InTheMusic: Francesco Gentili, interview

Francesco Gentili ha 25 anni (ancora per qualche mese) e vive in un piccolo paese della Tuscia chiamato Lubriano, anche se si divide fra questo e quello accanto, ovvero Bagnoregio. Oltre ad essere uno studente universitario, è anche un artista. Avvicinatosi alla musica da piccolo, grazie ad un vecchio giradischi presente in casa, nel tempo ha vissuto molte (e diverse) esperienze proprio nel campo musicale.
La sua musica è la parte di lui più profonda, oltre la pelle, la sua età, i suoi occhi, oltre l’inchiostro di un tatuaggio, oltre tutto questo; la sua musica è in cerca di felicità, è quello che la parte più profonda di lui gli dice, è un rimprovero, uno stimolo, un abbraccio, una carezza, uno schiaffo.

Nome: Francesco
Cognome: Gentili
In arte: Francesco Gentili
Età: 25
Città: Lubriano (VT)
Nazionalità: Italiana
Brani pubblicati: La Tua Stanza, Silvana
Periodo di attività: dal 2011
Genere musicale: Cantautorato, Indie, Indie-rock
Piattaforme: Spotify, Youtube, Apple Music, Amazon Music, Tidal

Parlaci di te Francesco!

Buongiorno! Sono Francesco, ho 25 anni (ancora per qualche mese) e vivo in un piccolo paese della Tuscia chiamato Lubriano. In realtà mi divido fra questo e quello accanto, ovvero Bagnoregio. Sono ancora uno studente universitario, iscritto ad Architettura dell’Università degli studi di Firenze. Sono ritornato al paesino a causa del Covid, che come molti colleghi, non potendo più seguire le lezioni in presenza, lavorare e avere i vantaggi di vivere da fuorisede, non mi conveniva pagare l’affitto per stare comunque a casa. Solleviamo la questione degli aiuti agli universitari? Meglio di no, parliamo di musica.

Fin da piccolo, grazie ad un vecchio giradischi presente in casa, ti sei avvicinato alla musica. Quando hai cominciato a suonare e come si è evoluta questa passione?

Ognuno di noi si ritrova in questo mondo pieno di mille cose tangibili e astratte. Ti ritrovi qui, come se teletrasportato da chissà dove e circondato da queste cose. E cose come la musica si avvicinano a te, non il contrario secondo il mio parere. La musica si avvicina con un canto, un cd, un giradischi, una ninnananna, una canzone che cantavano i nonni, o semplicemente sentiamo di mettere un sottofondo a questa nostra vita. A me la musica ha bussato da un giradischi, da una casa dove si ascolta musica, un nonno che non ho mai conosciuto che aveva lasciato una chitarra in soffitta, insomma ha bussato insistentemente. E non voleva solo che la ascoltassi, forse ancora non so che vuole, però mi sono lasciato andare al suo richiamo, alle sue onde, perché mi fa stare bene, perché quando hai una chitarra elettrica in mano e dai una pennata, una, secca, un movimento del polso netto, e la chitarra è attaccata ad un amplificatore con il volume al massimo e con un suono distorto è lì che voli, è lì che tocchi il cielo e scendi, fino alla prossima pennata. Quando un blues spoglio, alla vecchia maniera, ti avvolge, puoi fare poco, puoi respirare e vivere quel momento, stare in apnea nelle pause, sorridere ad assolo e ricominciare, così come un contrabbasso jazz, che con un calore ed un modo di districarsi in quel groove si insinua nella tua testa, fra i tuoi pensieri, e ti porta con sé, trascinandoti per tutta la canzone fuori.

Se le gocce di pioggia fossero i problemi, i pensieri, le paure, i timori, beh, a volte la musica ha il potere di portarti dall’altro lato della strada ancora asciutto, però se uno ti dicesse “Se ti fidi di me ti faccio attraversare senza bagnarti: passiamo fra una goccia e l’altra”, ti fideresti?  A volte bisogna buttarsi o fidarsi, per quanto la vita possa portarci ad essere cinici ed diffidenti. Divago molto, ma era necessaria come premessa, perché ho iniziato da autodidatta, scoprendo queste sensazioni da solo, poi insieme a dei compagni di gruppo, poi insieme a degli insegnati fantastici. Ho iniziato a studiare musica grazie alla chitarra elettrica, al blues, all’improvvisazione. Poi parecchi anni dopo iniziai canto, che mi diede un input per cambiare, per uscire da un guscio, non solo musicale, ma a livello relazionale, di vita, e ad amare quel guscio, però con la testa fuori e cosciente che è il mio guscio, e che può essere una corazza impenetrabile, un vestito da sera e che posso toglierlo, perché non siamo perfetti, ma siamo noi stessi e andiamo bene così sotto i nostri gusci.

Sei diventato un membro della band Rock’N’Road e tra il 2011 e il 2014 ti sei esibito in molti live. Cosa ha significato per te questa esperienza?

Un’esperienza indimenticabile. Una cosa talmente forte che accomuna le sensazioni più emozionanti senza avere un nome preciso. Perché non è solo il fatto di suonare e quindi fare una cosa che ti piace di fronte ad un pubblico e quindi avere qualcuno che ti ascolta. Sul palco, durante un live capitano molte cose e sempre in modo diverso. Ricordo il sudore sulla fronte, il mio sguardo che si girava verso il batterista e ricambiando lo sguardo continuava a suonare più forte e gli altri compagni che si muovevano insieme a me, ed eravamo una cosa sola. In quel momento c’era l’amicizia, l’amore, la felicità, e tanta musica, sopra e sotto il palco. Ha significato molto perché siamo stati subito buttati su tanti palchi, in tante situazioni diverse, con tanta fatica, con tante notti di prove, e mi ha fatto crescere tantissimo.

Dal 2016, poi, si sono susseguite molte vicende nel tuo percorso musicale: prima la band NoRules, poi i live nei locali a Firenze, poi la partecipazione e la vittoria al Teverina Calling a Bagnoregio. Quanto queste occasioni hanno cambiato la tua musica?

Con la band NoRules è stata un’altra incredibile esperienza. Eravamo tutte persone completamente differenti, venivamo tutti da generi differenti. Erano tutti veramente bravi, in particolare la cantante Beatrice, che considero ancora una delle più forti con cui abbia mai suonato. Con loro abbiamo molto, anche se non è stata duratura la nostra storia. Firenze mi rapì il cuore dal primo giorno in cui misi piede in quella città. Tutto era poesia, tutto era musica e quando iniziai a suonare fu bellissimo, fu emozionante e credo che la prima volta, in un locale piccolino vicino a Piazza San Marco, sbagliai il testo delle prime due canzoni dell’emozione.

Quando mi riconoscono qualcosa, quando mi dicono “bravo” o ricevo un qualche premio o riconoscimento, sono sempre abbastanza cauto. Me la godo, mi lascio andare e sono davvero felice, però allo stesso tempo penso a tutti quei complimenti o incoraggiamenti mancati che mi hanno fatto continuare e andare avanti, sempre. Per rispondere alla domanda si, mi hanno cambiato tutte queste occasioni, ma come può cambiare la vita di ognuno di noi dopo belle esperienze, faticose, a volte non condivise da tutti ed indelebili. Quindi sono cambiato prendendo coscienza di cosa vuol dire fare musica, cosa ti dà, cosa ti toglie e sicuramente ancora è una piccola parte di quello che so.

Se dovessi descrivere la tua musica oggi, con che termini lo faresti?

Molto probabilmente non lo farei. Sarebbe come descrivere me stesso, posso dire la mia età, il colore dei miei occhi, cosa mi piace e quelle cose che oggettivamente sappiamo tutti di noi. La mia musica è la parte di me più profonda, oltre la pelle, la mia età, i miei occhi, oltre l’inchiostro di un tatuaggio, oltre tutto questo. E io cambio, cresco, cado, ho bisogno di stare bene a volte anche stare male perché anche quello fa parte del gioco, non può esistere la luce senza l’ombra. Quindi la mia musica è in cerca di felicità, è quello che la parte più profonda di me mi dice, è un rimprovero, uno stimolo, un abbraccio, una carezza, uno schiaffo. “Può esse fero e può esse piuma” (scusate ma a volte non riesco ad essere troppo serio). Ogni cosa che scrivo è dettata da una parte di me che è come se si staccasse, prendesse vita e mi iniziasse a parlare.

Quali sono gli artisti da cui ti lasci ispirare?

“Tutto” è banale come risposta vero? Mi ispirano le immagini, quello che vedo e anche piccoli momenti, istantanee. Gli artisti con le loro canzoni riempiono le mie giornate, ascolto di tutto, dalla musica classica a metal. Però ci sono artisti che ammiro profondamente e che mi ispirano e molti sono italiani. Fabrizio Moro, Niccolò Fabi, Max Gazzè, Daniele Silvestri, Fabrizio De Andrè, Rino Gaetano, Lucio Dalla.

Nel 2020 ti sei dedicato di nuovo alla scrittura e alla produzione come solista rilasciando ben tre brani di cui il più recente, “La tua stanza”, è disponibile dal 29 gennaio. Cos’hanno in comune i pezzi?

I pezzi hanno in comune il fatto che sono nati da un’esigenza. Un’esigenza di un dire un “vaffa” a Salvini, che non so in quale immaginario o universo parallelo posso considerare l’idea di condividere il suo pensiero politico e umano, un’esigenza di dire “Sei l’estate che vorrei” e scrivere qualcosa su quel mondo strano che è l’amore e che forse ci capiremo qualcosa solo quando avremo più rughe che capelli, però con un ukulele è tutto più leggero.

La mia ultima canzone invece è figlia del 2020 quindi di anno devastante, un anno di tragedie con il crollo di ponti fatti di contatti, abbracci e baci con il resto delle persone che ci circondavano, quindi figlio di un malessere, una tristezza, una malinconia, che ha risvegliato una coscienza della vita più forte, una voglia di vivere che si accende con poco, con una telefonata, una videochiamata, una canzone cantata al telefono. E quindi fra questo stare male e questo stare bene c’è sempre la musica, ferita, colpita anch’essa, ma sempre con noi.

Stai tracciando la strada per un EP tutto tuo?

Sinceramente? Ci sono molte cose scritte, molte parole, accordi, melodie ma per ora no, usciranno dei singoli, sarà un anno importante per me perché potrete ascoltare la mia musica con tutti i suoi umori, alti e bassi, come sono io, però un Ep per ora no, non è in progetto ma mai dire mai.

Hai programmi per il futuro?

Certo che ne ho. Ho in programma di ridere, molto, di prendermi del tempo appena posso per scrivere e per suonare. Mi piace molto il teatro, il doppiaggio. Nel mio futuro ci sono tanti programmi, tanti progetti, ancora embrionali, tante cose che formano i miei piani A, B, C,D… Anche l’Architettura mi piace molto, già sto facendo qualche lavoro e quindi per ora non mi lamento, assolutamente.

C’è qualcosa che vorresti dire ai nostri lettori?

Caro lettore, se sei arrivato fino a qui adesso sai parecchio sul mio conto. Ti aspetto, vorrei conoscerti; mi piace conoscere persone nuove, interagire, quindi se per ora non puoi venire ad un mio concerto e vorresti chiedermi qualcosa, scrivimi, che siamo tutti uguali, con i nostri alti e bassi, con le giornate storte, con le nostre manie, pazzie, modi di dire, passioni e anche voglia di ritornare a cantare sotto un palco insieme. Ti abbraccio, chiunque tu sia.

E ringrazio anche voi di Siloud per aver letto queste righe, queste avventure e pensieri.

Francesco Gentili for Siloud

Instagram: @fran__music
YouTube: Francesco Gentili

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