InTheMusic: Mira, interview

Nadya Borzak, come dice lei stessa, viene da una famiglia meticcia: papà italo-americano e mamma russo-israeliana. Il suo nome d’arte è Mira e lo scopo di fondo del suo progetto musicale è quello di riportare l’attenzione sul contenuto e non sulla forma e quindi di guardare oltre l’immagine. Sta cercando di creare un rapporto con le persone proprio attraverso la musica: parla della quotidianità proprio per far sì che chiunque la ascolti possa rispecchiarsi, almeno un minino, nei suoi testi. “Rosso Tiziano (Toro)“, il suo ultimo singolo, le ha permesso di aprirsi al suo passato e di parlare espressamente di una parte di lei.

Nome: Nadya 
Cognome: Borzak
In arte: Mira
Età: 25
Città: Roma
Nazionalità: Italo-russo-americana
Brani pubblicati: Afa, Post Sbornia, Tabula Rasa, Rosso Tiziano (Toro)
Periodo di attività: dal 2019
Genere musicale: Pop, Rap, Indie, R&B
 Piattaforme: YouTube, Spotify, Apple Music, Deezer, Amazon Music, ecc.
Mira

Chi c’è dietro Mira?

Bella domanda! Scherzo. Dietro Mira ci sono io, una ragazza di 25 anni, di Roma. Vengo da una famiglia meticcia: papà italo-americano e mamma russo-israeliana. I miei genitori avevano pensato bene di farmi diventare super responsabile sin dalla tenera età regalandomi altri cinque marmocchi (sono la più grande di sei figli).

Nella vita cerco di sopravvivere, sarei una specialista di marketing, ma ho fatto un botto di lavori diversi quindi manco mi definisco più “specialista di marketing digitale”.

In cosa ti rappresenta il nome d’arte che utilizzi?

Il mio nome d’arte è “Mira“. Quando questo progetto è nato, volevo un nome d’arte che rappresentasse il nocciolo del progetto, ovvero l’importanza di riportare l’attenzione sul contenuto e non sulla forma e quindi di guardare oltre l’immagine (Mira infatti é spagnolo per “guarda”).

Oltre a questo significato, il nome é anche un omaggio a una delle più belle esperienze della mia vita: quando avevo 17 anni mi ritirai in un monastero in Grecia per motivi di abuso di sostanze. A un certo punto, la madre superiora mi aveva comunicato che volevano farmi diventare suora (la mia risposta ovviamente è stata: “boni tutti, vabe che vabe, come se dice a Roma, ma suora anche no“). E il nome che avrei dovuto portare era “Mirafora” (portatrice di Mirra). Quindi, quando ero alla ricerca di un nome d’arte, ho pensato che questi due significati avrebbero dato vita ad un nome d’arte bello.

Sei cresciuta tra gli Stati Uniti e l’Italia e la musica è sempre stata al centro della tua vita. Quando ti sei avvicinata seriamente a questo mondo?

Mi sono avvicinata seriamente alla musica verso i 18 anni. All’epoca facevo parte di una rock band e con loro avevo partecipato a molti contest, vari workshop con grandi produttori e personaggi della discografia italiana. La band si sciolse e allora misi su un quartetto di musica popolare romana ed era una cosa che andava abbastanza bene. Eravamo riusciti a suonare in diversi posti a Roma e nel Lazio, quindi bomba.

Nel 2015 mi sono trasferita in Irlanda, dove avevo iniziato a studiare e lavorare, e la musica si era trasformata più in hobby, ahimè. Nonostante ciò, sapevo in cuore mio che l’unica via per una mia vita felice è campare di musica (e per campare intendo riuscire a pagare l’affitto e le bollette grazie alle mie canzoni, non pretendo molto!). Per questo motivo, quando sono tornata a Roma, ho capito che se in effetti era una cosa che volevo trasformare da passione in lavoro, dovevo mettermici sotto e lavorare sodo per questo. E quindi é da quasi un anno che mi sono avvicinata con un approccio molto più serio al mondo della musica.

Sappiamo che non ami etichettare la musica ecco perché, più che di generi, vorremmo sapere da te quali sono gli artisti che ti influenzano maggiormente!

Sì, non amo etichettare la mia musica, ma soprattutto non amo etichettare me con un unico genere. Ho sempre ascoltato più generi musicali, in maniera più o meno approfondita. Nella mia playlist troverete musica ecclesiastica russa, musica bizantina ed araba, afrodance, ma anche Chaijkovski, Bach, passando per il rap anni ’90 americano e non solo, al K-pop, e infine la mia amata Techno. Questo credo mi permette di fare quello che faccio nelle mie canzoni, ovvero passare da uno stile e genere all’altro senza sottolinearne troppo la differenza. Non ho mai avuto un artista preferito (non so perché, a dir la verità non ho mai avuto nulla di preferito), però ci sono dei generi che ascolto più volentieri degli altri, tipo il rock, il blues, il funky, il soul e gospel, musica araba, house e techno.

Scrivi da molto tempo: la prima poesia a 9 anni, la prima canzone poco dopo. Quando nasce, invece, il progetto Mira e con quale scopo?

Il progetto Mira nasce nell’estate del 2019 grazie alla collaborazione con Andrea Allegritti, in arte TaDah. Ci siamo conosciuti grazie ad un amico in comune e, dopo aver sentito un mio brano su YouTube, “Indya”, Andrea si è mostrato interessato a provare a fare qualcosa insieme. Spiegai a TaDah lo scopo principale del mio progetto, ovvero quello di riportare l’attenzione sul contenuto di quello che gli artisti dicono, distogliendo sempre di più lo sguardo dall’immagine e andando oltre questa.

Quando sono tornata a Roma mi sentivo molo a disagio vedendo la scena musicale del momento. Io ho studiato musica classica, non sapevo usare i software per produrre la musica, non sapevo utilizzare i canali di distribuzione, avevo perso tutti i contatti, e soprattutto, non cantavo con il tune. Ho avuto come l’impressione che ormai la musica in Italia stava diventando sempre di più sinonimo di successo, di ricchezza, di fama e gloria e non più vista come una disciplina che andava praticata e migliorata fino alla perfezione massima. Dunque, avevo pensato che ci fosse stato bisogno di un mio contributo affinché la musica non venisse vista come un qualcosa di rovinato. Oltre a ciò, notai come vigeva una ‘dittatura’ per quanto riguarda il genere: o si fa trap o indie. E io non sono nessuno dei due, ma riesco a fare entrambi. Quindi ho sentito la necessità di portare un progetto che avesse come scopo secondario quello di educare l’ascoltatore ad un ascolto trasversale da punto di vista di generi. Ogni mia traccia appartiene ad un genere diverso, portando però affinità in termini di stile, penna e voce.

Stai cercando di creare, attraverso la musica, un rapporto con le persone: parli della quotidianità proprio per far sì che chiunque ti ascolti possa rispecchiarsi, almeno un minino, nei tuoi testi. Più nello specifico di quale tematiche tratti?

Quando si è adolescenti, si passa attraverso una fase durante la quale si sente come se i propri problemi e le proprie esperienze siano unici e che nessun altro possa capire. Riflettendo su questo, ho capito che in verità le esperienze di ognuno di noi sono simili, cambia il quando, il dove e il come avvengono, ma di base sono simili.

Ognuno di noi ha avuto il cuore infranto dal primo amore, ognuno di noi si é sbronzato, ognuno di noi ha litigato con amici, genitori, fratelli. E visto che per me la musica è uno degli strumenti più efficienti per non sentirsi soli, proprio perché riusciamo a riconoscerci nelle parole e nelle esperienze di altri, ho deciso di trattare argomenti e tematiche di quotidianità, affinché ognuno possa rispecchiarsi nei miei testi a modo proprio. Per esempio, il mio primo singolo “Afa” è una canzone d’amore a tutti gli effetti. Se l’ascolti, sicuramente ti verrà in mente quella persona che è il tuo ossigeno in una giornata piena d’afa e rende le cose migliori. Per quanto la canzone possa essere autobiografica, ci sono comunque degli elementi nel testo che se li senti dici: “c***o, pure io faccio questo”. Per esempio, nella prima strofa: “all’incrocio che mi metto il mascara e sistemo la mia faccia un poco malconciata”. Trovatemi una ragazza che non si sistema il viso mentre è imbottigliata in traffico andando a lavoro! Sono queste cose piccole, questi momenti di routine che permettono a chi ti ascolta rispecchiarsi e fare la canzone propria da una parte e dall’altra interpretarla basandosi sulla propria esperienza. Nel mio secondo singolo “Post Sbornia“, parlo di una tipica post sbornia. Racconto ricordi di adolescenza misti a quelli della vita da ventenne e le prime responsabilità, con un tono ironico e a volte malinconico.

Stai facendo conoscere le tue qualità con un sound che mescola indie, rap e un pizzico di elettronica. Come stai ricercando uno stile che ti rappresenti sempre di più?

Ho la fortuna di aver incontrato un produttore con una conoscenza musicale infinita. Mi fido ciecamente di Andrea e delle sue produzioni musicali e credo che lavoriamo molto bene insieme, in quanto entrambi ricerchiamo un sound diverso e completo, sia da un punto di vista di produzione musicale che di melodia e testo. Diciamo che io cerco di essere più naturale possibile. Mi piace mischiare, come ho già detto, più generi e stili, e credo che questo stia diventando sempre di più il mio punto di forza e il mio ‘marchio’.

Quando mi metto a scrivere un nuovo pezzo, ascolto la base in loop fino a che le parole non escono da sole e non si mettono in fila una dopo l’altra nel modo più naturale. Cerco di immaginarmi una storia e descriverla nel miglior modo possibile, traducendola con un ritmo specifico. Mi spiego: se tratto un argomento che respira una sensazione di ansia o di estasi, descrivo questa sensazione con un ritmo serrato che va ad emulare il battito cardiaco forte; se tratto un momento che ricorda una sensazione malinconica, vado ad utilizzare un ritmo più lento, concentrandomi sulla pronuncia di certi suoni piuttosto che altri. E cosi via.

Su Spotify sono presenti diversi singoli firmati Mira. Come nascono e cosa li accomuna?

Su Spotify per ora sono presenti quattro singoli, tutti prodotti da TaDah con la collaborazione di Nicola Cosentino per chitarra e bass, e Mattia De Masi (in arte MDM) per quanto riguarda mix e master.

Il primo singolo, uscito a settembre 2019, si chiama “Afa“. Ho scelto di chiamarlo così in quanto venivo da un momento di afa e molto stagnante ed ero riuscita a trovare il mio ossigeno, ovvero la musica e la persona che amo. La canzone stessa parla di una mia giornata tipo. Quando l’ho scritta lavoravo in una gelateria e mi rodeva un botto andare a lavoro. Anche perché lavoravo in un quartiere molto ricco di Roma, dove le persone ti guardano dalla testa ai piedi e pensano che solo perché fai un lavoro umile, vali poco. Questo primo singolo era la prova ufficiale del progetto. Quando mi sono conosciuta con TaDah avevamo deciso di fare un primo singolo, vedere come sarebbe uscito fuori, quale feeling ci fosse in studio e la reazione da parte del pubblico. La canzone fu molto apprezzata ed é quello che piano piano ci ha iniziato a mettere ‘sulla mappa’.

Dopo qualche mese, a novembre, abbiamo pubblicato “Post Sbornia“. E questa era la prova del nove, nonché dimostrazione che il progetto funziona davvero. Se Afa era un pezzo mezzo pop mezzo trap melodico, Post Sbornia è una traccia totalmente indie in termini di produzione musicale: chitarra molto tranquilla, con un assolo di elettrica, e una batteria molto semplice. Nonostante ciò, è una delle mie preferite. A dir la verità, non sapevo bene cosa scrivere su questa produzione. Mi ricordo che cercavo un argomento da trattare, un qualcosa che potesse andare bene con quella musica. Poi, una sera che andai a cena dai miei genitori, uscì a fumare una sigaretta e mia madre mi disse: “mettiti la giacca che fa freddo”. E mentre stavo fumando quella ciospa, è nata Post Sbornia, grazie a mia madre che mi ha ricordato di mettermi la giacca. Ogni tiro di sigaretta cercavo di scavare nei miei ricordi dell’adolescenza, di quando tornavo a casa alle 8 del mattino e mia madre rompeva le scatole e le unica cosa che riuscivo a dire era: “a ma, e lassame sta”.

Per inaugurare il 2020, abbiamo regalato al mondo “Tabula Rasa”, una cosa ancora più diversa dalle altre due. Qui entriamo in un mondo pop rock, con un po’ di rap e r&b. Tabula Rasa é a questo punto la presentazione di Mira. Se prima avevo fatto entrare l’ascoltatore in alcuni momenti della mia quotidianità e ricordi, ora bisognava presentarsi per bene. E quindi Tabula Rasa é un viaggio nella mia Roma, é un viaggio nel mio mondo, nei miei pensieri accompagnati da una chitarra molto fluida e allo stesso tempo calda.

Il mio ultimo singolo è uscito da pochissimo e si chiama “Rosso Tiziano (Toro)“. Qui ci affacciamo al mondo dance, in quanto la gente deve ballare e, come ho detto prima, amo la dance e la techno, quindi per me é stato una bomba lavorare a questo pezzo. Tengo molto a questa traccia in quanto è stata assolutamente terapeutica. Per molto tempo non riuscivo a parlare espressamente nelle mie canzoni dei miei problemi con la droga, ma quando ho sentito la base di TaDah mi sono detta: “quale migliore occasione di fare pace col proprio passato da rimastica tossica che scrivendoci un pezzo su un beat con una cassa cosi bella, dritta, forte”. In particolare, ho deciso di parlare della mia K-hole (OD da Ketamina). Il brano é il viaggio di “Mira come Alice giù per il tunnel” che incontra lungo la sua discesa molte cose. E ho deciso di intitolarla “Rosso Tiziano”. Mi ricordo che quando stavo fatta di MD mischiata ad altra roba vedevo i colori molto più forti, in particolare il rosso. E il “Rosso Tiziano” é un rosso molto forte, molto acceso.

Hai avuto modo di esibirti e di far conoscere la tua arte già molte volte. Una tua caratteristica è quella di vestirti da panda ad ogni live. Che significato ha questa scelta?

Sì, mi sono esibita un pochino a Roma, anche se inizialmente il piano era quello di produrre un EP e poi suonare tanto dal vivo, ma vista la situazione Covid abbiamo rimandato l’uscita della mia opera prima. Il panda (ahahah) è il mio animale preferito.

La prima volta che abbiamo suonato dal vivo non sapevo cosa mettermi. E io non sono la tipica ragazza che va a fare shopping, non sono mai stata super femminile, anzi sono molto punkabbestia, quindi la femminilità non è il mio forte (ammetto di avere quei momenti in cui mi metto un vestito ma è raro). Quindi non sapeva cosa mettermi, come truccarmi e questa cosa mi faceva innervosire, perché convenzionalmente quando un artista si esibisce, in particolare modo donna, l’immagine è chiave. Devi essere bella, devi essere sexy, o comunque appetibile, o con un look particolare. Ho pensato: ma perché mi devo vestire più elegante di chi mi ascolta o devo avere un look più importante/particolare di chi viene a vedere? Perché ci deve essere questa barriera tra me e chi m’ascolta? Solo perché sto su un palco? No. E poi, se mi vestissi bene, mi facessi tutta figa, rischierei che l’attenzione si sposti sull’immagine e sulla forma e non più sul contenuto.

Mi ricordo che passando dal cinese sotto casa ho visto il costume da panda e mi sono detta: “mo a chi viene a sentirmi, je do no show de quelli che manco s’immagina”. E così fu, nessuno si aspettava di vedere un panda canterino. E spiegai a tutti il motivo del panda, e funzionò! Oltre a questo, il panda è il mio animale preferito, è la mia essenza ed è l’animale spirituale della mia musica.

Mira panda

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Al momento sto per far uscire altri due singoli che faranno parte di un album previsto per l’anno prossimo. So che nulla succede overnight e ho tutto il tempo e pazienza del mondo. In questo momento, la cosa più importante è creare, lavorare sodo ed evangelizzare il mondo con la #pandawave.

C’è qualcosa che vorresti dire ai nostri lettori?

Ognuno di noi ha un proprio panda dentro, non abbiate paura di tirarlo fuori. Se con questa intervista sono riuscita a incuriosirvi, vi aspetto sul mio profilo Instagram e Spotify per addolcire le vostre giornate. Benvenuti nella #pandawave.

Mira for Siloud

Instagram: @miraqueojos

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