InTheMusic: Malinverni, interview

A 5 anni comincia con il violino, verso i 17 prende in mano la chitarra e così conosce anche la scrittura: Malinverni è la parte artistica di Matteo Pace. Nasce e cresce a Roma e poi si trasferisce a Palermo. Nel 2010 si diploma al Cet di Mogol e poi da autore e chitarrista di Claudio Cera si esibisce in più locali romani. Oggi è fuori con il suo nuovo brano “Da qualche parte”, registrato per Piuma Dischi.

Nome: Matteo
Cognome: Pace
In Arte: Malinverni
Età: 30
Città: Roma
Periodo di attività: 2010
Genere musicale: Indie, Pop
Piattaforme: Spotify, Apple Music, Amazon Music 

Chi c’è dietro Malinverni?

Dietro Malinverni c’è Matteo Pace, 30 anni di Roma trasferito a Palermo. C’è un ragazzo che ha trovato nella scrittura delle canzoni un modo per analizzarsi e analizzare quello che vede intorno.

Il progetto Malinverni nasce in un momento in cui non sapevo dove sbattere la testa, in cui mi chiedevo se fosse arrivato il momento di appendere la chitarra al chiodo. Ho semplicemente preso delle canzoni in cui credevo, le ho registrate e ho iniziato a pubblicarle da “indipendente”, ora insieme a Piuma Dischi.

Fare musica è un’esigenza, la faccio a qualsiasi costo, qualunque siano i risultati, qualunque siano le mie condizioni esistenziali.

Non aveva più senso che tenessi tutto per me.

Quando e come ti appassioni al mondo della musica?

Insospettabilmente nasco musicista classico, ho iniziato a 5 anni col violino. Credo di essere stato l’allievo più scarso che la mia insegnante abbia mai avuto! Diciamo che la costanza non era il mio forte, ma in realtà sì, la musica l’ho studiata e anche parecchio.

Verso i 17 anni (quindi abbastanza tardi) ho preso in mano la chitarra e non l’ho più lasciata: mi dava la possibilità di fare quello che ancora non sapevo di volere del tutto. Così ho iniziato ad accompagnarmi mentre cantavo, poi ho iniziato con le prime canzoni mie, poi i concerti, i locali e tutto il resto. 

La scrittura per me è sempre stato un mondo magico, riservato a pochi. Sono molto duro con me stesso e perciò le perplessità più grandi riguardavano l’essere capaci o meno.

La verità è che, al netto del fatto che un minimo di talento lo si dovrebbe avere, a volte le canzoni escono bene, altre meno, altre fanno schifo. Quelle che fanno schifo cerco di non pubblicarle. L’importante è essere onesto con te stesso quando scrivi, partendo dal fatto che non sei De Andrè.

Anni 90, nasci e cresci a Roma e poi ti trasferisci a Palermo. Nel 2010 ti diplomi al Cet di Mogol e poi da autore e chitarrista di Claudio Cera ti esibisci in più locali romani. Quanto queste esperienze hanno influenzato la tua musica?

Penso che siamo la somma di quello che ci capita, quindi queste esperienze mi hanno influenzato molto.

La fortuna di frequentare il CET abbastanza giovane (avevo 20 anni) mi ha portato ad interagire con molti artisti che, rispetto a me, erano completi e già formati con uno stile loro. Questo mi ha dato la possibilità di “rubare con gli occhi” e stare al passo, anche se è stata dura.

Con Claudio è stata la prima vera esperienza per quanto riguarda il live, un aspetto che è stato purtroppo molto trascurato negli ultimi anni. Da questo punto di vista sono della vecchia scuola, le mie canzoni esistono per essere suonate dal vivo e ho sinceramente paura quando mi parlano dell’importanza di essere “artisti virali”. Ora che molto del successo si basa sullo streaming, può succedere che per una serie di fattori un ragazzo che ha sempre suonato nella cameretta diventi una star senza essersi esibito nemmeno alla sagra del carciofo. 

Nessuno nega l’importanza del mondo musicale virtuale, solo che non dovrebbe essere l’unico criterio preso in considerazione.

I concerti mi hanno aiutato a capire quale fosse il modo giusto per me di stare sul palco, come interagire con la gente che ti viene a sentire o che devi conquistare se si trova lì per caso. I locali sono stati una palestra importante davvero.

Come descrivi il tuo sound?

Il sound delle mie canzoni si adatta alle esigenze dei brani stessi. A livello compositivo sono abbastanza schizofrenico, cerco di fare cose diverse e quindi anche il suono sarà orientato in funzione del risultato che voglio ottenere. Magari il prossimo pezzo lo faccio rock ‘n’ roll, quindi suonerà molto diverso dall’ultimo uscito. Ciò che mi ha fatto piacere è che chi mi ha ascoltato mi ha detto di aver percepito una “matrice comune” che lega le canzoni, una riconoscibilità. Tecnicamente dovrei essere definito un cantautore “indie”. In pratica penso che la parola “indie” sia stata completamente svuotata di significato, e di fatti, ho sempre rivendicato la mia appartenenza alla musica leggera, il famoso “pop”. Anche “pop” ormai non è più una bella parola, spesso fa rima con dozzinale, superficiale o più semplicemente “reggaeton”. Fare musica leggera non esclude i contenuti, secondo me. O per lo meno non dovrebbe, infatti c’è chi ci riesce bene anche tra i giovani.

Nel 2019 decidi che è di nuovo il momento di dedicarti alla musica da solita e fai uscire tre brani. Come nasce questa consapevolezza e perché ti dedichi di nuovo?

Di nuovo” perché mi sono autocensurato per parecchio tempo, pur avendo materiale da proporre. Suonavo i miei pezzi dal vivo, aprivo concerti, ma non mi prendevo sul serio. Non avevo alcuna intenzione di registrarli, di fare qualcosa che somigliasse ad un album.

Sono uno che pensa molto, troppo forse. Poi nella mia testa si è acceso qualcosa e mi sono detto di essere pronto.

Oggi sei fuori con il tuo nuovo brano “Da qualche parte”, registrato per Piuma Dischi. Come nasce il pezzo?

Da qualche parte” nasce poco prima di lasciare Roma e trasferirmi a Palermo, che mi ha comunque accolto benissimo. È una canzone un po’ malinconica, un po’ incazzata. Il messaggio però, a conti fatti, è positivo: è stato come dire “Ovunque mi porti la vita, ritroverai la stessa persona quando mi verrai a cercare”

Qual è la storia che volevi raccontare con il brano?

Il brano parla di rapporti, di addii, o forse di arrivederci. Ho cercato di rivolgermi alle persone che mi hanno attraversato in poche frasi, direzionando il messaggio come se parlassi ad una sola.

Ci sono donne, amici e sullo sfondo il rapporto con la mia città, che definisco “pasoliniano”: un concentrato di odio, amore, disillusone ma anche passione.

E infine, com’è stato registrarlo e produrlo?

È stato sinceramente emozionante, come ogni volta che metto piede in studio di registrazione per fare qualcosa che mi riguarda da vicino. 

Cosa ci riserbi per il futuro?

Con Piuma Dischi e i ragazzi del BDR Studio stiamo già lavorando ai prossimi pezzi. C’è in cantiere un album. Poi, sinceramente, cerco di lasciar andare le cose come devono. Pianificare è giusto, ma vivere le cose con ossessività (come faccio spesso) spesso produce effetti contrari a quelli desiderati. Lo stesso ingresso in Piuma Dischi è avvenuto in maniera inaspettata, forse anche perché riesco anche a vivere le cose diversamente rispetto a quando ho iniziato.

C’è qualcosa che vorresti dire ai nostri lettori?

Quando questo periodo folle che stiamo vivendo finirà e si potrà ricominciare a suonare, uscite di casa e andate a scoprire artisti che non conoscete. Magari a volte non vi piaceranno, magari invece la loro musica diventerà parte della vostra vita. Siate curiosi.

MALINVERNI for Siloud

Instagram: @malinvern.i
Facebook: @maIinvern.i

Credits: Federico Cardu, PressaCom

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