luminose, offre una varietà di viste paesaggistiche in movimento che riproducevano, ad esempio, lo scorrere dei corsi d’acqua o l’incedere del giorno e della notte.

Quando ho preso coscienza di che cosa volesse dire scrivere canzoni e produrre musica, mi sono reso conto che un elemento accomuna queste competenze con tante altre aree della creatività: la giustapposizione. Da quel momento sono stato in continua ricerca del giusto abbinamento (e a volte anche di quello più sbagliato possibile) di timbriche, di ritmi, di parole, di linguaggi musicali.

Cosa pensi della musica in generale e cosa ti lega ad essa?

Mi piacerebbe avere un aneddoto sulla prima volta che la musica mi ha toccato in una maniera diversa, più intensamente di qualunque altra cosa, ma ogni volta che me lo chiedono è come cercare di ricordare quando si è detto “mamma” per la prima volta. Quand’ero piccolo la vecchia Volvo di papà suonava i Police, i Dire Straits e i Supertramp e io non avevo nemmeno bisogno di chiudere gli occhi per immaginare che tutto l’abitacolo del sedile posteriore, braccioli e poggiatesta compresi, fosse la mia batteria invisibile, che suonavo con le mie bacchette invisibili e un sorriso gigante sulla faccia, questo molto visibile.

Il processo è sempre stato lo stesso: per ogni strumento che ho imparato a suonare e per ogni canzone che ho scritto la prima fase è sempre stata la fantasia; prima di imparare un do maggiore sulla chitarra ho mosso le mani casualmente sul manico mentre cantavo i miei assoli preferiti di Joe Satriani e di Slash. Fake it till you make it. Oggi, quando vado in studio, mi metto volutamente nella stessa condizione di un bambino delle elementari che entra in classe senza i compiti a casa ed è costretto a improvvisare, gioco a far finta di sapere dove sto andando col prossimo accordo, con la prossima strofa… Forse non è l’approccio più calcolato o il più efficiente, ma è l’unico modo che conosco per sorprendere me stesso ed è necessario per avere lo stesso entusiasmo di quel bambino che suonava la sua batteria immaginaria nella Volvo di papà.

Sembra che tu abbia influenze legate sia al mondo del rock che a quello dell’elettro-pop. È una nostra impressione?

Cerco di ascoltare tutto quello che posso, a volte ascolto un brano particolare e mi viene voglia di “rubare” un elemento o due dall’arrangiamento, oppure sfido me stesso a ricreare le stesse atmosfere e le stesse emozioni di una canzone che ha un impatto forte su di me, ma le influenze più significative sono quelle interiorizzate tramite centinaia e centinaia di ascolti, quelle che si fanno strada nelle mie canzoni senza che io nemmeno me ne accorga. Mi piace il rock british degli anni ‘70 (Supertramp, David Bowie) e l’ondata del glam americano degli anni ‘80 (Guns ‘n’ Roses, Motley Crue) e poi il progressive, adoro il progressive (Rush, Dream Theater, gli Area, ecc.). Penso che una delle svolte più grandi nel mio percorso di formazione sia stato scoprire il sintetizzatore come strumento d’accompagnamento. Sin da quando ero piccolo il progressive mi aveva abituato alle volate supersoniche degli assoli di tastiere di Jordan Rudess (Dream Theater) e Tony Pagliuca (Le Orme) , era la mia motivazione più grande per continuare a studiare pianoforte classico, diventare un virtuoso! Quello che ancora non sapevo era che tutta quella tecnica, tutte quelle ore di studio matto e disperatissimo, in una sfida costante con il metronomo (chi ha fatto il conservatorio sa di cosa parlo) sarebbero diventati insignificanti una volta che le mie mani si fossero staccate dalla tastiera del pianoforte e avessero finalmente trovato pace (e un po’ di sana lentezza) su un sintetizzatore che potesse imitare i pad degli MGMT, dei Tame Impala e dei Daft Punk. Ad oggi i miei miti più grandi sono John Mayer e Childish Gambino, due artisti che, pur rimanendo nel contesto del pop occidentale, contaminano le loro produzioni con suoni di estrazioni diversissime, dal blues alla musica afroamericana, dal cantautorato country al monologo teatrale.

Quale pensi che sia il ruolo della musica nella società e cosa cerchi di comunicare tu, a riguardo, con i tuoi brani?

Oggi noi musicisti siamo in una posizione particolare, la musica è una delle forme d’arte più universali, ha un potere espressivo simile alla parola e una facilità d’interpretazione anche maggiore.

Siamo liberi di prendere i nostri sentimenti più profondi, le nostre parole migliori, le nostre manie di protagonismo, metterle in musica e, a patto che il prodotto sia al di sopra di una certa soglia qualitativa, abbiamo una piattaforma e un certo livello di attenzione da parte del pubblico di cui altre forme d’espressione artistica non beneficiano. Questa secondo me è sia fonte di libertà che di responsabilità: il fatto che ci sia così tanta gente che fa tante cose simili ti sprona a essere te stesso fino al più piccolo particolare; lo si dovrebbe fare in ogni caso, ma in un mercato saturo come questo è quasi una condizione di sopravvivenza.

Sei attivo pubblicamente, o almeno da quello che si ritrova online, dal 2018. Cosa è cambiato nella musica dai tuoi inizi ad oggi?

Mi prendo sempre meno sul serio. Con questo non intendo che metto meno impegno nelle mie produzioni, anzi! In questi due anni ho lavorato tanto sul farmi questa domanda: perché dovrebbe interessare agli altri? Non solo mi sprona a sollevare questioni più pungenti, armonie più ricercate, arrangiamenti più rischiosi, mi aiuta anche a liberarmi di quell’autoreferenzialità che potrebbe allontanare il pubblico da quello che faccio.

Il viaggio è ancora lungo, tra un paio d’anni vorrei avere delle competenze tali da creare un prodotto valido e interessante distruggendo ogni preconcetto di “correttezza” della musica.

Uno dei tuoi ultimi brani si intitola “Carie” e ci ricorda molto un pezzo dei Dire Straits riadattato con sonorità più moderne. Come nasce questo brano e come hai scelto il suo sound?

Il paragone con i Dire Straits è azzeccatissimo! Ogni mio pezzo rappresenta una velleità artistica, e l’obiettivo di Carie era scrivere un inno generazionale rock. La ricetta? Un groove di batteria sostenuto, una bassline dinamica e una linea vocale intensa ma “rilassata” nello stile di Knopfler e soci.

I sintetizzatori che inondano la traccia sono la soluzione più ovvia al fatto che non ho un quarto del talento di Mark Knopfler alla chitarra e quindi tentare un assolo simile ai suoi sarebbe stato una causa persa.

Sant’Eustorgio è il tuo ultimo brano, sicuramente ad oggi una delle tue migliori produzioni. Sei riuscito a mettere insieme atmosfere rock con ambientazioni più elettroniche creando un qualcosa di fantastico. In che modo il singolo è diventato video musicale?

Sant’Eustorgio è un lavoro di cui andiamo molto fieri, il mio migliore tentativo di unire le sonorità moderne dei filtri vocali (Billie Eilish chi?!), i sintetizzatori aggressivi e la buona vecchia “schitarrata” che mi fa sentire una rockstar. Lo considero un brano riuscito perché incarna perfettamente la mia visione del diorama: la giustapposizione di elementi differenti che, avvicendandosi, creano una sorta di paesaggio emotivo mutevole ma sempre coerente.

Il video è nato secondo un processo simile, grazie soprattutto ad Alaska e Gio di Pink Sloth Production, con cui lavoro dall’inizio del progetto di Diorama e con i quali ho un’intesa pazzesca. Il video è un po’ vaporwave, un po’ Blade Runner, un po’ Kill Bill, ma è soprattutto 100% Diorama, è la sintesi perfetta della nostra evoluzione stilistica.

Ci parli della tua esperienza a La Stanza Appesa? 

La Stanza Appesa è di gran lunga la live session più piacevole e più professionale di cui sia mai stato parte. Il valore di produzione e la componente umana erano straordinarie! Poi era un momento particolare per la mia band: Lorenzo, il mio chitarrista (e mentore, sia sul piano umano che musicale), stava lasciando il gruppo per dedicarsi di più alla sua famiglia e a suo figlio che sarebbe nato di lì a poco. Per la prima volta stavamo suonando senza sapere quando sarebbe stata la prossima volta che avremmo fatto musica insieme, penso che guardando attentamente quel sottile sentimento di nostalgia si possa intravedere anche in video.

Ci siamo sentiti apprezzati per la nostra musica dai ragazzi, che è la condizione necessaria e sufficiente per sentirsi realizzati in un contesto di comunità artistica. Non vedo l’ora di tornare da loro e, magari, fare le cose più in grande questa volta.

Stai già lavorando a qualche nuova produzione? 

Sto esplorando nuovi mondi e ascoltando musica diversa. L’intesa con Aleister, il mio produttore, sta diventando sempre più forte. Aspettatevi cose inaspettate, anzi non aspettatevi nulla, a patto che un po’ mi aspettiate!

C’è qualcosa che vorresti dire ai nostri lettori? 

Per essere uno che parla tanto, a volte troppo, non sento di avere molto da dire se non chiedere ai lettori di dare una chance alla mia musica, magari lì dentro c’è un messaggio degno della loro attenzione.

Diorama for Siloud

Instagram: @di.ora.ma
YouTube: Diorama
Apple Music: Diorama
Credits: La Stanza Appesa

 

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