InTheMusic: Parrelle, interview

Quella di Pierluigi Russo è un’anima che ha bisogno di dirigere le emozioni facendo musica. Abita in un paesino in provincia di Napoli, precisamente in Via Parrella ed è da lì che nasce il suo nome d’arte: Parrelle. Si è innamorato della musica per quel bisogno impellente di comunicare, di raccontare alle persone che il mio mondo è fatto da ombre più che da luci, ma che a volte queste ombre possono descrivere traiettorie di insperata felicità. Il suo ultimo singolo “Vans” è nato nel periodo del Lockdown ed è come un pugno in faccia che ti arriva in una fredda mattina invernale, un nodo in gola che diventa fune, un vuoto che diventa pianeta.

Nome: Pierluigi
Cognome: Russo
In arte: Parrelle
Età: 26
Città: Boscoreale (NA)
Nazionalità: Italiana
Brani pubblicati: Ti sei vista?, Andrà tutto a puntate, Scorsese, Vans
Periodo di attività: dal 2019
Genere musicale: Indie, Indie-pop
Piattaforme: Spotify

Chi c’è dietro Parelle?

Dietro “Parrelle” c’è un’anima che ha bisogno di digerire le emozioni facendo musica. Vengo da Boscoreale, paesino in provincia di Napoli con gli occhi sul Vesuvio, ho 26 anni e faccio il fisioterapista alla luce del sole, e l’artista quando scende la notte ed è più facile chiudersi nei propri spazi e lasciar parlare la musica.

Cosa significa questo nome d’arte?

Credo che “Parrelle” sia sempre stato dentro me, ma avevo bisogno di tempo per trovare il coraggio necessario per presentarlo agli occhi del mondo; l’ho trovato così nel 2019: “Via Parrella” è la strada in cui abito, dove ho iniziato ad abbracciare le corde e le note di un pentagramma, ma che nel dialetto locale viene comunemente definita al plurale, come se stessimo dicendo “abito ai Parrelle”. Da qui nasce il mio nome d’arte, perché ovunque mi porterà la musica, non dovrò mai, e dico mai, dimenticare da dove sono partito, le mie radici.

Come ti sei innamorato della musica e perché? 

Tenco direbbe “mi sono innamorato di te, perché non volevo più stare solo, il giorno volevo parlare dei miei sogni, la notte parlare d’amore”; con la musica, per me, è stato un po’ così: mi sono innamorato di lei per quel bisogno impellente di comunicare, di raccontare alle persone che il mio mondo è fatto da ombre più che da luci, ma che a volte queste ombre possono descrivere traiettorie di insperata felicità. Amo dire che la musica m’ha salvato la vita, sempre.

Quali sono i tuoi riferimenti musicali?

Credo che un artista debba avere dei timpani più che aperti verso qualsiasi genere musicale, specialmente in un’epoca in cui si può passare dall’essere di tendenza all’obsoleto in meno di un nanosecondo. Nelle mie cuffie risuonano spesso i mostri del cantautorato italiano, il principe De Gregori e il suo fedele scudiero Dalla, passando poi per Pino Daniele (sempre sia lodato) e Cremonini. Pongo il lato destro del mio cuore verso questi artisti, e la parte sinistra verso il mondo Indie di Gazzelle, Calcutta, Brunori Sas. Ne dimenticherò qualcuno, ma spero sia chiaro il concetto di questo miscuglio sui generis.

La tua è una vera e propria navigazione nei generi musicali attuali, pur riuscendo a richiamare e ad inglobare perfettamente la tradizione. Quali sono i tratti principali della tua musica?

 “Parrelle ama raccontare e raccontarsi”; credo sia questo l’incipit per approcciarsi alla mia musica. Bisogna avere il cuore e le orecchie predisposte ad immergersi nelle mie storie che amo definire malinconiche, proprio per il loro retrogusto amaro. Insomma, la vita è uno schifo, ma io un po’ di più, e l’unico modo reale per cercare una via di scampo, una fuga, è scriverlo attraverso corde e tasti bianchi e neri. 

Come nasce un tuo brano e che sound cerchi ogni volta di richiamare?

Avete presente lo “Sturm und Drang”? Tempesta e impeto, così amo definire la nascita di una mia canzone. C’è una scintilla che arriva nei momenti più diversi, più insoliti: in macchina, al semaforo, in una metropolitana o al supermercato. Un istante in cui isolarsi dal resto del mondo e aprire le note del cellulare, sono l’unica soluzione per placare un animo che ha necessità di buttare fuori una, cento, mille emozioni. Sono aperto alle nuove tendenze synth, ma amo far risuonare nei miei pezzi le chitarre e un pianoforte al sapore di malinconia. 

“Vans” è il tuo ultimo, nato per ricordarti che l’amore comodo non fa per te. Come nasce e come è stato prodotto? 

Dovrei ringraziare il Lockdown, forse. “Vans” è nato nei primi mesi della pandemia, ed è un brano che ho amato sin dal primo ascolto. L’ho sempre immaginato come un pugno in faccia che ti arriva in una fredda mattina invernale, un nodo in gola che diventa fune, un vuoto che diventa pianeta. È una canzone malinconica, triste per tempi tristi mi verrebbe da dire, fatta per cuori con più di una cicatrice. L’ho prodotta a Roma, grazie alla supervisione del duo IndiePop degli “Amò” e la superba genialità di Alberto Cari. 

In che modo le tue produzioni passate ti hanno portato a ciò che sei oggi? 

È cambiato tanto il mio modo di scrivere e di fare musica; credo sia normale all’interno di un processo di crescita per un artista, specialmente quando attorno a te ci sono centinaia di nuovi pezzi in auge ogni settimana. Ho pubblicato la mia prima canzone quasi per scommessa, per poi capire che in realtà amo mettermi in gioco, sperimentare. Anche con il sound delle mie canzoni è stato così, partendo da “Ti sei vista?”, passando per “Scorsese”, c’è stata un’evoluzione che ha visto una passione verso il mondo elettronico prendere il sopravvento. Ho focalizzato maggiormente quello che voglio dalla mia musica, e con “Vans” inizia un percorso nuovo. Sono sicuro vi lascerà con la bocca e il cuore aperto.

Quali progetti hai per il futuro? 

In tempi come questi bisogna sempre stare attenti agli spoiler, ma posso ammettere, senza paura di aver paura, che nel mio futuro c’è tanta musica. Ho sempre pensato di avere cento mondi in un mondo solo, necessito di tempo per poterli raccontare, uno ad uno. Magari con un disco. Magari molto presto. 

C’è qualcosa che vorresti dire ai nostri lettori?

Non lasciate i vostri sogni a marcire accanto a quei mutandoni della nonna che non metterete mai. I cassetti vanno aperti, c’è da cambiare aria: i voli più belli, sono quelli che facciamo quando i piedi sono fissi sul pavimento.

Parrelle for Siloud

Instagram: @parrelle_official
YouTube: P A R R E L L E
SpotifyParrelle

Credits: Giuseppe Piccoli, Seitutto Press

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