InTheMusic: Chef Joe, interview

Chef Joe è tornato con “Jesus Te Ama” dopo 10 anni dal disco d’esordio. La sua vita è stata segnata da un trasferimento in Brasile nel 2012: un viaggio incredibile che gli ha permesso di conoscere una nuova cultura. Solo quando è tornato, però, ha ricominciato a far musica, prima a Roma e poi a Parigi.

Tornare dopo 10 anni non dev’essere stato semplice, ma Chef Joe è stato capace di creare atmosfere trap/latine davvero interessanti. Tutti i featuring sono brasiliani, in perfetta armonia con il mood del disco e gli conferiscono anche un tocco di internazionalità. Oggi ve ne parlerà nell’intervista che gli abbiamo dedicato.

Nome: Giorgio
Cognome: Levrini
In arte: Chef Joe
Età: 28
Città: Roma
Nazionalità: Italiana
Brani pubblicati: Leblon, Gringo, Juiz, Io Giro (feat. Gemitaiz)
Album pubblicati: Alzati e Cammina (2010), Me Fotte 0 Mixtape (2012), Jesus Te Ama (2020)
Periodo di attività: dal 2007
Genere musicale: Rap, Trap
Piattaforme: YouTube, Spotify, Apple Music, Deezer, Amazon Music

Prima domanda: chi sei nella vita di tutti i giorni?

Sono un cuoco, un rapper, un italiano all’estero, un appassionato di sneakers, un romano de Roma con la nostalgia del Brasile. In generale sono una persona curiosa, ho un sacco di interessi, ora vivo e lavoro a Parigi.

Oggi sei tornato con “Jesus Te Ama”, dopo 10 anni dal tuo disco d’esordio e saremmo curiosi di capire quali sono le radici della tua passione per la musica!

La mia passione dalla musica viene da lontano, penso di averla avuta già da bambino anche se la scintilla è scattata in modo forte quando avevo 10-11 anni. Mio padre e mia madre ascoltavano molta musica, non sai quante volte la domenica mattina mi sono svegliato su Knockin’ on Heaven’s Door. Ho preso lezioni di piano per qualche anno, penso che quello abbia influito molto sulla mia concezione della musica. Chiaramente non sono un pianista, non voglio dire questo, anzi ci vogliono tantissimi anni ed enorme allenamento per diventarlo, però sicuramente ti porta ad ampliare quello che conosci. E vi dirò di più: l’ultimo pezzo, Ti Capisco, è un po’ un omaggio a questa cosa qui del pianoforte perché alla fine rappresenta forse la parte piu pura di me. È un pezzo molto intimo.

Il tuo nome d’arte è legato al tuo lavoro. Quando Joe è diventato Chef Joe?

Il mio primo nome da rapper è stato “J-Joe” (la prima J sta per “Jesus”), nacque al liceo, un po’ per il fatto che sono nato la Vigilia, un po’ così per caso, ma mi è stato stretto quando sono tornato. Tutti i miei ricordi legati a quel nome sono stupendi, ma è come se quando fossi tornato non mi ci riconoscessi più. Se avessi continuato chi mi seguiva ancora si sarebbe aspettato un “Alzati e Cammina 2”, impossibile da realizzare e soprattutto che non mi rappresenterebbe. “Alzati e Cammina” era il disco di un pischello che conosceva la sua strada e si stava affacciando al mondo, “Jesus Te Ama” è un concept album di un ragazzo che vive nel mondo. Sono senza dubbio collegati, essendo entrambi miei, ma uno non è un seguito dell’altro.

“Chef Joe” invece era un nome su cui stavo pensando da un po’, perché in fondo racchiude tutto quello che sono diventato ora, poi un giorno è arrivato Gose e mi ha detto “Chef Joe, ti devi chiamare Chef Joe, sei te, sei lo Chef”. Se ci pensate è un nome unico per tanti motivi.

La tua vita è stata segnata da un trasferimento in Brasile nel 2012: un viaggio incredibile che ti ha permesso di conoscere una nuova cultura. Solo quando sei tornato, però, hai ricominciato a far musica, prima a Rome e poi a Parigi. Oggi, infatti, in tuo stile è un insieme di esperienze e sound differenti: tu come definiresti il tuo modo di far musica?

È difficile per me etichettare il mio stile senza sacrificare qualcosa, penso di riuscire a essere molto vario e quindi potrei fare brani con contaminazioni delle più disparate. Sicuramente vi direi che mi piace rappare, amo fare quadruple rime sulla trap, ma pure fare il pezzo c*****e. Se devo dire una parola è “Nuovo Hip Hop”, perché mi interessa anche l’aspetto culturale della cosa.

Come abbiamo anticipato, 10 anni fa uscivi con “Alzati e cammina”, un album d’esordio che ha segnato il tuo ingresso nel mondo della musica dei grandi. Com’è stato produrre quel primo disco?

È stato quasi impossibile. Ai tempi realizzare un disco era già un’impresa, ma a Roma avevamo costruito una realtà molto fica, se ripenso a tutti i rapper che stavano in quel giro penso di poter dire che in Italia non si è mai visto, 30 rapper diversi tutti emergenti, tutti con il proprio stile, tutti in amicizia e collaborazione e tutti decisi a proporre qualcosa di nuovo. È stato fico far parte di quella rivoluzione, ci sono tante figure di quel momento che non dimenticherò mai.

Sicuramente una mano seria me l’hanno date Hyst, con cui registrai tutto il progetto, Yojimbo, che fu decisivo per quel disco, Mattia Savelli e Daniele Pace (collaboratori attuali) che curarono tutta la grafica.

Tornare dopo 10 anni non dev’essere stato semplice, ma sei stato capace di creare atmosfere trap/latine davvero interessanti. Quali sono stati gli step di produzione e chi ti ha aiutato?

Vivendo lì ho notato che il loro rapporto con la fede e la religione è completamente diverso dal nostro. Sono molto cristiani, ma poco cattolici, ci sono moltissimi evangelisti, e poi una miriade di altre religioni come lo spiritismo. La cosa che però ho notato in comune con l’Italia è che più vai in basso, più il legame con la fede è forte: questo rappresenta il primo dei parallelismi Brasile/Italia che ci sono nel disco, perché è un disco che in fondo parla dell’essere umano.

Io personalmente sono ateo, ho una filosofia molto personale su questo, e questo di certo non è un disco religioso, chiamarlo “Jesus Te Ama” è un modo per dirti “ti sto portando a vedere come vive e cosa pensa chi non ha nessuna voce”. È come farti vedere ciò che vedono loro chiamandolo così, perché i cartelli con quella scritta sono semplicemente ovunque, specialmente appunto nelle favelas.

Ho una foto in particolare che feci quando abitavo lì, che rappresenta molto tutto questo, ed è la foto che ho mostrato ad ogni membro del team quando gli ho proposto il progetto.

(traduzione della scritta: “Gesu arriva fra poco”)

Tutti i featuring sono brasiliani, in perfetta armonia con il mood del disco e gli conferiscono anche un tocco di internazionalità. Chi sono gli artisti con cui hai collaborato?

Sono stato spesso da G.O.G. alla favela da Madureira grazie a Bandolero, un ragazzo del team, quando sono andato in Brasile per girare il docufilm “Jesus Te Ama” (qualche puntata è già uscita su Youtube), e ad un certo punto si mette a rappare. Ci ha fatto sentire tantissimi pezzi, ha un talento incredibile, e ad un certo punto ha iniziato a rappare quello che è diventato poi il ritornello di Dubai e io sono andato in fissa. Pochi giorni dopo, che ancora mi girava in testa, ho conosciuto Tchalla & Cruz, che sono due rapper della favela do Complexo do Alemão e gli ho proposto di realizzarlo tutti insieme, è venuto tutto naturale, Bemo ci ha mandato un beattone dall’Italia in 15 minuti, poi siamo      andati in studio e abbiamo spaccato tutto.

Con Rizca invece è nato tutto durante la quarantena, mentre ero già a Parigi. Bandolero un giorno mi ha passato il suo singolo “A Casa Caiu” e io sono rimasto di sasso perché è fortissimo, gli ho chiesto subito se potevamo organizzare un feat. Poi mi sono sentito direttamente con Rizca e abbiamo fatto tutto, anche se a distanza, con il fatto della quarantena siamo riusciti a dare il giusto tempo alla cosa. Il pezzo che è uscito è potentissimo.

Sono molto felice di essere riuscito a fare un concept album sul Brasile che vede sia la presenza di rapper di Rio de Janeiro che di Sao Paolo, perché sono due facce molto diverse della medaglia e il fatto che ci siano entrambe da completezza.          

Infine, “Jesus Te Ama”, il brano che dà il nome all’album omonimo, racconta la storia di ragazzi cresciuti nelle tanto raccontate favelas. Com’è stato mettere nero su bianco quella rabbia e malinconia?

Istintivo. È stato il primo pezzo che ho scritto una volta tornato in Italia. Mi era capitato di andare in studio per fare qualche strofa così senza ritornello giusto per allenarmi, ma il primo pezzo è stato questo. Sapevo che era questo il punto su cui insistere: nel pezzo ci sono delle storie molto pesanti, ma molto vere. Sono tutte cose che ho visto o che mi sono state raccontate dai protagonisti, vuole dare un’idea più reale possibile di quella realtà. Io ci pensavo sempre: la gente rimane impressionata da cose che non sono niente di che. L’immagine dei bambini che giocano a calcio a piedi scalzi è una delle più potenti per me; ad esempio, una volta un ragazzo lì mi ha detto “se hai le scarpe qui sei già ricco”. Non aveva torto, ho visto e sentito succedere delle cose allucinanti, al limite della realtà e del credibile, il problema principale è proprio questo, la gente non ci crede. Lì i poliziotti se sono in un autobus e vedono uno che ruba gli sparano mentre l’autobus è ancora in corsa, c’è una quotidianità che non è possibile immaginare, poi chiaramente ogni posto ha i suoi pericoli o le sue insidie, non è una gara, né è interessante farla, ma le proporzioni sono molto diverse.

Ho anche un pizzico di orgoglio ad aver scritto questo pezzo, per quello che rappresenta e soprattutto per chi rappresenta. 

Quali sono i tuoi programmi per il futuro?

Intanto usciranno le copie fisiche ed il merchandising, poi con il team siamo sempre al lavoro, io sono molto creativo e sono anche in una buona fase. Sicuramente con la ripresa degli eventi la prossima primavera conto di portare l’album in giro e suonarlo dal vivo, che mi manca parecchio

C’è qualcosa che vorresti dire ai nostri lettori?

Bella a Siloud, è un piacere rispondere alle vostre domande. A chi legge, spero che si goda il disco perché è una bomba.

Chef Joe for Siloud

Instagram: @sichefjo/
Facebook: @truechefjoe
Link:
https://ChefJoe.lnk.to/JesusTeAma

Credits: Camilla Campart, RC Waves

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