InTheMusic: Quanto, interview

Nella vita quotidiana è Matteo Buranello, in arte, invece è Quanto. Il suo sound è riconoscibile e immediato: chi lo ascolta la prima volta poi riconoscerà sempre il suo stile. Sembra indie-pop ma poi mixa il tutto con uno stile internazionale. Negli ultimi quattro mesi è tornato per ben 3 volte nei digital store. Dal 25 novembre, invece, è disponibile un suo EP: una sorta di esperimento di accompagnamento fra tre pezzi distinti ma con qualcosa in comune.

Nome: Matteo
Cognome: Buranello
In arte: Quanto
Città: Biella
Nazionalità: italiana
Periodo di attività: dal 2019
Genere musicale: Indie-Rock, Alternative-Pop
Piattaforme: Spotify, Apple music

Parlaci di te Matteo!

Vivo a Biella, per chi non lo sapesse, una piccola cittadina di provincia in Piemonte, e ho due vite parallele: una con un lavoro da libero professionista che mi permette di averne una seconda in cui scrivo canzoni, per me e (ci sto provando) per altri.

Come e quando nasce il tuo amore per la musica?

Amo la musica in maniera viscerale, da quand’ero un giovane ragazzo della provincia e ascoltavo il britpop e mi pittavo le unghie. Ancora oggi compro compulsivamente dischi e ascolto musica praticamente tutto il giorno. Credo che la mia vita sarebbe terribile senza. In generale, preferisco il pop rock inglese e americano, ma non mi pongo limiti: amo i cantautori, vado pazzo per i Kent, una band svedese che non esiste più, e mi piacciono le contaminazioni e anche le cose più esotiche.

Perché ad un certo punto Matteo Buranello diventa Quanto?

Nel 2017 si è disfatta la mia band, i Dagomago, con cui si era fatta un po’ di strada (anche letteralmente) e non sapevo più che fare. Quando ho deciso di avviare un progetto solista, il mio nome e cognome non mi suonava bene. Mi piacciono i travestimenti, mi piace poter giocare con le parole e la comunicazione. Quindi mi sono messo alla ricerca di un nome d’arte e mi sono dato delle regole: doveva essere una parola sola, doveva contenere la Q e avere più significati. Stavo leggendo un libro di Stephen Hawking e improvvisamente l’ho vista scritta lì sopra “Quanto” e ho pensato “sì, questo è fichissimo”.

Il tuo sound è riconoscibile e immediato: chi ti ascolta la prima volta poi riconoscerà sempre il tuo stile. Sembri indie-pop ma poi mixi il tutto con uno stile internazionale. Come definiresti la tua musica?

Beh, innanzitutto grazie per aver colto la profonda ricerca di identità che tento di applicare sempre al mio lavoro. L’indie-pop è una scatola fichissima, perché ti puoi permettere di metterci dentro un po’ di tutto quello che ti piace. Come quei cesti di Natale con prodotti vari, in cui alla fine ci trovi sempre qualcosa di utile.

Ma c’è un rischio. E il rischio è di non riuscire a trasmettere la tua personalità. C’è tanta musica bella e prodotta bene che sta uscendo sotto il cappello dell’indie-pop, ma a me sembra tutta uguale. Talvolta mi pare che certi artisti oggi facciano musica apposta per entrare nel mucchio, come se fare ascolti fosse più importante delle persone reali che ascoltano la tua musica.

Non voglio dire che non mi interessa fare ascolti; faccio musica pop e il suo obiettivo è essere ascoltata da più gente possibile, ma credo che sia innanzitutto Arte e che l’arte si fa per la gloria e la gloria la raggiungi facendo un monumento alla tua personalità, non alle tendenze del momento. Se sento che la mia canzone mi chiede un fiume di chitarre, allora io le metto, non mi interessa se poi chi fa le playlist la scarta a prescindere perché ci sono le chitarre dentro che in questo momento non fanno tendenza. Che si fottano (si può dire “fottano”?). Anche perché poi sono sicuro che vanno a casa e si ascoltano i Beatles e gli Stones a rotazione, perché siamo sempre lì. E allora che cazzo (si può dire “cazzo?”), fai sentire ai ragazzini anche un po’ di rock’n’roll che così si risvegliano dal torpore assoluto in cui stanno piombando.

Sono completamente andato fuori tema. Come definirei la mia musica? Pura e allo stesso tempo viziosa.

Negli ultimi quattro mesi sei tornato per ben 3 volte nei digital store. Come nascono i tuoi brani?

Dico sempre che per me scrivere canzoni è come fare la cacca. Mi viene e lo faccio. Quello che spero è che sia solo una metafora e che il risultato per le canzoni sia diverso ahah

Di solito parto da un testo che ho già scritto, magari in metrica. E poi ci metto la musica, con la chitarra o direttamente al computer. Quando ho raggiunto un risultato che mi convince, lo condivido con la mia band e con loro lavoriamo all’arrangiamento. Poi riprendo in mano il progetto e vado ad affinare la produzione, che di solito completo in forma ibrida tra il mio studiolo casalingo e lo studio di registrazione.

Dal 25 novembre, invece, è disponibile un tuo EP: una sorta di esperimento di accompagnamento fra tre pezzi distinti ma con qualcosa in comune. Quando è nata l’idea di questo progetto?

Gli esperti (e ce ne sono a migliaia là fuori) ci dicono che oggi è importante uscire regolarmente e che, più o meno, il mondo se ne frega se fai uscire un album e che il sistema delle piattaforme sta premiando di più le uscite singole. Volevo però dare qualcosa a chi mi ascolta, perché trovo triste che stai lì ad ascoltare un pezzo e poi dopo non c’è più niente. È come un juke box in cui se non metti la monetina non succede nulla. Allora la monetina ce la metto io e ti faccio ascoltare anche altre due canzoni che non hanno meno valore del singolo, ma sono anche accomunate da qualcosa. 

E qual è il filo conduttore tra i tre brani?

Per me questo EP è una specie di micro-concept sullo stadio. Lo stadio come luogo di socialità, sfogo e ribellione, emozioni intense, grida liberatorie, gioie, dolori, amori iniziati e finiti, di partite e concerti, un luogo in cui la folla diventa un’unica grande voce. 

Nel dettaglio, cosa racconta Ultrà? QUANTO di te c’è nel pezzo?

Quand’ero bambino ero costretto ad andare in chiesa. Durante la messa, i canti liturgici mi facevano provare un’emozione particolarmente intensa. I canti degli ultrà alla partita sortivano su di me lo stesso effetto, ma amplificato. Ecco, forse lo stadio per me è stato una seconda chiesa. Lo stadio è un brivido, un urlo che ha bisogno di uscire e di squarciare il silenzio.

Programmi per il futuro?

Sarebbe bellissimo poter tornare a suonare. Dal vivo, o anche solo in sala prove. E poi altre uscite. Ne abbiamo un po’ in programma per l’anno che sta arrivando.

C’è qualcosa che vorresti dire ai nostri lettori?

State bene, drizzate le antenne e caricate la molla che quando questo momento orribile sarà finito ci sarà da fare un po’ di macello come si deve.

Quanto for Siloud

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Credits:  Pressa Com, Irene Cimò

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