InTheMusic: Crisso, interview

Crisso è la parte intrinseca di Cristian Biasin. La scelta del suo nome d’arte deriva in gran parte dalla sua città, ma anche dalla voglia di aprire un nuovo capitolo della sua carriera musicale. Nei suoi brani si avverte una forte necessità di voler trasmettere sensazioni ed emozioni attraverso le parole e fa questo con uno stile molto personale, sperimentale e versatile, che va oltre ogni classificazione di genere. Attraverso la musica e il progetto Crisso, Cristian sta portando avanti un ideale di libertà artistica, lo stesso che poi ha comportato molte scelte nella sua vita personale e in quella musicale.
Fatto così” è il suo ultimo singolo ed è conferma della sua voglia di sperimentare un sound tutto nuovo e di comunicare un messaggio ben preciso attraverso le parole.

Nome: Cristian
Cognome: Biasin
In arte: Crisso
Età: 28
Città: Caserta
Nazionalità: Italiana
Brani pubblicati: Cold, Fatto così
Album pubblicati: Zugzwang
Periodo di attività: dal 2011
Genere musicale: Rap, Hip Hop, Cantautorato
Piattaforme: Spotify, YouTube, Deezer, Amazon Music, ecc.

Crisso

Chi c’è dietro Crisso?

Crisso è la parte intrinseca di Cristian Biasin. Molte volte non saprei dire chi è Cristian Biasin, al momento direi una persona normale che si lamenta continuamente di ciò che la normalità comporta.

Vengo da Caserta e ho 28 anni, mi sono trasferito da qualche mese fuori regione per una supplenza annuale presso un istituto professionale superiore in qualità di docente di Laboratorio odontotecnico.

Crisso è il nome di un personaggio storico, più precisamente di un condottiero gallico: è a lui che si ispira il tuo nome d’arte?

Sì, esatto! La scelta del nuovo pseudonimo deriva in gran parte dal luogo in cui sono cresciuto in provincia di Caserta, nella città di Santa Maria Capua Vetere, un luogo ricco di storia in cui vi sono le rovine di un vecchio anfiteatro romano (il secondo per dimensioni dopo il Colosseo) in cui combatteva Spartaco ed il meno famoso (ma non meno importante) Crisso.

Sono sempre stato un rivoluzionario nel mio animo e mi sono appassionato molto alla loro storia, al coraggio che hanno avuto di combattere un impero da semplici schiavi e gladiatori. Ho sentito un certo tipo di feeling con quel senso di libertà che ognuno di noi dovrebbe far prevalere. Viviamo in una società corrosiva da questo punto di vista, ci si calpesta i piedi a vicenda, continuamente, per raggiungere posizioni importanti che non fanno altro che ingabbiarci, illuderci di una vita sensazionale e liberi quando poi, paradossalmente, ci rende solo schiavi, ma di noi stessi. Diciamo che portare questo nome per me è come avere dei principi e degli ideali da salvaguardare, mi dà forza, e casualmente si accomuna bene anche alle iniziali del mio vero nome.

Ti sei avvicinato alla musica studiando pianoforte, ma presto hai avuto la necessità di andare oltre la musica stessa e di cominciare a comunicare anche tramite le parole. Qual è il tuo percorso all’interno del mondo della musica?

Sono cresciuto in una famiglia di musicisti, mia madre insegna pianoforte, e questa cosa mi ha sensibilizzato parecchio da un punto di vista artistico, mi ha arricchito, mi ha donato le basi su cui tramutare la timidezza e la rabbia in parole.

Verso i 13 anni ho conosciuto il mondo del rap e dell’hip hop: rimasi folgorato, trovai quel genere con cui era possibile dire ogni cosa che volevo, che facesse esplodere quel senso di ribellione che si stava radicando dentro. Già allora mi sentivo diverso, spesso quella diversità mi rendeva vulnerabile, ero sempre preso di mira da qualche bulletto di turno, circondato da musica neomelodica ovunque. Tutto questo mix però, a sua volta, mi scatenava un’energia assurda, dovevo essere colui che avrebbe cambiato le cose e nel mio piccolo sento di esserci riuscito. Cominciai ad entrare nel giro ed aprire tutti i concerti neomelodici che mi potevano capitare, portavo una musica lontana anni luce in quegli anni, immaginate in posti come Scampia, era un contesto totalmente antitetico, sembrava qualcosa di impossibile, eppure, vedendo come si è evoluto il rap e la musica partenopea oggi, si può dire che non abbia fatto nulla di eccezionale.

Nelle tue produzioni hai cercato di mettere insieme moltissime sonorità diverse, immaginiamo quindi che i tuoi riferimenti artisti siano molti vari. Quali sono gli artisti che più ti influenzano?

Ho sempre amato la musica in tutte le sue sfumature, sono cresciuto con Bach, Mozart e tanti altri grandi compositori classici che risuonavano in casa, fin quando poi ho cominciato a spruzzare acqua santa sui posseduti e passare da Marilyn Manson a Nek, dai Queen ai Pooh, dal metal al gospel, insomma, un’insalata mista fin quando poi ho trovato la mia dimensione con Eminem e tutto il rap americano che passava in quegli anni.

Ero completamente ossessionato, vivevo una realtà parallela, camminavo per il mio paese come se vivessi a Detroit o nel Bronx, mi sentivo parte di qualcosa di grande. Crescendo, grazie a quel poco di musica che ho imparato e al primo computer che mi regalarono i miei, ho cominciato a praticare e praticare, e riconoscevo sempre di più di avere un mio stile. Tutto quello che avevo assorbito negli anni, dalla musica classica al dopo, era dentro ogni strumentale che facevo, poi ci mettevo le parole ed ecco che usciva qualcosa di nuovo, di interessante ma, ahimè, anche di poco fruibile ai tanti.

Avvertiamo una forte necessità di voler trasmettere sensazioni ed emozioni attraverso le parole: fai questo con uno stile molto personale, sperimentale e versatile, che va oltre ogni classificazione di genere. Come sei arrivato a definire i tuoi tratti caratteristici?

A volte sento di fare tutto e niente, semplicemente mi lascio andare, o almeno ci provo. Mi domando anche io come riesca a fare certe cose, non seguo un protocollo o una linea ben definita, ma credo che proprio questa libertà che ho mi renda unico e che in rari casi ti renda un artista vero e proprio.

Oggi per me non ci sono grandi personaggi che reputo artisti, per me un’artista è qualcuno che non ha più nulla da perdere e che si concentra su determinati concetti. Trasdurre delle semplice emozioni non fa di te un artista ed io non mi reputo tale, per me ci sono dei livelli di consapevolezza interiore da raggiungere che devono renderti trasparente, donarti una sorta di aura, per cui credo che quello che faccio non sia altro che lo specchio della mia anima, delle varie sfumature di me, della voglia continua di porsi quesiti esistenziali che si prodigano in una continua ricerca personale (caratteristica ereditata da mio padre). Molte volte sono arrabbiato, molte volte mi piango addosso, l’importante è sparare tutte le cartucce e quale miglior mezzo per farlo se non il rap. Paradossalmente sono anche una persona molto metodica, quando mi si rompono degli equilibri mi perdo facilmente, ma al contempo mi piace mettermi alla prova affinché mi adatti a nuove condizioni e diventi più malleabile.

La musica per me, e come per tanti altri, è una terapia, ma anche una maledizione: quando ami troppo qualcosa sei destinato a pagarne le spese. A volte quando sto bene non sono in grado di produrre nulla, credo che sarà sempre come un cane che si morde la coda e che sarà sempre un po’ agonizzante.

Hai cominciato a fare musica sotto il nome di Signor Dream, poi dopo una lunga pausa ti sei ripresentato sotto un nuovo nome. Cosa è cambiato rispetto a prima e perché la scelta di aprire un nuovo capitolo della tua carriera musicale?

È cambiato che ne avevo abbastanza del sistema discografico, avevo bussato a tante porte ed avevo dichiarato un po’ guerra a tutti. Ero stanco di come funzionavano le cose, delle leccate di sedere a cui bisognava prodigarsi, delle continue manipolazioni: quel nome si trascinava dietro troppo di tutto questo, era nato dalla fretta sotto pressione del mio primo produttore, mi dava fastidio anche nominarlo, così ho buttato tutto giù e ho fatto un lungo lavoro su di me. Volevo rappresentare una personalità ben definita e che mi appartenesse, non volevo un nome generico che suggestionasse nulla, volevo qualcosa di forte che potesse colpire l’immaginario collettivo, che avesse dietro una spiegazione logica, un motivo, e che fosse semplice ed incisivo in una sola parola. Così Crisso.

Attraverso la musica e il progetto Crisso stai portando avanti un ideale di libertà artistica, lo stesso che poi ha comportato molte scelte nella tua vita personale e in quella musicale. Cosa stai cercando di comunicare?

Da quando è nato Crisso è cambiato finalmente l’apporto alla musica che avevo prima. Sono ancora più autocritico, mi sento fermo e coerente su quello che voglio essere e comunicare, su quello da cui voglio stare lontano, come il business musicale e quello che concerne la discografia.Voglio che la gente avverta questo, che condivida la causa e che torni la bellezza artistica di una volta.

Con Crisso, già dall’inizio, posso ammettere di aver riscontrato lentamente la differenza in chi mi ascoltava, ai loro occhi ero diventato più credibile, avvertivano il cambiamento e che dietro ci fosse qualcosa di nuovo che mi spingeva: la voglia di farmi conoscere per quello che sono realmente, abbassare le maschere e comunicare senza filtri. Questo fa sì che l’ascoltatore non sappia mai cosa aspettarsi, il che può essere un pregio ed anche un difetto, ma questa libertà per me è qualcosa che andrebbe esaltata ed emancipata sempre più, specialmente ora, in un periodo in cui sembra di ascoltare sempre le stesse cose, gli stessi motivetti, dei copia e incolla spaziali. Molti ovviamente penserebbero che dica questo solo perché non ho raggiunto la fama e il successo.

Crisso si è mostrato ufficialmente a tutti lo scorso anno con “Zugzwang”, un album molto vario dalle fattezze underground. Come nasce questo progetto e cosa ha significato per te?

Zugzwang” per me ha rappresentato la svolta che volevo: il mio primo vero album da indipendente in cui finalmente dare sfogo ad ogni mia fantasia. Volevo toccare nuove sonorità, far sì che fosse la cavia dei miei nuovi esperimenti e, soprattutto, non volevo condizionamenti. Ho potuto inserire lavori come “Intro” e “Salvini” che presentano un arrangiamento molto frivolo nato da casa senza nessun ‘agente esterno’, mi piaceva l’idea di rusticità musicale. Ho realizzato dei video fatti apposta con il cellulare per evidenziare proprio la mancanza di risorse economiche ed essere quanto più ‘real’ possibile.

Con “Zugzwang” volevo semplicemente mettermi più a nudo, essere me stesso, cominciare una nuova storia senza sotterfugi.

“Fatto così” è il tuo ultimo singolo ed è conferma della tua voglia di sperimentare un sound tutto nuovo e di comunicare un messaggio ben preciso attraverso le parole: con questo brano sei riuscito a far avvicinare il rap allo stile cantautorale italiano, facendoli convivere alla perfezione. Cosa puoi dirci di più su questa produzione?

Fatto così” è un brano che avrebbe dovuto far parte di “Zugzwang”. Per la voglia di tornare in campo che avevo poi l’ho tagliato fuori in quanto avrebbe posposto l’uscita dell’album.

Anch’esso presenta sonorità differenti, è un brano scritto a cuore aperto ispirato da ripetute discussioni con mia madre in cui le rispondevo sempre “sono fatto così”. Questa frase mi fece riflettere, era come se volessi dimostrare a tutti i costi di avere ragione e che se continuavo a fare gli stessi sbagli purtroppo non potevo farci nulla, evidentemente sono fatto così, non devo cambiare per te o per gli altri, o mi ami o mi odi. Queste discussioni finivano quasi sempre con questa frase, così da li ho voluto trarne una canzone.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Per il momento ci sarà presto un nuovo singolo in uscita che sarà un omaggio ad un grande uomo rivoluzionario della nostra storia che mai viene ricordato come dovrebbe essere. Per il dopo sto sperimentando nuove sonorità che spero potranno confluire in un EP.

A volte perdi l’uso della penna, ed è necessario fermarsi un po’ a riflettere, e fare ‘cassa’. Vedremo!

C’è qualcosa che vorresti dire ai nostri lettori?

Rispettatevi sempre e non perdete mai la vostra integrità morale, ascoltate buona musica e non chiamate “artista” o “arte” qualunque cosa vi faccia supporre lo sia.

Crisso for Siloud

Instagram: @crisso_official
Facebook: @Crisso.Officialpage

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