InTheMusic: Giorgieness, interview

Giorgieness è, a detta sua, una ragazza che scrive canzoni e si complica la vita; più nello specifico è una ragazza che ha cambiato tante città e da due anni è approdata a Torino. La storia dietro al suo nome d’arte è anche il motivo per cui non ha mai sentito un passaggio, una differenza, tra chi è e come si chiamo quando è sul palco.
Tempesta” è il suo ultimo singolo e nasce almeno tre o quattro anni fa, sul letto, con tutto il set di registrazione montato a caso, tra cavi ingarbugliati e la mente un po’ annebbiata.

Nome: Giorgia 
Cognome: D’Eraclea
In arte: Giorgieness
Età: 29
Città: Torino
Nazionalità: Italiana
Brani pubblicati: Tempesta, Successo, Maledetta, Non ballerò, Che cosa resta
Album pubblicati: Siamo tutti stanchi, La giusta distanza
Periodo di attività: dal 2011
Genere musicale: Dark Pop
Piattaforme: Spotify, YouTube, Apple Music, ecc.

Chi è Giorgieness nella vita di tutti i giorni?

Una che scrive canzoni e si complica la vita, per riassumere. Più nello specifico sono una ragazza che ha cambiato tante città e da due anni è approdata a Torino. Nella vita da qualche anno suono e basta, ma prima ho fatto un sacco di lavori diversi, dalla babysitter all’insegnante di canto. Quest’anno faccio trent’anni e mi sembra una liberazione, i venti li ho vissuti tutti a pieno, a volte fin troppo, mi mancheranno ma mi piace l’idea di ricominciare un nuovo capitolo. Le due cose che amo di più sono stare sul palco e le mie gatte, Gilda ed Evita.

Come è avvenuto il passaggio da Giorgia a Giorgieness?

La storia dietro al nome Giorgieness è anche il motivo per cui non ho mai sentito un passaggio, una differenza, tra chi sono e come mi chiamo quando sono sul palco. Avevo sedici anni e un account netlog che passava da Giorgiedizionariodisinonimi a Giorgiethefuckingromantic. Poi mi sono innamorata di Mike Ness, il cantante dei Social Distortion e ho fuso il mio nome col suo. Quando a 19 anni ho mollato le band che avevo e iniziato il mio progetto musicale, non sapendo che nome mettere sui cartelloni, ho continuato ad usarlo e dieci anni dopo ancora mi calza alla perfezione.

Hai lanciato il tuo progetto artistico nel 2011, anno dal quale hai fatto molta esperienza nel settore. Facendo però un passo indietro, qual è il tuo primo ricordo legato alla musica e come si è evoluto il tuo percorso negli anni?

Il primo ricordo che ho se chiudo gli occhi sono io in macchina con mio padre che canto gli Oasis. Più indietro, mi raccontano che quando non riuscivo ad addormentarmi – ero una neonata tranquilla, ma già all’epoca a volta faticavo a prendere sonno – mi caricavano sul seggiolino della macchina e appena partiva la musica crollavo. Credo sia anche per questo che oggi non riesco a pensare ad una canzone senza delle immagini che scorrono nel finestrino della mia testa.

Ho scritto la prima canzone a sei anni circa, quando ho imparato il giro di do con la chitarra – non che sia migliorata molto nel tempo – e parlava di una stazione da cui il mio amato partiva. In realtà parlavo dei miei genitori, ma questo l’ho capito tardi. A quindi anni ho avuto la mia prima band, tutta al femminile, tutta punk, tutta sgangherata e nonostante avessi sempre pensato di fare l’attrice nella vita, ad un certo punto verso i vent’anni ho capito che volevo solo suonare e scrivere canzoni.

Quali sono i generi che più influenzano il tuo modo di fare musica?

Tantissimi! Cerco di non focalizzarmi su un genere come facevo da ragazzina – punk, rock, metal – ma di andare per emozioni. Ascolto da Taylor Swift ad Apparat, passando per Bjork e Nick Cave, non disegnando Britney Spears. Insomma non so dire con esattezza cosa mi ispira, credo siano proprio le emozioni.

Il disco che sto scrivendo, per assurdo il più moderno dei tre, mette radici nei Pink Floyd e nei King Crimson così come in produzioni vicinissime a noi! Il bello della musica è proprio che non devi spiegarla, ma solo viverla e nel mio caso restituirla al mondo secondo quello che è il tuo linguaggio.

È parere comune quello di vederti come una vera autrice e questo non sarà un caso: significa che ci sai fare, che hai talento e che riesci a trasmettere tramite quello che fai. È proprio per questo che, volendo scavare più a fondo, vogliamo sapere da te quali sono le caratteristiche delle tue produzioni. Cosa pensi ti differenzi da altri artisti?

Non mi sono mai soffermata molto sul confronto con gli altri, lo trovo un po’ deprimente e un po’ demotivante. Ma allo stesso tempo sono sempre felice di seguire i percorsi degli altri e genuinamente felice per loro quando capisco che hanno fatto centro, quando riescono ad esprimersi davvero per quello che sono.

Ciò detto penso che quello che può differenziarmi o meglio quello che mi caratterizza è anche il rapporto col pubblico. Racconto molto di me e di quello che succede attorno alle canzoni, non ho filtri se non quelli che servono a proteggere la mia vita privata, intima, interna. Ecco le persone mi restituiscono tanto, mi raccontano la loro vita e di come una mia canzone ne sia diventata parte. Mi piace pensare di essere in qualche modo loro amica o la loro terapista!

PS: Grazie del complimento, per me è davvero molto importante comunicare qualcosa di vero con le canzoni e sono sempre felice quando viene riconosciuto!

“Penso che la musica cresca con la persona che la fa”: questa tua frase ci ha colpito davvero tanto, perché descrive alla perfezione il processo evolutivo di ogni artista. Lato tuo, quindi, come si è evoluta la tua musica e quanto ti rappresenta oggi?

Ho cominciato che ero una quasi ventenne arrabbiata, innamorata e che non si conosceva per niente. Volevo solo andare sul palco e urlare le cose che mi facevano male, ho trovato nel rock e nel grunge una valvola di sfogo perfetta. Ma crescendo mi sono calmata, ho iniziato a dialogare con me stessa, a mettermi a fuoco, la rabbia ha preso una forma diversa, il silenzio, la quiete, tutto quello che prima mi faceva sentire spenta adesso lo vedo con una luce diversa.

Ho capito che posso vivere tutto a cento come una macchina impazzita ma prima o poi devo fare benzina e spegnere il motore. Sono cresciuta come sono cresciti tutti dai venti ai trenta e sono felice di riuscire a mettere in musica questo cambiamento. E a chi pensa che un musicista debba rimanere sempre uguale chiedo uno sforzo di altruismo, perché dietro le canzoni ci sono delle persone e le persone cambiano e si contraddicono o restano sempre se stesse ma in forme diverse.

Ho fatto un lungo lavoro su me stessa, anche grazie a dei terapisti bravissimi, quindi sentivo l’urgenza di mostrarmi nella mia nuova pelle senza paura. E la cosa bella è che chi mi segue ha vissuto con me tutto questo attraverso i social e forse anche nelle loro vite private, infatti nessuno si è stupito quando ho abbassato la distorsione della chitarra e usato tutte le sfumature della mia voce. Dovrei dire che avevo paura, ma in realtà non vedevo l’ora di farvi ascoltare chi sono diventata!

“Tempesta” è il tuo ultimo singolo. Come nasce e come è stato prodotto questo brano?

Nasce almeno tre o quattro anni fa, sul letto, con tutto il set di registrazione montato a caso, tra cavi ingarbugliati e la mente un po’ annebbiata. Mi è venuta in mente quel pezzo dei Pink Floyd che dice “quando ero piccolo ho avuto la febbre e le mani mi sembravano gonfie come due palloncini”. Quell’immagine ha dato inizio a tutto. Ne ho fatto una prima produzione da sola, poi l’ho lasciata lì. Qualche anno dopo ho conosciuto Davide Napoleone ad un camp per autori Sony e tornati da li glie l’ho mandata e gli ho chiesto se gli andava di lavorarci con me. È cambiata molto, ma non ancora nella forma di oggi. Ad un certo punto ho fatto dei passi indietro, verso la prima produzione e poi ho passato la palla a Ramiro, col quale avevo iniziato a produrre le nuove canzoni insieme a Davide.

L’ultima volta che è cambiata è stato un mese prima che uscisse, forse due settimane addirittura. Riascoltandola ho capito che doveva essere cantata in modo diverso, ho abbassato la tonalità e sono andata in studio a finirla. Credo sia il mio pezzo più importante e parlo per me stessa, è la fotografia di tutto quel cambiamento di cui abbiamo parlato prima, è il mio nuovo nome, il vestito cucito su misura di cui avevo bisogno per vedermi finalmente nuova.

In che relazione questo brano si pone con le tue produzioni passate e in che modo anticipa le tue prossime uscite?

Anche se non sembra, ha tantissime cose in comune col passato. È esattamente come volevo suonasse il secondo album ma non ero riuscita a comunicarlo, non con abbastanza forza e chiarezza. Però è musicalmente quello che penso di essere. Quindi un punto di svolta personale, finalmente so dire cosa voglio anche alle persone con cui lavoro, che ho scelto perché sanno ascoltare.

Con il nuovo ha tutto in comune e ci è anche servita molto per dare uniformità al resto del lavoro.

Quali progetti hai per il futuro?

Il terzo album. Ho il titolo da due anni e la title track è cambiata due volte, ma ora so che è lei. Quindi voglio finire al più presto e uscire entro l’autunno. Doveva essere già fuori ma per me la dimensione live è troppo importante e non voglio bruciare tutto per la fretta di fare ascoltare le canzoni. E poi, si spera, di tornare in tour!

Ho altri mille progetti legati in qualche modo all’uscita del disco, ma ne parlerò a tempo debito.

C’è qualcosa che vorresti dire ai nostri lettori?

Sì, un piccolo appello: la musica oggi va davvero veloce, ogni settimana scadono le canzoni di quella precedente. Voi continuate ad affezionarvi ai brani che vi fanno stare bene, custoditeli e dategli vita per tutto il tempo in cui vi staranno nel cuore.

Giorgieness for Siloud

Instagram: @giorgieness
Facebook: @giorgieness

Credits: Valentina Bracchi, Sound2b

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