InTheMusic: Beart, interview

Riccardo Bartolini, in arte Beart, è un artista a cui non piace limitarsi e che vuole far vedere il mondo con gli occhi di un bambino, anche a chi si ritiene troppo grande. Il suo progetto musicale è più di una melodia e va inteso come vera e propria arte. Pur essendo influenzato molto dalla musica italiana, la sua attitudine ha un carattere internazionale.
In realtà, Beart non è Beart senza il producer Bongi: due nomi diversi ma un’unica entità, con molti progetti per il futuro e tanto ancora da trasmettere.

Nome: Riccardo
Cognome: Bartolini
In arte: Beart

Età: 20
Città: Riccione
Nazionalità: Italiana
Brani pubblicati: Non ci vediamo da un po’, Baobab
Periodo di attività: dal 2019
Genere musicale: Pop, Rap
Piattaforme: Youtube, Spotify, Apple Music, Deezer, Amazon, ecc.

Chi c’è dietro Beart?

Ciao! Ho 20 anni e vengo da Riccione, sono un artista a cui non piace limitarsi. Voglio far vedere il mondo con gli occhi di un bambino, anche a chi si ritiene troppo grande.

Il tuo nome d’arte ha a che fare con il tuo cognome ha tutt’altra origine?

In parte, “BEART “ricorda Bartolini, ma in realtà ha tanti significati. Senza dilungarmi, “Be Art” come essere arte, perché debba essere la nostra missione in vita.

Hai cominciato a cimentarti nel rap a 13 anni, prima con a scrittura e poi partecipando a diversi contest della tua zona. Cosa ti ha avvicinato alla musica e, più nello specifico, al rap?

Tanti artisti mi hanno fatto amare la musica, ma chi forse mi ha più dato l’input della scrittura direi Club Dogo, Salmo e Kendrick Lamar, però nel corso degli anni ho seguito tantissimo sia la scena italiana che americana perché ne sono anche un fan!

Pur essendo partito dal rap, oggi la tua musica ha una visione molto più ampia. Quali sono i tuoi riferimenti musicali?

Non c’è genere che non mi trasmetta qualcosa né tanto meno che senta di non voler inserire nella mia musica. Ascolto musica che usciva cento anni fa con lo stesso interesse con il quale ascolto le ultime uscite, dal blues al rock, dal pop al jazz, ma questo lo vedrete se continuerete ad ascoltarmi!

Beart di italiano ha solo la lingua, per attitudine e stile è totalmente americano. Siamo totalmente d’accordo quando dici che il tuo progetto musicale è più di una melodia e che va inteso come vera e propria arte. Come definiresti il tuo modo di fare musica?

Vi ringrazio. Credo di potermi definire versatile sopratutto nelle sonorità, però Beart dal punto di vista artistico e di scrittura è fortemente influenzato dalla storia della musica italiana, dal cantautorato, a Vasco, Caparezza, ecc..

Definirei il mio modo di fare musica imprevedibile e felice!

In realtà, Beart non è Beart senza il producer Bongi: due nomi diversi ma un’unica entità. In che modo siete riusciti insieme a fare la giusta scelta stilistica per il vostro progetto e a definire un sound così deciso?

Ci siamo conosciuti un po’ per caso, ma dal primo momento in studio insieme entrambi abbiamo provato qualcosa di unico che ci ha fatto essere certi di essere quello che cercava l’altro. Abbiamo passato due anni chiusi tutti i giorni dentro uno studio a fare centinaia di pezzi che ci hanno portato ora a sapere chi siamo e cosa vogliamo trasmettere!

Tutto comincia ufficialmente nel 2018 con il singolo “Gemelli”. Da allora, come si è evoluta la tua musica attraverso i tuoi singoli?

Gemelli” è stata una piccola prova, come con “Rebeart” (il singolo successivo). Eravamo molto acerbi, ma dopo un anno chiusi in studio abbiamo pubblicato due singoli: “Non ci vediamo da un po’“, un brano pop-rap che il titolo riassume, e “Baobab“, un brano che dimostra chi siamo nel concreto, il passato che scrive il futuro!

Quali sono i progetti che hai rilasciato in questo 2020 e quali sono le novità rispetto alle tue produzioni degli scorsi anni?

Sicuramente ad oggi abbiamo un’identità che chi ci ascolta deve ancora conoscere, ma che è consolidata, che vuole trasmettere e stupire, far ballare e far riflettere. Ma poi come si dice, non si smette mai di crescere!

Cosa puoi dirci del tuo ultimo singolo “Deserto”? Tra i retroscena, ce n’è uno particolarmente significativo?

Deserto” nasce in un pomeriggio, non conoscevamo Michelle ed era passata in studio solo per fare amicizia. Dal nulla abbiamo avuto l’idea di raccontare il deserto mentale che un po’ attanaglia le nuove generazioni, paragonandolo al deserto e alle sensazioni che un uomo proverebbe nel trovarcisi solo.

È un brano pop/rap dove Bongi, il produttore, non si risparmia assoli di chitarra: parte calmo ma forgia sull’esplosività, mischiando la femminilità e la grinta di Michelle e la delicatezza e la rabbia maschile della mia voce.

Fino ad oggi hai rilasciato solo singoli, ma sarebbe davvero bello vedere un’intero progetto firmato Beart. Hai un album tra i tuoi progetti futuri?

Dentro al MacBook di Bongi sono pronti più di un album. Abbiamo tantissime idee e non vedo l’ora di poter stupire chi ascolterà!

Ovviamente, il momento dell’album arriverà solo quando potremo godere di un pubblico più consolidato.

Sei ancora molto giovane eppure il tuo progetto è già un passo avanti a tante produzioni del nuovo panorama italiano. Hai un sogno nel cassetto? Dove vorresti arrivare con il tuo progetto musicale?

Ho una lista di obbiettivi lunghissima. Forse il più grande è San Siro, ma poi grande è relativo no?

C’è qualcosa che vorresti dire ai nostri lettori?

Nei prossimi mesi voglio emozionarvi, stupirvi e farvi gioire di nuovo. Seguitemi su Spotify per non perdervi nulla!

Beart for Siloud

Instagram: @beart_17
Facebook: @bartobeart17
YouTube: Beart

Credits: Paolo Canto

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