InTheMusic: mt/solo, interview

mt/solo è un progetto nato da Matteo Ficozzi e Tommaso Bitossi. La loro musica attinge da diversi generi, ma le principali influenze sono gli stili lo-fi, black e R&B con un tocco sempre un po’ vintage. In tutti i nove brani del disco di prossima uscita per Labella Dischi, si sentono mischiate tutte le influenze degli ultimi anni. Ognuno dei due ha le proprie preferenze musicali, che non sempre coincidono. “Play” è il loro primo singolo online in cui il piano elettrico, il synth e la tromba fanno da protagonisti. Conosciamoli meglio insieme!

Band:mt/solo
Componenti: Matteo Ficozzi, Tommaso Bitossi
Età:34
Città: Montelupo Fiorentino (Firenze)
Nazionalità: Italiana
Brani pubblicati: Play
Album pubblicati: nessuno
Periodo di attività: dal 2018
Genere musicale: indie pop variamente influenzato
Piattaforme: youtube,spotify, apple music,amazon music, tim music, tidal, youtube music,itunes store.

Chi sono gli mt/solo?

mt/solo è un progetto nato da Matteo Ficozzi e Tommaso Bitossi, veniamo da Montelupo Fiorentino, paese noto per la ceramica, entrambi lavoriamo proprio in quell’ambito. Facciamo musica insieme dal 2004, sempre insieme abbiamo fatto parte di 2 band che possiamo definire di formazione, con cui abbiamo fatto le prime date in giro per l’Italia.

Il vostro nome d’arte sembra avere un rimando ben specifico. “mt” immaginiamo siano le vostre iniziali, perché “solo”?

Beh, in molti pensano che “mt” faccia riferimento alle nostre iniziali e ci rendiamo conto che l’associazione venga piuttosto naturale, tuttavia non è così.

mt/solo è in realtà un luogo immaginario, un rifugio solitario dove abbiamo fatto raccolta di tutti gli stimoli, le idee e la musica che abbiamo ascoltato nel periodo che ha preceduto il lavoro di scrittura vero e proprio. Noi due suoniamo insieme da molto tempo, tuttavia, prima di arrivare a realizzare l’attuale progetto ci trovavamo in una fase di stallo completo. Ci siamo accorti che ridimensionare il nostro “spazio” creativo avrebbe dato voce a tutta la musica che avevamo in testa.

Avevamo bisogno del nostro Monte Solo dove rifugiarci.

Il vostro progetto musicale insieme comincia nel 2018, quando invece vi siete avvicinati alla musica e in che modo si è evoluto il vostro rapporto con essa?

M: Il modo in cui io mi sono approcciato alla musica è stato fortunosamente complementare a quello di Tommaso. Posso dire con certezza che la prima volta che ho pensato di fare musica coincise con i primi dischi che acquistai per conto mio durante le scuole medie. Già qualcosa avevo ereditato dagli ascolti dei miei, ma il fatto di poter possedere un disco mi fece apprezzare ancora di più la materia, sfogliare i booklet mi fece innamorare della creatività soprattutto visiva che stava dietro alla musica e la scrittura dei testi. Conoscevo Tommaso da tempo, ma fu al liceo che iniziammo a suonare insieme. Tommaso da piccolo suonava il pianoforte, ma da poco era passato alla batteria, io invece suonavo e suono tutt’ora il basso. Abbiamo iniziato a scrivere i nostri pezzi. Mentre io scrivevo e componevo bozze di canzoni, Tommaso completava l’arrangiamento e dava loro una forma.

T: Ho iniziato ad amare la musica fin da piccolo quando i miei genitori (che ringrazio) mi hanno spinto verso questo mondo attraverso lo studio del pianoforte. Qualche anno dopo mi resi invece conto di avere un’attrazione naturale verso il mondo della ritmica. Passavo ore a picchiettare sulla scrivania della mia stanza e gli insegnanti a scuola mi riprendevano perché, inconsciamente, “suonavo” continuamente il banco di scuola… Per dare sfogo a questo mio vizio decisi allora di buttarmi sulla batteria, acquistandone una usata da un amico ed iniziando a studiare lo strumento. Fu proprio in quel periodo che con Matteo maturammo l’idea di tirare su un progetto musicale e costruimmo con la meticolosità che ci caratterizza, a creare il nostro rifugio, che rimane tutt’oggi la nostra sala prove. Poco dopo iniziammo a produrre, trovando fin da subito un’intesa sia nella composizione ed arrangiamento dei brani che nella loro esecuzione.

La vostra musica attinge da diversi generi, ma le vostre principali influenze sono gli stili lo-fi, black e R&B con un tocco sempre un po’ vintage. A quali artisti vi riferite?

In tutti i nove brani del disco di prossima uscita per Labella Dischi, si sentono mischiate tutte le influenze degli ultimi anni. Ognuno di noi ha le proprie preferenze musicali, che non sempre coincidono. Farle coesistere in un progetto musicale è stata un’opera di collage a tratti dadaista e ardita, certi accostamenti tuttavia fanno l’essenza stessa del progetto e, per quanto sulla carta, possano sembrare strani, sentiamo che senza di essi le nostre canzoni non si sarebbero espresse come dovuto.

Determinante è stato l’aver conosciuto Renato D’Amico, persona musicalmente onnivora, con cui si è instaurato un rapporto di scambio fortissimo. Il lavoro di studio che abbiamo fatto insieme ha contribuito a creare l’amalgama che incolla la nostra visione di artisti come The Jungle, Childish Gambino, Chet Faker, ma anche artisti come Mac DeMarco o progetti più sperimentali come Unknown Mortal Orchestra, Son Lux e Flying Lotus.

Scriviamo in italiano quindi è doveroso menzionare artisti come Baustelle, Iosonouncane, Verdena, Afterhours, Benvegnù… il loro modo di scrivere ha a più riprese indirizzato il nostro.

Magari non sentirete tutto questo nei nostri pezzi, ma è sicuro che ci hanno messo nel mood giusto per tirare fuori questo disco.

Quali sono gli elementi che caratterizzano la vostra musica e come la definireste?

Definirla ci resta, onestamente, difficile.

Tuttavia ci piace pensarla come una musica un po’ naif, molto legata al ritmo e ai suoni percussivi, che riprende dall’esperienza lo-fi alcune sonorità di chitarra e pianoforte elettrico e le accosta ad un ampio panorama sonoro fatto di Synth e texture campionate. I testi sono allegorici, raccontano di rapporti, conflitti e situazioni vissute, ma “rubano” spesso dalla forma letteraria della favola e ad un primo impatto potrebbero non rivelarsi completamente. Della favola non facciamo la tipica morale, perché spesso non c’è un giudizio da esprimere, ma solo uno stato d’animo con cui imparare a convivere.

M: Mi piace usare le metafore per le nostre canzoni, togliendole dalla mia esperienza personale mi sembra di dare un carattere più universale al messaggio ed in più è un modo per sentirmi al sicuro.

Nel 2018 vi siete trovati ad ordinare idee scritte su pezzi di carta e note vocali dai vostri cellulari: questo è il momento in cui si forma il duo mt/solo. Dalla vostra fondazione ad oggi, qual è il percorso che avete fatto fino ad oggi?

Le nostre esperienze precedenti si accostavano in maniera netta al modo di fare musica della prima ondata “indie”. Gruppi come Strokes, Libertines e Arctic Monkeys sono stati il nostro pane quotidiano. Virare verso certe sonorità è stato un percorso graduale accompagnato da una miriade di ascolti molto variegati e disordinati se vogliamo.

Dalla nostra formazione abbiamo fatto essenzialmente un lungo lavoro di ordine, testi ed arrangiamenti sono stati provati, registrati, cambiati e registrati di nuovo più volte, questo perché le idee che abbiamo deciso di sviluppare sono state concepite in periodi diversi e anche molto lontani tra loro.

“Largo”, una canzone che pensiamo di far uscire tra qualche mese ha un testo la cui prima forma è del 2013. Ci siamo presi il lusso di entrare bene in quegli appunti, abbiamo fatto si che il nostro progetto appartenesse a quelle idee al 100% e non ci fossero scelte di comodo o manierismi nella sua realizzazione.

L’imperativo durante le successive registrazioni è stato “spontaneità”. Pensiamo che il modo abbia pagato perchè, adesso, sentendo i pezzi finiti, non sentiamo estraneo nessun elemento, ogni nota ed ogni beat sono come un vestito che ci siamo fatti su misura. Siamo stati fortunati, abbiamo trovato in Renato e nei ragazzi di Labella, persone che hanno compreso quello che volevamo fare e a loro volta hanno voluto farne parte. Nonostante il lungo e impegnativo lavoro abbiamo realizzato un disco di cui andiamo fieri.

Le vostre influenze musicali hanno portato a definire un carattere minimale e atmosferico delle vostre produzioni. In che modo avete lavorato al sound che vi caratterizza oggi?

Provando, suonando i pezzi partendo da una scarna versione piano e voce e aggiungendo un pezzo alla volta, dopo poco arrivi ad un punto in cui la canzone è talmente satura di strumenti che non funziona più. In quel momento diventa chiaro quali sono le parti che hanno un peso e che definiscono il brano e quali possono essere buttate. Cercare di rendere le canzoni quanto più visive possibile è stato uno dei principali obiettivi, e anche la sfida più interessante. Era molto importante riuscire ad avere un sound che fosse descrittivo di un ambiente nel quale far vivere i nostri personaggi. Avere degli spazi negativi dove far suonare la coda di un riverbero o dei rumori della sala di ripresa.

C’è da dire che non sempre abbiamo optato per un sound minimale, un paio di pezzi richiedevano un arrangiamento più chiassoso e non abbiamo voluto frenarli. Il tempo passato in studio è stato più che altro ludico. Non sono mancate le strade sbagliate ed i cambi di rotta, ma in mezzo a tutto questo siamo riusciti a scovare il sound che potete sentire su Play e che sentirete sul resto del disco.

“Play” è il vostro primo singolo online in cui il piano elettrico, il synth e la tromba fanno da protagonisti. Questo progetto gira attorno ad un’immagine ben precisa, giusto?

Si, nello specifico di “Play” si tratta di una storia di una “Preda” alle prese con il suo oggetto del desiderio, l’indomani di una notte passata insieme. La Lei distesa ed apparentemente vinta riserva infatti alla preda un giudizio che lo ridimensiona e al tempo stesso lo fa realizzare di essere un solista che suona per una platea vuota, facendogli fare i conti con il proprio fallimento. Ogni strumento suggerisce il cambiamento di stato d’animo del protagonista verso la realizzazione di una cocente delusione. Il brano è accompagnato da un videoclip notturno e carico di simbolismo. La protagonista (Giuditta Bicchi), trofeo antropomorfo tra i trofei di caccia di un misterioso rifugio, si anima liberandosi progressivamente dei suoi tratti animali, facendo i conti con lo stupore che questo processo le porta, sotto lo sguardo immobile degli altri “inquilini”. La scena finale la vede sedere al centro di un tableau vivant con gli altri trofei in un immutato ritratto di famiglia.

Con “Play” avete ufficializzato l’inizio della vostra carriera nel mondo della musica, motivo per cui siamo curiosi di sapere cosa ne sarà di voi. Quali progetti avete per il futuro?

Abbiamo intenzione di realizzare almeno altri due video per altrettanti singoli prima di far uscire l’intero album. Al momento non abbiamo una data certa, ma siamo a lavoro su più fronti per dare ai brani il vestito che meritano.

Parallelamente stiamo provando con Tommaso Casarotto e Daniele Ambrosino (rispettivamente chitarra e tastiera) il concerto che porteremo in giro per la promozione del disco.

In ultimo, poiché altre note scritte o registrate si stanno accumulando, avremo presto altre canzoni su cui lavorare.

C’è qualcosa che vorreste dire ai nostri lettori?

La stessa cosa che ci ripetiamo sempre. Siate spontanei, c’è bisogno dell’individualità di ognuno, bisogno di nuovi linguaggi da usare e nuovi errori da commettere. Grazie per aver letto questa intervista speriamo di vederci presto in giro.

Grazie a voi di Siloud

mt/solo for Siloud

Facebook: @xxxxxmtsoloxxxxx
Instagram: @_mt.solo_
Linktree: mtsolo_Play

Credits: Labella Dischi

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