InTheMusic: VANBASTEN, interview

Una passione per il calcio da cui proviene anche il suo nome d’arte: suo padre gli aveva regalato la maglietta di Vanbasten, quella arancione dell’Olanda e lui la metteva sempre. Da quel momento, Carlo Alberto Moretti diventa VANBASTEN. Solo a 22 anni, dopo aver concluso una carriera da calciatore, si avvicina alla musica. Ha navigato il Punk e imparato crescendo. Dal Rap al Punk passando per la Garage e dalla Garage alla New Wave fino al Pop. Il 30 ottobre 2020 è uscito il suo disco d’esordio, intitolato “Canzoni che sarebbero dovute uscire tot anni fa”. 10 brani, rappresentativi di un immaginario fatto di periferie, amori, ferite, violenza, sconfitte, voglia di rivincita e di riscatto, in cui è l’esigenza di descrivere la realtà a guidare la narrazione.

Nome: Carlo Alberto
Cognome: Moretti
In arte: VANBASTEN
Città: Roma
Nazionalità: italiana
Brani pubblicati: 16enne, Pallonate, Santamadre, Mascara, Ken Shiro, Bevi Bevi
Album pubblicati:Canzoni che sarebbero dovute uscire tot anni fa
Periodo di attività: dal 2010
Genere musicale: Pop, New wave

In arte VANBASTEN, nella vita quotidiana Carlo Alberto, chi sei in realtà?

Sono Carlo, un ragazzo romano che suona e scrive canzoni, nella vita faccio poco altro che si possa raccontare.

Cosa si nasconde dietro il tuo nome d’arte?

Da piccolo scendevo sotto casa per giocare a pallone come tutti i ragazzi e lì quasi chiunque prende un soprannome. Mio padre mi aveva regalato la maglietta di Vanbasten, quella arancione dell’Olanda ed io la mettevo sempre. Quando gli altri bambini iniziarono a chiamarmi così mi sentii un privilegiato perché mi era toccato un soprannome buono e non volevo che restasse solo ai campetti sotto casa.

Solo a 22 anni, dopo aver concluso una carriera da calciatore, ti avvicini alla musica. Com’è nata questa passione?

Odiavo quelli che entravano al liceo con la chitarra a tracolla, li vedevo come degli sfigati. Per me la musica fino ad una certa età è stata solo un ascolto, associavo i musicisti a quel movimento cattolico puritano e non avevano alcun fascino su di me. Poi con il tempo iniziai a capire meglio ed iniziai a pensare che il calcio fosse una perdita di tempo. All’epoca avrei firmato un contratto con la mia squadra del cuore che mi avrebbe girato in prestito a fare gavetta, sarei finito in C2 o in C1 al massimo, lontano da casa, dagli amici e dai miei sogni. Ricordo che da piccolo con papà, prima degli allenamenti, passavamo di fronte alle vetrine di un famoso negozio di musica ed io ne rimanevo tutte le volte incantato, tutte quelle forme e quei giocattoli luminosi mi eccitavano. Per anni continuai a giocare a calcio, ma un giorno mi comprai una chitarra elettrica e smisi di andare ad allenarmi, forse scelsi la via meno sicura, ma tutt’ora me ne frego.

Hai navigato il Punk e imparato crescendo. Dal Rap al Punk passando per la Garage e dalla Garage alla New Wave fino al Pop. Qual è lo stile nel quale ti identifichi oggi?

Ho iniziato tardi e mi sono buttato di testa in un mondo più grande di me che spesso mi ha preso a calci in culo. I generi che ho sperimentato e le forme liriche che ho imparato a conoscere sono i miei migliori amici, mi rendono libero da qualsiasi gabbia creativa e mi permettono di fare di testa mia senza dovermi ispirare a qualcosa o a qualcuno necessariamente, ma amo la new wave e i cantautori tristi.

Nel 2019 apri i concerti di Pete Doherty & The Puta Madres. Come ti hanno cambiato e arricchito queste esperienze?

Quando ti avvicini così tanto ai tuoi idoli rischi di bruciarti ed è quello che più o meno è successo a me. Il signor Doherty è un fenomeno da palcoscenico ed ha una penna brillante, nobile direi, ma avrei preferito continuare ad ascoltare i suoi dischi invece di vederlo in quelle condizioni.

Il 30 ottobre 2020 è uscito il tuo disco d’esordio, intitolato “Canzoni che sarebbero dovute uscire tot anni fa”. Cosa racconta questo progetto?

È un disco che non avrebbe dovuto esistere, nel senso che le canzoni sarebbero dovute uscire separatamente tot anni fa, ma la musica si mischia sempre alla vita quotidiana e per milioni ragioni non uscirono mai fino ad ora. Ho scritto ogni pezzo per una ragione ben specifica, non ci sono riempimenti, ogni canzone ora è al suo posto e per ogni canzone c’è un essere umano che me l’ha ispirata.

10 brani, rappresentativi di un immaginario fatto di periferie, amori, ferite, violenza, sconfitte, voglia di rivincita e di riscatto, in cui è l’esigenza di descrivere la realtà a guidare la narrazione. Qual è il pezzo a cui ti senti più legato?

Il pezzo a cui sono più legato è Sparare Sempre. È il mio inno, l’ho scritta perché la desideravo, ma come anche per gli altri pezzi non c’è un’idea di narrazione a prescindere, non esiste un registro linguistico scelto a tavolino, sono i miei luoghi, le mi persone, le mie cose e sono tutte dette a modo mio, come se mi girassi a guardarti e senza parole tu comprendessi ciò che voglio dire. La narrazione è empatia ed onomatopea, bisogna essere sé stessi per raccontare una storia e quella è la sfida più grande ogni giorno, accettarsi e godere nel raccontarlo.

4 i video disponibili legati al tuo EP: com’è stato vedere tradotti in immagini i tuoi singoli? 

Amo il cinema e trovo che sia la forma d’arte più affine al mio carattere. Amo le teatralizzazioni, che siano drammatiche o comiche, adoro vedere come cambia un suono quando lo puoi guardare. 

Quali sono i tuoi progetti futuri?

In questo periodo? Ahahah 

C’è qualcosa che vorresti dire ai nostri lettori?

Si, quando non scrivo canzoni sono un ghostwriter, scrivo i libri per gli altri. Leggo spesso un sacco di cose fatte male e pensate peggio, senza amore e cognizione, spero di non suscitare in voi lo stesso imbarazzo, abbiate cura di me e del meglio che riesco a darvi, io lo faccio solo perché devo, perché senza non ci so stare.

VANBASTEN for Siloud

Facebook: @VANBASTENBAND
Instagram:  @vanbasten__
Youtube: yt.com/vanbasten

Credits: Big Time

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