InTheMusic: Santachiara, interview

Luigi Picone è nato ad Alberobello, è cresciuto a Spoleto e oggi vive a Napoli. I genitori sono artisti di strada viaggiatori, motivo per cui fino ad oggi la sua vita è stata un continuo viaggiare e contatto con tutte le forme espressive, dalla danza al canto, dalla scultura all’artigianato. Partito con il rap da ragazzino, ha poi allargato i propri orizzonti verso il cantautorato italiano, il rock, la techno, la musica classica e l’urban. Ad oggi, con il progetto Santachiara, la sua musica è più classificabile per mood che per stili: attraverso i suoni cerca di accomunare sensi e percezioni differenti.
Con “Io e me”, il suo secondo brano, cerca di trasmettere la malinconia del tempo passato ma allo stesso tempo l’euforia e la passioni dei giorni che verranno.

Nome: Luigi
Cognome: Picone
In arte: Santachiara
Età: 21
Città: Napoli
Nazionalità: Italiana
Brani pubblicati: quindi, io e me
Periodo di attività: dal 2020
Genere musicale: Pop. Indie
Piattaforme: Spotify, YouTube, ecc.

Chi c’è dietro Santachiara?

Mi chiamo Luigi Picone, ho 21 anni e sono nato ad Alberobello in Puglia da madre siciliana e padre napoletano, artisti di strada viaggiatori. Grazie al loro lavoro ho viaggiato tantissimo e visto tante cose in Italia e all’estero.

Sono cresciuto a Spoleto, dove ho frequentato le scuole e dove ho iniziato a scrivere le prime cose sui beat di mio fratello. Poi mi sono trasferito a Napoli per iscrivermi alla facoltà di Psicologia, qui ho incontrato Andrea (Untitled) il mio attuale producer e abbiamo cominciato a bombardarci di beat e parole.

Il tuo nome d’arte si collega ad un quartiere di Napoli ma ha anche altri riferimenti: perché hai deciso di farlo tuo?

L’ho scelto perché è il quartiere dove abito. Poi ho saputo che Santa Chiara è una santa umbra, quindi sono riuscito ad unire la città che dove sono cresciuto e la città che mi ha adottato.Inizialmente non mi faceva impazzire, però mi divertiva l’idea di un nome femminile per un artista maschile.

Sei cresciuto in un ambiente ricco di stimoli legati alla musica. In che modo ti senti collegato a questo mondo e perché hai deciso di intraprendere un tuo percorso artistico?

Sono cresciuto in un ambiente molto stimolante: dato che i miei erano artisti di strada, per tutta l’infanzia sono stato a contatto con tutte le forme espressive, dalla danza al canto, dalla scultura all’artigianato. Mia mamma tra l’altro ha sempre cantato ed è proprio lei che mi ha insegnato come intonarmi (non ho mai preso scuola di canto).

Mi sono avvicinato alla musica con il rap, mi affascinavano le grandi possibilità espressive di questo genere; poi mi ha stancato e ho cominciato ad ascoltare un po’ di tutto,  dalla techno al rock, da Debussy a De Andrè. Dopo un po’ ho cominciato a scrivere, ho imparato un po’ di piano e chitarra, ho comprato il Mac e ho iniziato a buttare giù le prime cose. Ad oggi per me la musica rimane necessità di espressione (una sorta di terapia) ed è molto importante che rimanga così. 

In che modo pensi di essere influenzato dalle tradizioni delle varie città in cui hai vissuto e in che modo queste poi si uniscono ai tuoi riferimenti artistici?

Fondamentalmente da Spoleto ho preso il mio accento caratteristico (risate). Scherzo… di Spoleto c’è il mio vissuto, le storie che racconto, le prime esperienze e la passione per le ritmiche techno che ascoltavo in quel periodo. Da Napoli ho preso tutto: sono arrivato che facevo solo rap, non avevo mai scritto un ritornello; poi tra i consigli di papà e l’ispirazione dei grandi nomi della musica napoletana (Sergio Bruni, Murolo, Carosone, Pinotto, la musica popolare e chi più ne ha più ne metta) ho aggiunto il tassello mancante alla mia musica, ovvero le melodie. 

Sei partito con il rap da ragazzino, poi hai allargato i tuoi orizzonti verso il cantautorato italiano, il rock, la techno, la musica classica e l’urban. Ad oggi, però, la tua musica è più classificabile per mood che per stili. Come definiresti ciò che fai?

Nella musica considero la rigidità e l’immobilismo una condanna. Mi spingo sempre oltre, verso lo strano, il curioso (anche in termini di suoni) e cerco di fare sempre roba diversa. Quando scrivo qualcosa di nuovo o una nuova melodia mi piace pensare di poter campionare una base punk o un brano classico o addirittura di lasciarla chitarra e voce come ho fatto con Quindi. Credo che la divisione della musica in generi sia un concetto superato.

Attraverso i suoni cerchi di accomunare sensi e percezioni differenti. Anche se velati, si possono percepire gli stimoli provenienti dai vari generi. Come sei riuscito a trovare un sound che ti soddisfacesse e su quali aspetti di esso stai ancora lavorando?

Oggi sono all’inizio e la mia musica è tutto un work in progress, ancora non mi soddisfa e spero non lo faccia mai, la soddisfazione ti impigrisce e non ti fa andare avanti. Sto lavorando molto sulla scrittura  e molto presto farò uscire nuove cose.

Hai esordito in questo 2020 con il singolo “quindi”: perché hai deciso che fosse proprio questo il tuo primo brano online?

In realtà lanciarlo per primo è stato un po’ un azzardo concordato con la mia etichetta Suonivisioni, che sta facendo un lavoro veramente stupendo. In un mondo di canzoni super prodotte e costruite, abbiamo deciso fare lo ‘snatch’ (strappo) per vedere cosa succedesse ed abbiamo avuto ottimi feedback.

La canzone è molto intima e personale, figlia della notte e di qualche bicchiere in più, scritta d’un fiato e registrata in un giorno ed è forse questa la sua forza: ti arriva direttamente, senza troppi fronzoli. Spero di riuscire a colpire dritto al cuore anche con le prossime canzoni che usciranno. 

Con “Io e me”, il tuo secondo brano, cerchi di trasmettere la malinconia del tempo passato ma allo stesso tempo l’euforia e la passioni dei giorni che verranno. Come nasce questo brano e qual è stato il momento più importante della sua produzione?

Il brano nasce per gioco con il mio amico/produttore Untitled. Stavamo parlando di creare un sample con la mia voce sulla scia di XXXTENTACION. Ho trovato quattro accordi, ci ho cantato in falsetto e infine abbiamo fatto un beat.

La canzone è sporca di sonorità dato che gran parte delle tracce di chitarra erano di un vocale Whatsapp mandato da me, tuttavia nel complesso ha reso l’emozione che volevo trasmettere: le notti brave per strada, i dubbi della sera che la mattina diventano certezze, il passato che ci rende chi siamo. 

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

I miei progetti per ora sono di laurearmi in Psicologia e continuare a fare tanta musica, ma soprattutto suonare dal vivo, macinare chilometri di furgone per raggiungere ogni giorno una nuova città.

C’è qualcosa che vorresti dire ai nostri lettori? 

Tutto può succedere, fate quello che vi piace a ogni costo e stay tuned che ora facciamo uscire altri pezzi che secondo me sono una bomba.​

Santachiara for Siloud

Instagram: @solosantachiara
Facebook: @solosantachiara

Credits: Beatrice Sarchi, Carosello Records

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