InTheMusic: Sativa Rose, interview

I primissimi ricordi di Alessio Mazzeo legati alla musica sono quelli di un bambino di tre anni in punta di piedi, che prova a trovare le linee melodiche delle canzoni che sente sulla tastiera di un vecchio pianoforte. Il suo progetto musicale Sativa Rose prende avvio nel 2012, ma rinasce alla fine del 2017. Da poco ha rilasciato “Non dire una parola”, un brano che conferma le sue doti di scrittura. Con un tono a metà tra l’ironico e il provocatorio, racconta di un incontro con una persona che non fa più parte della sua vita.

Nome: Alessio
Cognome: Mazzeo
In arte: Sativa Rose
Città: Roma
Nazionalità: Italiana
Brani pubblicati: 6
Periodo di attività: dal 2012
Genere musicale: Indipendente, Elettronica, Cantautorato
Piattaforme: Spotify, Apple Music, ecc.

Chi c’è dietro Sativa Rose?

Un buon osservatore, dotato di sensibilità artistica.

Perché questo nome d’arte?

Al tempo cercavo qualcosa di provocatorio, in grado di far alzare qualche sopracciglio. La fruizione della pornografia e l’utilizzo delle droghe leggere a scopo ricreativo mi sembravano adatte a tale scopo. Sono abitudini attuali e comuni tra i ragazzi, e non meriterebbero di essere censurate a priori, perché costituiscono una valvola di sfogo innocua, oltre ad essere ormai da decenni parte integrante della nostra quotidianità. Per questi motivi non dovrebbero essere necessariamente declassate a pratiche deprecabili, screditanti. In parte anche perchè dalle torri d’avorio, da dove si gode di una vista dominante sul panorama suburbano, provengono spesso racconti del “demimonde” o noir; dove queste viziosità vengono estremizzate, al riparo dalla luce del sole.

Nonostante ciò, il mantenimento del tabù persiste, con il beneplacito dei commediografi e di molti tra gli stessi utilizzatori. Ho ritenuto che Sativa Rose, essendo anche lo pseudonimo di una pornostar, fosse perfetto per comunicare in modo provocatorio il mio concetto di onestà intellettuale, partendo da un attacco implicito verso una forma di ipocrisia sociale. Inoltre sarebbe stato il primo esempio di progetto musicale a portare il nome di una pornostar.

Quali sono i tuoi primi ricordi legati alla musica e come poi si è evoluto il tuo rapporto con essa?

I miei primissimi ricordi legati alla musica sono quelli di un bambino di tre anni in punta di piedi, che prova a trovare le linee melodiche delle canzoni che sente sulla tastiera di un vecchio pianoforte. Essendo figlio unico, questo è stato il mio primo hobby in assoluto. Poi fu mia madre, che ogni tanto quel vecchio pianoforte lo suonava, ad assecondare le mie inclinazioni. Così iniziai a prendere lezioni. Pianoforte classico, ovviamente. Contemporaneamente cantavo. Cantavo per ore, a scuola, in macchina, nel coro della chiesa, dal microfono del pullman quando andavamo in gita con la classe alle elementari… tanto che per ben tre volte mi proposero di partecipare allo Zecchino d’oro! Con i miei ancora ci ridiamo su, ma rifiutai sempre. Ero troppo timido e i miei non mi forzarono mai. Cantare era per me una cosa istintiva, un piacere. Pensare di doverlo fare per degli sconosciuti, seguendo le loro direttive, era qualcosa di impensabile e che mi terrorizzava da morire.

L’approccio alla musica moderna avvenne alle medie. In quel periodo, durante una vacanza in campagna particolarmente noiosa, mio padre mi regalò una Yamaha semiacustica ed un libricino di teoria, in cui in sostanza si vedevano le posizioni sulla tastiera dei vari accordi; fu così che imparai a suonare la chitarra. Entro la fine di quella vacanza già mi ero cimentato nella scrittura dei primi pezzi, in inglese, immagino orribili. Nel tempo, poi, mi approcciai alla batteria ed al basso, ma senza mai abbandonare il pianoforte. Ho fatto anche degli anni di conservatorio, ma l’ambiente accademico mi fece presto capire che lì non era ben visto un ragazzetto che suonava a testa bassa, senza guardare lo spartito, le partiture di Mozart o Liszt, concedendosi anche il lusso di modificare a piacimento le parti di accompagnamento o quelle melodiche. Così proseguii con il basso elettrico ed il canto, addentrandomi nella musica “popolare”. Negli anni dell’università, dopo due diplomi in basso e voce presi attraverso istituti inglesi, decisi di mollare giurisprudenza per laurearmi in musica, alla Chichester University. Due anni e mezzo dopo avevo finito gli esami della triennale, e un anno dopo, oltre al Bachelor Degree, avevo anche un master in musica da poter appendere in bacheca, questa volta alla LUISS. In quattro anni avevo preso laurea e master; alla facoltà di Giurisprudenza nello stesso arco di tempo ero riuscito a dare appena cinque esami.

Da qui in poi, pur avendo perso ottimi anni in termini di “carriera”, iniziai a lavorare con la musica. Principalmente come compositore e produttore artistico, oltre che con i Sativa Rose; ma ho fatto anche del ghost writing e qualche lavoro come turnista, specialmente in studio, pur di rendermi finanziariamente indipendente.

Attualmente il mio rapporto con la musica è più una dipendenza disillusa. Ovvero: non potrei mai farne a meno e mi farà sempre battere il cuore, ma sono consapevole che ormai la musica ha preso una piega che non mi appartiene, soprattutto a livello concettuale; tralasciando tutte le altre complessità che si legano ad un’idea di business così ad alto rischio, così ampiamente screditata, in termini lavorativi e retributivi, e così scarsamente sana, in termini fruitivi e divulgativi.

Quali sono i tuoi riferimenti artistici e in che modo si mescolano nelle tue produzioni?

Il mio riferimento unico e costante, come dico spesso, è Gioacchino Rossini. Gli altri, e ce ne sono molti, li colloco sempre almeno un gradino al di sotto. In ambito più contemporaneo Philip Glass mi piace moltissimo, ma, lasciando la musica “seria” da parte, sono stati per me molto importanti Fabrizio de Andrè e Lucio Dalla, così come gli Strokes ed i Daft Punk. Anche alcuni progetti più recenti mi hanno accompagnato molto: i Beach House, i Cigarettes After Sex, i Thievery Corporation e Cuco, o almeno il suo primo disco.

Per il resto, le mie produzioni sono sempre molto spontanee. L’atto di scrivere dura poco, il problema semmai è la realizzazione finale. Nelle mie produzioni, come Sativa Rose, cerco sempre di sentirmi libero. Attingendo dalle mie influenze in funzione del brano o della sensazione che intendo trasmettere. In questo contesto, i miei riferimenti trovano autonomamente una collocazione all’interno della produzione; perchè sono reminiscenze che sono lì, pronte ad intervenire all’occorrenza.

Il progetto Sativa Rose viene fondato sul finire del 2012, dopodiché è stato un continuo evolversi e migliorare. Come descriveresti il tuo modo di fare musica e, in particolare, quali sono i suoi tratti caratteristici?

Il mio modo di fare musica, come dicevo, è spontaneo. Deve esprimere sensazioni, e le sensazioni vanno catturate in poco tempo. Non ho mai impiegato più di un’ora e mezza per scrivere un buon pezzo. C’è un tempo limite per fissare le cose così come le hai immaginate, è la stessa cosa che accade con i sogni. Appena ci svegliamo da un bel sogno, ci ripetiamo mentalmente tutto quello che abbiamo immaginato, per ricordarlo, per scriverlo o per poterlo raccontare; convinti del fatto che così potremo fissarlo, ma non è così. Se il sogno non lo catturi subito, dopo qualche istante volerà via e sarà perso per sempre. Con la musica succede uguale.

Per quanto riguarda i miei tratti caratteristici, è una domanda più semplice se fatta a chi ascolta. Potresti dirmelo tu…

Le sonorità che utilizzi sono in bilico tra synth-pop e cantautorato moderno, riuscendo quindi a definire un pop dall’estetica raffinata. Come sei riuscito a definire il sound che ti caratterizza?

Innanzitutto ti ringrazio per il complimento, comunque, davvero, non c’è premeditazione. È chiaro che la musica l’ho studiata, quindi molti processi per me sono più immediati. Nel senso, è come se avessi una libreria piena di volumi ordinati sugli scaffali, da cui attingere a piacimento a seconda del mood. Se so cosa voglio dire, il resto viene da sé. Ovviamente poi in Sativa Rose ricerco una linearità musicale e concettuale, non tutto quello che scrivo è adatto per Sativa Rose, per cui mi fa piacere si avverta questa coerenza stilistica.

Nonostante questo, però, Sativa Rose è pur sempre un’estensione della mia personalità, o meglio una sua sfaccettatura. Pertanto il sound del progetto è comunque personale e, forse, caratterizzante proprio per questo. Cerco di non seguire le mode, preferisco fare le cose a modo mio.

Il tuo progetto musicale prende avvio nel 2012, ma rinasce alla fine del 2017. Ci racconti il tuo percorso artistico attraverso le varie produzioni rilasciate negli anni?

Il primo brano dei Sativa Rose, convenzionalmente, è Linguaggio Superficiale. In realtà mai rilasciato ufficialmente, se non in formato demo su YouTube e solo per qualche anno, ma è riuscito ugualmente a generare attenzione sul progetto, diventando una sorta di feticcio per alcuni. Anche se aveva ancora le chitarre, Linguaggio Superficiale (2012) è importante perchè racchiude in sé la mission del progetto, se si ha voglia di comprenderlo su più livelli, già a partire dal titolo.

Dopodichè, anche se sono stati rilasciati senza etichetta; le prime due release vere e proprie sono una sorta di manifesto. Sciarada a livello concettuale, P-XYZ a livello di sound. Quello che sta uscendo adesso è la loro naturale prosecuzione, testi e sound mantengono quel sapore. Tutto questo, che culminerà con “Rumore Bianco”, formerà il primo ciclo. Il ciclo successivo, quello a cui sto lavorando adesso, avrà un sound differente, frutto di una fase differente della mia vita, ma non per questo rinnegherò la mia cifra stilistica.

Da poco hai rilasciato “Non dire una parola”, un brano che conferma le tue doti di scrittura. Con un tono a metà tra l’ironico e il provocatorio, racconti di un incontro con una persona che non fa più parte della tua vita. Come nasce questo brano e in che modo ci hai lavorato?

È un sollievo sapere che qualcuno riesca a cogliere anche l’aspetto ironico dietro ai miei brani… era una di quelle cose che chiedevo sempre in studio “Si capirà?!”

Per il resto, il brano nasce di sera. Probabilmente due estati fa, perchè la prima volta che lo feci ascoltare a qualcuno ero sul set del video di P-XYZ. Suonavo questi accordi, forse sul divano mentre ero distratto da altro, e la linea delle strofe uscì da sé. Pensai subito se ne potesse fare qualcosa, così registrai in fretta e furia una demo – per il discorso che facevo prima. Volevo fosse leggera, incentrata sul testo, ma fresca, adatta ad una sera d’estate. Così, per stemperare il testo, decisi di inserire la solarità caraibica della steel drum: strumento che adoro e che volevo inserire in un mio brano già da un po’, ad essere onesti. Il resto è venuto da sé. È il resoconto di una incontro con una persona che mi ha fatto male e bene, e che spesso mi capita di ricordare. Un incontro malinconico, ma maturo. In cui ti trovi ad aprirti profondamente con una persona solamente con il passare delle ore. Entrambi avevate tante cose da dirvi, poi il “coraggio liquido” ha fatto il resto.

Ho cercato di riportare una conversazione, assecondando il cambio di prospettiva con il cambio di tonalità; e cercando di emulare musicalmente lo stordimento alcolico che porta all’atto sessuale nel finale… ma queste sono analisi démodé alla Assante.

In studio, con Marta Venturini, non abbiamo avuto grandi difficoltà nella registrazione. Sembrava quasi stessimo lavorando ad un mix già pronto fin dall’inizio: linearità degli accompagnamenti, una voce che ci convincesse al di sopra e lo sbotto sul finale. Ironia e leggerezza, cantabilità e malinconia, unite da un filo logico da seguire. Tutto liscio, in genere è raro che vada così.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Sto pensando se uscire con un progetto parallelo, strumentale. Prosecuzione naturale di quello con il quale scrivo per le sincronizzazioni… un progetto in cui sentirmi libero di creare senza il vincolo dei paletti stilistici e strutturali della musica pop; ma questo deve ancora prendere forma nella mia testa.

Per quanto riguarda Sativa rose, una graaande anticipazione di quello che vorrei inserire nel progetto in futuro, a livello di sound, si avvertirà nitidamente in Rumore Bianco, la title track. Per adesso non dico altro, se non che non vedo l’ora di proiettarmi sul 2021… di cose nuove pronte ce ne sono già diverse.

C’è qualcosa che vorresti dire ai nostri lettori?

Di viaggiare per scoprire, di essere curiosi per capire. Di pensare sempre con la propria testa, ma soprattutto di concentrarsi sulle cose che li rendono realmente felici, senza lasciarsi condizionare dai contesti.

Sativa Rose for Siloud

Instagram: @sativarose
Facebook: @sativaroses

Credits: RC Waves, Camilla Campart

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