InTheMusic: Luca Eri, interview

Luca Valeri, in arte Luca Eri, è un artista di base a Roma. Con uno stile molto influenzato dal punk rock e dall’indie, spera che i suoi testi e la sua musica portino con sé il mistero: questo crede caratterizzi e differenzi il suo modo di fare musica da quello dei più, almeno in questo momento storico.
Dopo l’esordio con “Santa a parole“, il suo secondo singolo si intitola “Cenere”, dal sound indie-rock e uno stile cantautorale particolareggiato e pungente che contraddistingue lo stile di Luca Eri.

Nome: Luca
Cognome: Valeri
In arte: Luca Eri
Età: 37
Città: Marcellina (Roma)
Nazionalità: Italiana
Brani pubblicati: Cenere, Santa a parole
Periodo di attività: 2020
Genere musicale: Indie Rock 
Piattaforme: YouTube, Spotify, Apple Music, Deezer, Amazon Music, Tim Music

Chi c’è dietro Luca Eri?

Non lo so, spero Dio. Altrimenti siamo tutti persi.

Il tuo nome d’arte deriva dal tuo nome reale?

Non sono mai stato bravo a nominare gli esseri animati: il mio gatto si chiama Sveletto, il mio cane Gorgia – un nome da uomo, per una femminuccia –, mia figlia si chiamerà Elena Engle, se mai saprà cosa voglia dire vivere.

Mi chiamo Luca Valeri e il passo per Luca Eri era breve. Però credo di essere più bravo a dare un nome alle cose: Santa a parole, il mio primo singolo, ha un gran bel nome. Anche se, a pensarci bene, più che una cosa, io la considero mia figlia. Ma tra gli artisti – questa faccenda di intendere le opere d’arte come propri figli – è un pensiero comune: nulla di più banale.

Ti sei avvicinato alla musica a nove anni. Cosa ti ha fatto legare ad essa e cosa ti ha poi spinto a continuare?

Il mio maestro di pianoforte non volle iniziare a darmi lezioni prima che a scuola avessi affrontato le frazioni e c’era da capirlo. Così ho cominciato a comporre sul pianoforte scordato di mio nonno, ancor prima di imparare a suonare. Cosa uscisse fuori – a dire il vero – nemmeno lo ricordo, eppure ho sempre pensato che fosse mio nonno a guidare le mie dita: lui si è salvato da un campo di concentramento perché sapeva suonare il pianoforte, allietava i tedeschi durante le cene e loro gli passavano una razione decente di cibo per sopravvivere. Ecco, ho sempre pensato che fosse lui a suonare per me: è morto quando avevo sette mesi e ci era rimasto molto male quando mio padre non volle seguire la tradizione tipica del mio paese, quella di mettere ai figli il nome dei nonni: preferì chiamarmi Luca anziché Amanzio. Forse, a pensarci bene, avrei potuto chiamarmi Amanzio Eri… (ride)

Mostri una certa vicinanza alla musica pop-punk. Quali sono i tuoi riferimenti artistici?

Ricordo che la prima band di cui mi sono innamorato sono stati i Guns N’ Roses: frequentavo le elementari e il mio sogno era quello di suonare in uno stadio November Rain. Le medie invece sono state un’età buia, anche dal punto di vista musicale, fin quando al liceo non ho scoperto il punk, in tutte le sue forme e dimensioni: dai Sex Pistols ai Blink 182, dai Ramones ai Millencolin. Ricordo che avevo più di qualche compilation che un mio amico – Karim, chissà che fine abbia fatto… – mi aveva duplicato in cassetta: un coacervo di band sconosciute mi hanno spinto a scrivere i miei primi pezzi. Poi è arrivato l’indie italiano, quello vero, non quello di oggi che io vedo come una sua degenerazione troppo tendente al pop: gli Afterhours, i Marlene, gli Estra, i Verdena, i Tre Allegri Ragazzi Morti, i Bluvertigo e così via. C’era qualcosa nei loro testi e nel loro modo di arrangiare che mi faceva avvicinare al cuore del creato: quando scrivo ho sempre questo genere di band in testa – sì, perché ho amato sempre più la band dei solisti. Anche se poi i poeti scrivono sempre in solitudine. Paradossi.

Eri quasi finito per dimenticare la musica. Di recente, però, un evento molto particolare ti ha spinto a ricominciare. Ci dici di più?

Un enigma resta tale solo fin quando non viene risolto: a quel punto non è più un enigma. E allora è bene che certe cose continuino a vivere soltanto nelle nostre teste.

Banalmente, ogni singolo si compone di un testo e di una melodia: in cosa si caratterizza la musica di Luca Eri? Cosa lo differenzia dagli altri artisti?

C’è un video su YouTube che faccio spesso vedere ai miei studenti quando spiego i miti di Platone: Pasolini chiede a Ungaretti quale sia l’essenza che caratterizza la poesia e la distingue da qualsiasi altro tipo di utilizzo del linguaggio e Ungaretti risponde testualmente così: “Una poesia è tale se porta con sé un mistero”. Ecco, una poesia è un enigma, non è una descrizione razionalmente comprensibile della realtà – come faceva Leopardi, poeta a me estraneo, sempre che possa essere definito poeta. Cioè, se leggi Leopardi ti è tutto perfettamente chiaro, ma la vita non lo è.

Ecco, io spero che i miei testi e la mia musica portino con sé il mistero: questo credo caratterizzi e differenzi il mio modo di fare musica da quello dei più, almeno in questo momento storico. Un mistero che mira a condurti in un posto più vicino del normale al cuore del creato, ma non abbastanza vicino.

“Santa a parole” è il singolo che ha segnato il tuo ritorno nella musica. Perché hai scelto di esordire con questo brano?

A settembre dello scorso anno avevo rotto con il tizio con cui collaboravo da qualche mese: doveva essere il produttore dei miei brani. Ero rimasto solo e sapevo di non avere le giuste competenze per produrmi interamente da solo. Erano quattro mesi che avevo ricominciato a suonare e già intravedevo la fine. Così ho preso e sono andato con la mia compagna in un luogo a me caro, il monastero di Santa Scolastica a Subiaco. Mentre eravamo in viaggio le ho fatto sentire il pezzo di un artista che avevo scoperto per caso con le sponsorizzazioni di Facebook qualche giorno prima: Ho paura del giorno, di Giovanni Carnazza. E le ho detto: “Da quello che ho capito si produce da solo, domani gli scrivo e gli chiedo se vuole produrmi’”. Arrivati al monastero abbiamo deciso di fare un salto al laghetto di San Benedetto, che è proprio lì sotto: io non c’ero mai stato, ma come arriviamo riconosco di spalle, insieme alle ragazze che avevano partecipato al video del pezzo, Giovanni. Sì, vi giuro che è andata così: è stato lui a scegliere Santa a parole come primo singolo. Che poi è dedicata alla mia compagna.

Il tuo secondo singolo si intitola “Cenere”, dal sound indie-rock e uno stile cantautorale particolareggiato e pungente che contraddistingue lo stile di Luca Eri. Come nasce questo brano?

Un ragazzo che conoscevo – perché poi ora non è che lo veda mai – si stava lasciando con la moglie. Era lei che voleva il divorzio. Questo ragazzo che conoscevo era convinto che i problemi fossero altri, ma io mi ero fissato che lei avesse un altro. Quasi me li raffiguravo davanti, mentre lo tradivano: erano ancora nudi e sudati e lui le accendeva una sigaretta. Non ho mai avuto il coraggio di confessargli la verità e allora ho scritto Cenere per lavarmi la coscienza.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Ricominciare a insegnare a settembre è il primo progetto. Smettere di insegnare e vivere di musica entro qualche anno è il secondo: insegnare è bellissimo, ma fare arte lo è ancor di più. Anche se poi, quando la scuola è chiusa, mi manca terribilmente… forse sarebbe bello continuare a fare entrambe le cose per tutta la vita.

C’è qualcosa che vorresti dire ai nostri lettori?

“Alcune situazioni non si rendono mai lucidamente conto di esistere, mentre stanno esistendo”: lo disse una volta Manuel Agnelli commentando il periodo durante il quale stavano registrando Hai paura del buio e non riuscivano a trovare un’etichetta che li prendesse nel roster. Credo sia una perla: prendetela e fatene ciò che volete.

Luca Eri for Siloud

Instagram: @lucaerimusic
Facebook: @lucaerimusic

Credits: Giorgia Groccia

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