InTheMusic: Bluedaze, interview

I Bluedaze sono una band dream/psych pop nata nel 2017 in provincia di Varese – a due passi dal Lago Maggiore – da un’idea di Elisa (voce e chitarra), Nicolò (batteria), Manuel (chitarra) e Francesco (basso e synth). Il progetto musicale che vi vede insieme nasce nel 2017, in provincia di Varese. La loro musica ha sembianze molto inglesi, un soft rock d’altri tempi con molti elementi di novità che lo rendono molto attuale. “Hodad” è il vostro primo singolo online che anticipa anche l’uscita del vostro album.

Band: Bluedaze
Componenti: Elisa Begni, Manuel Cazzola, Nicolò Cagnan, Francesco Sergnese
Età: 33, 29, 27, 24
Città: provincia di Varese
Nazionalità: Italiana
Brani pubblicati: Hodad
Periodo di attività: dal 2017
Genere musicale: Dream Pop, Psych Pop
Piattaforme: Spotify, Apple Music, Deezer, Amazon Music

Chi sono i Bluedaze?

I Bluedaze sono una band dream/psych pop nata nel 2017 in provincia di Varese – a due passi dal Lago Maggiore – da un’idea di Elisa (voce e chitarra), Nicolò (batteria), Manuel (chitarra) e Francesco (basso e synth). Tre di noi lavorano per una web-radio di Corgeno, il quarto costruisce elicotteri, lasciamo indovinare a voi chi.

In generale, la musica ricopre un ruolo fondamentale nelle nostre vite. Ci interessa rimanere al passo coi tempi negli ascolti e cerchiamo sempre cose nuove da condividere tra di noi per rinnovare costantemente le nostre ispirazioni.

Il vostro nome d’arte sembra essere l’unione di due parole inglesi: a cosa rimanda nello specifico?

Innanzitutto, “Bluedaze” è il nome di un fiore. Inoltre, come facevate notare, è l’unione di due parole: la prima “blue”, che rimanda ad un mood un po’ malinconico e a quelle giornate “un po’ cosi”; “daze” invece, letteralmente significa “sballo, torpore”, un termine che rimanda alla psichedelia, di cui siamo grandi fan. L’unione delle due parole crea appunto un contrasto emotivo che ci sembrava perfettamente calzante con il messaggio che volevamo trasmettere.

Il progetto musicale che vi vede insieme nasce nel 2017, in provincia di Varese. Perché avete deciso di creare qualcosa insieme e con quale obiettivo?

Quando ci siamo trovati, tutti venivamo da esperienze musicali diverse, ma tutti sentivamo il bisogno di fare qualcosa di nuovo e di ritornare a suonare dal vivo, dato che ognuno per un motivo o per l’altro era fermo da un po’. All’inizio siamo andati lentamente, esplorando tante possibilità diverse, poi col tempo abbiamo imparato a conoscerci, abbiamo condiviso esperienze e negli anni abbiamo trovato una linea comune che alla fine ci ha portati qui. Fondamentale è stato anche l’incontro con Martino Cuman che ha prodotto il disco e ci ha dato l’ultima chiave di lettura che ci mancava per esprimere al meglio quello che siamo come band e come gruppo di amici.

La vostra musica ha sembianze molto inglesi, un soft rock d’altri tempi con molti elementi di novità che lo rendono molto attuale. Quali sono i vostri riferimenti musicali?

È più facile dire quali non sono i nostri riferimenti, perché durante la lavorazione di questo disco abbiamo ascoltato di tutto. Khruangbin, Tame Impala, Big Thief, Lana Del Rey (tantissimo), Air, Beach House, King Krule, Yellow Days, Jungle, Parcels, King Gizzard and The Lizard Wizard e un’infinità di altri artisti. Poi pescando un po’ da uno un po’ dall’altro, siamo arrivati a definire quello che noi (sportivamente e senza umiltà) chiamiamo “The Real Buedaze Sound” e che, come dite, si rifà un po’ ad ‘altri tempi’, cercando però di non marcare troppo determinati cliché musicali ed estetici, che renderebbero il tutto molto impersonale.

Vi definite una band dream/psych pop: quali sono gli elementi caratteristici della vostra musica?

In generale, Skysurfers (il nostro disco che uscirà il prossimo autunno) non segue una linea molto definita. Ci sono elementi di dream pop, quindi atmosfere sognanti e sintetizzatori, mentre in altri momenti le sonorità si fanno più garage, con chitarre acide e fuzz zanzarosi; poi un po’ di surf music, psichedelia e soul per amalgamare il tutto in un mix di elementi che però restituisce un’idea ben definita di ciò che siamo. In generale, non cerchiamo di limitarci ad una serie di elementi che caratterizzano un determinato genere, ma cerchiamo di mettere insieme tanti spunti diversi per costruire un’idea sonica che rimanga sempre coerente, nonostante le diverse influenze che puoi trovare all’interno.

Dalla vostra fondazione ad oggi, immaginiamo che abbiate molto affinato la vostra ricerca di un sound e di uno stile che vi rappresentassero al meglio. Come descrivereste il vostro percorso nella musica?

Come dicevo, siamo tutte persone che vivono di musica, perciò tutta la nostra vita gira intorno a questo. Tutti abbiamo avuto e abbiamo ancora altri progetti, Elisa cantava nella Terza Pietra dal Sole, Nicolò era il batterista dei Why Desperados, Manuel suona ancora con The Unsense e Francesco con altri progetti come !Kung San, Cromo e Fake Producer. Il nostro background come musicisti spazia dall’indie rock, alla new wave, allo stoner alla techno, al metal. Tra di noi c’è chi studia musica da tutta la vita, chi invece è un maestro nella ricerca sonora, chi ha la sensibiltà per capire tutte le sfumature di cui un brano ha bisogno e chi è in grado di dettare i tempi di lavoro in modo da perdere meno tempo possibile e armonizzare tra loro tutte le fasi creative. Quello che ci lega è che siamo persone alle quali non piace fossilizzarsi su un unico modo di fare le cose. Ci piace lavorare con la musica partendo sempre da punti di vista diversi, altrimenti ci risulterebbe estremamente noioso fare questo lavoro.

Vorremmo conoscere più da vicino le modalità con cui si è sviluppata questa ricerca. Su quali aspetti della vostra musicalità avete lavorato?

Il percorso che ci ha portato dove siamo ora è stato lungo e tortuoso. All’inizio non avevamo ben chiaro dove volevamo arrivare e ad essere sinceri nemmeno da dove stavamo partendo. Poi col tempo abbiamo imparato a essere complementari tra di noi, senza snaturare le influenze di nessuno dei singoli, ma spingendo ognuno a superare i propri limiti ed ad uscire dalla propria confort zone. Dopo credo un anno e qualche mese di prove abbiamo trovato qualcosa che si avvicinava ad una quadra, ma in realtà eravamo ancora lontani da quello che sono ora i Bluedaze. Con l’inizio della collaborazione con Martino Cuman abbiamo trovato quella che era davvero l’essenza del nostro progetto. Lui ci ha insegnato ad avere un linguaggio comune e ci ha dato tanti spunti che mettevano insieme il marasma di idee che avevamo in testa. Così nei mesi antecedenti all’ingresso in studio, abbiamo lavorato in maniera molto più focalizzata e siamo riusciti a sintetizzare gli elementi che ora fanno parte della nostra musica.

“Hodad” è il vostro primo singolo online che anticipa anche l’uscita del vostro album. Come nasce questo singolo?

Come dicevo, il nostro percorso è stato abbastanza tortuoso, quindi è difficile dire con esattezza dove e quando ogni brano ha preso forma. Hodad, come molti degli altri pezzi, ha subito una lunga serie di riarrangiamenti, tra i quali è complicato tracciare una linea ben definita. Quello che ricordo con certezza è che l’idea del brano è nata dopo aver visto la performance di L.A. Salami a A COLORS SHOW, in cui suona il brano I Wear This Because Life is War.

Ci ha colpito subito l’attitudine del progetto, molto slaker, ma con una sorta di eleganza nella gestualità che portava tutto in una dimensione particolare. La canzone ha un testo importante, forte, ma loro lo approcciano come se fosse qualcosa a cui pensi appena sveglio, quando non sei ancora in grado di esporre chiaramente un pensiero. Come se quel sentimento fosse qualcosa di talmente interiorizzato da non doversi porsi per forza porre in un determinato modo per parlarne. Hodad, esattamente come quel brano, esprime una condizione di esistenza, senza filtri, senza sovrastrutture mentali: l’essere umano è così, si racconta in un modo, ma in realtà è in un altro.

Da qui è partito tutto, dalla necessità di esprimere nel modo più diretto possibile quello che siamo e quello che sentiamo, senza stare ad arzigogolare pensieri che non ci appartengono. E questo è stato anche il nostro punto di arrivo in realtà. Sembra strano parlare di trasparenza, dopo aver detto che ci abbiamo messo anni per scrivere questo brano, ma in realtà è normale: per arrivare all’essenziale bisogna prima perdersi nelle più varie esperienze, altrimenti non ci si renderà mai conto di ciò che è realmente necessario.

Cosa potete dirci del vostro album e, più in generale, del vostro futuro?

Beh, il disco come dicevamo prima, è l’insieme di tante ispirazioni diverse e tante idee diverse, quindi non aspettatevi un disco di surf music. Ovviamente c’è una coerenza di fondo tra i vari brani, ma ogni canzone è un mondo a sé. Skysurfers è la raccolta di esperienze diverse, il racconto di quella che è stata la nostra crescita in questi anni. Ed è un punto di di inizio, non di arrivo. Questo disco non è la chiusura di un cerchio, ma l’apertura di una nuova esperienza che ci porterà ad esplorare tante cose diverse. L’uscita era prevista per questo mese, ma data la situazione, abbiamo preferito posticiparla a settembre, quando forse il mondo inizierà a trovare un nuovo equilibrio. Nel frattempo però ci sono un po’ di chicche per chi è interessato al progetto, prima su tutte il video di Hodad, realizzato da Brace Beltempo, la cui uscita è programmata per giovedì 21 maggio. Dopodiché per quest’estate abbiamo in programma una serie di cosette che ancora non possiamo svelare, ma comunque non preoccupatevi perché non vi libererete di noi facilmente.

C’è qualcosa che vorreste dire ai nostri lettori?

Il nostro consiglio in questi tempi difficili, è quello di non lasciare che la situazione ci blocchi. Continuiamo a ricercare il bello nel mondo, affrontante le esperienze con la voglia di migliorarci sempre e cerchiamo di essere sempre sinceri con ciò che ci circonda e con noi stessi. Insomma, cerchiamo di essere meno Hodad.

Bluedaze for Siloud

Instagram: @bluedaze.music
Facebook: @buedaze.music

Credits:  Conza Press

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