InTheArt: Silvia Macaluso (Artiket), interview

Il lato artistico di Silvia Macaluso si chiama Mmarla e il suo progetto prende il nome Artiket. Con uno stile inconfondibile, la sua caratteristica è quella di disegnare su fogli che hanno già una ‘storia’, che siano pagine di un libro, scontrini o qualsiasi altra cosa. Una delle tematiche sensibili dietro l’arte del progetto Artiket è quella legata al mondo delle donne, intese come simbolo di eleganza e fragilità.
Il lato comune di Silvia, Mmarla e Artiket? Silvia.

Nome: Silvia
Cognome: Macaluso
Anni: 20
Città: Roma
Nazionalità: Italiana
Professione: Studentessa

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Ciao Silvia, parlaci di te!

Ciao a voi ragazzi, intanto volevo ringraziarvi per questa opportunità. Mi presento: sono Silvia Macaluso, in arte Mmarla, e ho vent’anni. Sono di Roma e sono una studentessa di Giurisprudenza, una maestra di tennis e nel tempo che mi ritaglio tra i vari impegni sono anche un’artista.

“Mmarla” è il lato artistico di Silvia, il suo alter ego: perché questo nome?

Il nome “Mmarla” si rifà al personaggio femminile del film “Fightclub”, un personaggio che definirei eccentrico e cupo allo stesso tempo, che il regista descrive come “il taglietto sul palato che si rimarginerebbe se la smettessi di stuzzicarlo con la lingua, ma non puoi”.

Questa frase mi sembrava perfetta per rappresentare sia me che la mia arte, che stuzzica il taglio sociale di un presente avvilente e allo stesso tempo rappresenta Silvia, che essendo molto testarda mi sono sentita presa in causa. Per quanto riguarda la doppia “M” la definirei fondamentale, simboleggia infatti il mio cognome Macaluso.

I tuoi progetti hanno alla base un tuo amore per l’arte. Come nasce la tua passione per questo mondo e quando si è trasformata in un lavoro?

La mia passione per l’arte in generale come macroargomento credo sia innata, da quando sono piccola che mi basta un foglio e una matita per sedarmi. Poi tre anni fa ho deciso di creare una pagina su Instagram con i miei lavori (@artiket_) e vedendo che molta gente era interessata ad avere uno “scontrino”, sotto consiglio del mio migliore amico ho deciso di iniziare a venderli. Poi piano piano sono incrementati i progetti, sia per quanto riguarda scontrini in sé, sia per stampe per le magliette di vari brand, ma anche per copertine musicali e via dicendo.

La tua vita va in due direzioni diverse: da un lato sei una studentessa di Giurisprudenza, dall’altro porti avanti i tuoi progetti artistici. Cosa accomuna questi tuoi lati diversi?

Il filo conduttore è SILVIA. Mi spiego, credo che la mente sia in grado di ragionare in maniera selettiva, quindi non ci vedo nulla di strano a fare arte da giurista. Anzi come nelle mie opere c’è molto di quelle che sono le mie esperienze personali o le mie opinioni, queste ultime traspaiono anche nel modo di assimilare ed esporre ciò che studio.

Ci metto sempre del mio insomma, a prescindere dall’ambito non sono solita seguire schemi prefissati o regole. Credo che le regole siano inutili nei limiti dell’intelligenza, ma so anche che questo mondo, come il corpo umano che è fatto per il 75% d’acqua, è fatto del 75% di regole quindi a parer mio più hai conoscenza di queste ultime più sei in grado di muoverti o ‘aggirarle’ in quanto norme finite e metterci del tuo. Allo stesso tempo, come con i miei disegni denuncio delle ingiustizie, vorrei diventare giudice per riuscire a limitare queste ultime. Poi che dirvi su questa domanda, potrei parlare per ore.

Un altro aspetto che ritengo molto importante nella relazione tra queste due parti della mia vita è il fatto che ogni artista di per sé è megalomane e in una visione Shellinghiana della situazione sfida l’atto divino del creare; analogamente il giudice, cosa c’è sulla Terra di più megalomane del “vostro onore”? E quale sfida alla divinità se non quella di decidere, giuridicamente parlando, ciò che è giusto? Ecco credo siano questi gli aspetti che accomunano queste due parti della mia vita.

Cos’è il progetto “Artiket”?

Che domanda particolare, non saprei rispondere. Posso dirvi che è un progetto nato per gioco e che si sta trasformando in una cosa importante in cui cerco di dare il 100% di me stessa. Ad oggi è ancora tutto o niente, è lo spessore fragile di un ideale. Cosa sarà? Lo scopriremo solo vivendo, come direbbe Vasco.

La caratteristica di Mmarla è quella di disegnare su fogli che hanno già una ‘storia’, che siano pagine di un libro, scontrini o qualsiasi altra cosa. Perché questa scelta e qual è stata la prima volta?

Ho scelto lo scontrino come concept poiché è una denuncia alla mercificazione del mondo. È stata un’idea dettata dal caso, dovevo fare un disegno per mia madre e non avevo fogli sulla scrivania e data la mia pigrizia ero davanti a un dubbio amletico del tipo: “mi alzo o non mi alzo?”. Fatto sta che, come spesso capita, la pigrizia conduce i giochi 1 a 0 e quindi pur di non alzarmi ho deciso di disegnare su uno scontrino che avevo sulla scrivania. Ho capito subito che era una figata e da lì non ho più smesso.

Nei tuoi disegni convergono molte tendenze artistiche e su Faccecaso hai definito il tuo uno stile “punk pop”. Quali sono i caratteri principali della tua arte?

In primis una denuncia del sociale e della vuotezza di alcune situazioni il tutto rivisitato in chiave ironica. Per quanto riguarda invece le tecniche, l’utilizzo di colori accesi (primo tra questi il rosso, simbolo di passione) e i contorni ripassati con il pennarello nero che servono a staccare la storia del mio disegno dalla storia della ricevuta fiscale.

I soggetti delle tue opere sono molti vari ma ben definiti. Come scegli un tema da trattare?

Sono i temi a scegliere me, qualsiasi cosa che mi infastidisce o sento che stride dentro. Che sia una situazione di un’esperienza personale o semplicemente situazioni esterne. È un meccanismo inconscio.

Qual è l’opera a cui tieni di più e quale, secondo te, la meglio riuscita?

Non uso i titoli di solito poiché ritengo siano dei recinti per il pensiero quindi vi allego le opere. Quella a cui tengo di più per il messaggio che porta è quella delle tre donne che si spogliano con all’interno il disegno di alcuni manichini. Quest’opera ha due significati molto diversi tra loro ma accomunati dal fatto che le persone in generale, ma in particolar modo le donne con il proprio corpo, hanno il dovere di farne ciò che vogliono.
Il primo messaggio che volevo portare è contro lo stupro: se una donna è vestita in modo provocante non è assolutamente una giustificazione per uno stupro, una donna vestita in maniera provocante non è il manichino di nessuno. Una donna è libera di vestirsi come vuole senza dover avere l’ansia di essere colpevole nel caso venga stuprata da un animale. Una donna è libera di vestirsi come vuole.
L’altro messaggio che volevo trasmettere riguarda i problemi alimentari, quello del non cercare di stereotiparsi coi manichini senz’anima che ci impongono come ideali di bellezza. Ogni corpo racconta una storia e con questo non voglio fare l’ipocrita, ero un’atleta io quindi diciamo che ho sempre avuto un bel fisico e ci ho sempre fatto caso. Sono la prima autocritica e perfezionista, ma per un pensiero mio e non imposto da ideali esterni, se voglio cambiare una cosa del mio fisico la cambio perché a ME NON PIACE NON PERCHÈ NON È CONFORME AL MANICHINO A CUI LA SOCIETÀ MI FA CREDERE CHE IO DEBBA ASSOMIGLIARE PER SENTIRMI IN PACE CON ME STESSA O BELLA.

Silvia Macaluso, tre donne

Credo che quella meglio riuscita invece sia la donna che si masturba su un telefonino. Rappresenta la schiavitù digitale di non avere neanche più un’intimità, spiattellando qualsiasi cosa sui social e allo stesso tempo l’autoerotismo nel preferire una stories ad una storia d’amore a preferire chi ti porta un like in più su Instagram rispetto a chi ti dona il cuore.

Silvia Macaluso, donna con telefono

Una tematica a cui tieni tanto è quella legata al mondo delle donne. Di cosa ti fai portavoce attraverso la tua arte?

Ritengo che la donna sia simbolo di eleganza e fragilità. Con la mia arte vorrei cercare di far capire alle donne che per essere tali devono darsi un valore. Non c’è niente di più vuoto di una donna che si rende l’esca perfetta per avere addosso gli occhi viscidi di maschi. Io credo che una donna debba voler addosso gli occhi di uomo che la guarda con ammirazione. Il maschio cerca la volgarità e la disponibilità nel cliché e, se tu diventi l’esca che loro vogliono stereotipata e priva di qualsiasi anima o valore, gli occhi che avrai addosso sono occhi senza ammirazione e senza rispetto. Diventi un oggetto e la cosa peggiore è che loro stesse si rendono oggetti e appagano il loro bisogno di attenzione con quegli sguardi.
Sono cresciuta con degli esempi che mi hanno sempre insegnato a darmi un valore a voler essere guardata con ammirazione e rispetto per l’essenza della mia anima. Anche a costo di tirarmela come se l’avessi inventata, ma sono i rischi del mestiere (ahaha).

Questo è il messaggio che cerco di trasmettere: quello di avere una dignità, quello di cercare sempre di essere il più che mancava o di cui si sente la mancanza non ciò che vogliono che tu sia per appagare il loro ego, perché cosi facendo sei niente, sei vuota, sei un oggetto che tutti vogliono non perché sei speciale ma semplicemente per un “ce l’ho, ce l’ho, mi manca”. Sono sempre stata la figurina mancante per completare l’album e vorrei che passasse il mio messaggio cosi da non dover mai più essere assimilabili a delle
figurine Panini.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro e quali, invece, i tuoi sogni?

Progetti per il futuro quello di essere felice, di riuscire a realizzarmi umanamente, lavorativamente e artisticamente.

I miei sogni, beh, il Moma.

C’è qualcosa che vorresti dire ai nostri lettori?

Sì, che vorrei essere un’artista ma non ho tempo!

Silvia Macaluso for Siloud

Silvia Macaluso, arte

Instagram: @artiket
Credits: Paolo Canto

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