InTheMusic: Francesco Cerchiaro, interview

Francesco Cerchiaro è nato a Cittadella, in provincia di Padova, attualmente vive in Belgio dove si dedica anche alla scrittura e alla produzione della sua musica. Ha scelto di essere Francesco Cerchiaro anche in arte, probabilmente perchè non gli piace pensare alla musica come a una sorta di alter ego in cui esce da se stesso per diventare qualcun altro. Con la sua musica mette insieme stili molto diversi: la sua, in realtà, una rivisitazione del cantautorato in una chiave totalmente nuova e moderna. A fine 2021 è in progetto la pubblicazione di un album, nel frattempo godetevi il suo ultimo singolo Mare.

Nome: Francesco  
Cognome: Cerchiaro
In arte: Francesco Cerchiaro
Età: 38
Città: Leuven (Belgio)
Nazionalità: Italiana
Brani pubblicati: Rebecca, Cammino da solo, Filastrocche per bambini, Il mio cane in una stanza, Notturni
Album pubblicati: Városliget EP , A Piedi Nudi
Periodo di attività: dal 2009
Genere musicale: Folk, Rock, Elettronica, Canzone d’autore

Chi è Francesco Cerchiaro nella vita di tutti i giorni?

Sono nato a Cittadella, in provincia di Padova, il 10 dicembre del 1982. Al governo c’era Fanfani. In casa avevano appena iniziato ad apparire gli schermi a colori. Mio padre era professore di filosofia, mia madre maestra. D’estate si andava al mare, a Jesolo, e in montagna, nelle dolomiti. Il mio nome completo sarebbe Francesco Maria Bruno Vittorio Giuseppe. Mi diedero un nome che era una sorta di dedica, un elenco di vari amici e “maestri” spirituali di mio padre, tutti morti da poco. Questa cosa da un lato mi ha sempre fatto sorridere, dall’altro credo mi abbia dato una sorta di imprinting che mi è entrato sottopelle; la paura di dimenticare. D’altra parte tutta l’arte non è che un tentativo di ricordare e di lasciare qualcosa che ci sopravviva, per cui valga la pena esser ricordati. Si finisce però spesso per voler dimenticare, non solo ciò che è meno importante. Questo è quel di cui parlo nel nuovo album. Divago? Di lavoro faccio il ricercatore in sociologia all’Università di Leuven, nella parte fiamminga del Belgio, dove mi sono trasferito nel 2018 e dove sono diventato anche padre di una bambina.

Perché hai scelto di mantenere il tuo nome come nome d’arte?

Non ho mai pensato ad uno pseudonimo e di conseguenza non ho mai riflettuto sul perché dovessi mantenere il mio nome. Questa domanda credo andrebbe fatta piuttosto a chi si sceglie un nome d’arte. Credo alla base della mia (non) scelta vi sia il fatto che non mi piace pensare alla musica come a una sorta di alter ego in cui esco da me per diventare qualcun altro. Sono sempre io. Anzi. Se è vero che la musica rivela il suo autore, a maggior ragione meno artifizi ci metto tra me e Lei e meglio è. Mettici che il mio nome e cognome non mi dispiacciono come sonorità. Comunque le ho sempre ritenute questioni di lana caprina. Se un’artista ti piace, il nome (pseudonimo o meno) diventa irrilevante.

Vorremmo conoscere più dettagli sul tuo percorso artistico: quando ti sei appassionato alla musica e quali sono stati gli step fondamentali della tua carriera fino ad oggi?

Da sempre. Da piccolo iniziai a suonare il pianoforte. Non ero particolarmente bravo tecnicamente o teoricamente preparato ma avevo fin da subito dimostrato una gran voglia per uscire dallo spartito e usare le note e quella tastiera per fare qualcosa di mio. Il percorso è stato poi quello di molti. Da adolescente il primo gruppo punk con gli amici di paese e poi, dai ventidue anni la scelta di fare qualcosa di completamente mio.

Le tue influenze sono anche il frutto delle tue varie esperienze di vita. Più nello specifico, quali sono i tuoi riferimenti artistici?

Inizio con tre nomi per me fondamentali. Sono tre stelle magari distanti tra loro, ma tutte luminosissime nella propria parte di cielo. Chopin (quando con un solo strumento sei riuscito a dire tutto), Leonard Cohen, (la canzone come strumento poetico senza complessi di inferiorità letterari, ma anche le melodie senza tempo e lo stile di sé), i Nirvana (Kurt, la voce più straziante ed emozionante del rock). Ma se dovessi continuare un elenco ti direi, in Italia, De André, Dalla, e poi i vari ascolti della gioventù, Marlene Kuntz e Afterhours su tutti.

Ancora in ordine sparso ascolti fondamentali per me sono stati quelli di artisti noti come Bob Dylan, Pink Floyd, Nick Drake, Nick Cave, Neil Young, Tom Waits, Kris Kristofferson, Billie Holiday, ma anche meno noti come Bill Fay, Dave Van Ronk, Blaze Foley, Lisa Hannigan, Elliott Smith, The Magnetic Fields, Rodrigo Amarante. Mi piacciono molto anche band rock come i Radiohead, o i The Strokes e gli Arcade Fire… Credo che la musica sia varia quanto i sentimenti e le emozioni che vincola. Per questo ho bisogno di molta più musica di quella che io stesso sappia fare.

Con la tua musica metti insieme stili molto diversi: la tua è, in realtà, una rivisitazione del cantautorato in una chiave totalmente nuova e moderna. Come sei riuscito a giungere a questo risultato?

 “A Piedi Nudi” del 2014 era un disco più folk e corale, arrangiato cioè insieme alla mia band del tempo con strumenti prettamente acustici (mandolino, ukulele, chitarra acustica, pianoforte). Ogni disco lo vivo come un viaggio esplorativo diverso da quello precedente. É un’immagine forse abusata quella del viaggio, ma rende bene un concetto; la persona che viaggia è la stessa, cambiano i luoghi. Ecco. Sono sempre io a creare musica e parole, il che dà di per sé un’impronta riconoscibile alle canzoni, ma avevo bisogno di creare un altro immaginario, altre sonorità. Perché musicare le parole non solo ci aiuta a ricordarle, ma ci dà anche l’immaginario per interpretarle e farle nostre. Ho lavorato più che in passato sulla ricerca dei suoni e degli strumenti per il nuovo disco. Per questo mi sono staccato dalle sonorità più classicamente folk e ho fuso elettronica, la ricerca di synth analogici da mischiare a suoni acustici e ambientali.  Synth, computer, loop elettronici richiedono competenze diverse che non avevo. Questo ha richiesto un certo tempo di per sé. Sul disco che verrà unisco sonorità acustiche a un’elettronica “calda”, data dall’utilizzo di synth anni ‘70 e ‘80 mellotron analogici e molto altro. A volte a sparigliare le carte, come su “Mare”, il primo singolo pubblicato a Gennaio 2021 si inseriscono ritmiche sintetiche, serrate e claustrofobica. Atre volte la scrittura e l’ascolto sono più dilatati e cercano di trasmettere una certa pace che è anche l’ispirazione della canzone stessa. Sulla scrittura invece ho continuato un percorso.

Cerco di scrivere qualcosa che serva a me ma che sia condivisibile, che sia parte di una storia comune e non necessariamente solo biografico. Una canzone deve cogliere un mio stato d’animo, mi ci devo riconoscere. E questo aiuta poi a far sì che una canzone mi calmi e mi consoli. Spero di aver scritto canzoni che abbiano questa funzione anche per altri. Ho cercato una scrittura sempre più sottrattiva, ridotta all’osso, senza orpelli e senza ammiccamenti, che si guardi intorno e non solo dentro, che parli all’uomo e dell’uomo di questo tempo, ma senza fare cronaca dell’ovvio o dello stucchevole. Ho lavorato molto anche sul suono delle parole e sulla loro scelta. Le poesie (cantate e non) che amo non usano trucchi da spot pubblicitario per cogliere l’attenzione dell’ascoltatore. Sto lontano da questa tendenza che sento dominante di scrivere canzoni fatte di slogan, frasi fatte per esser ricordate nel più breve tempo possibile, canzoni concepite per inseguire l’ascoltatore distratto.

La canzone non dovrebbe inseguire una comunicazione da “tweet”, men che meno la logica del “like”. La musica (l’arte in generale) che amo mi eleva. Non mi segue al ribasso. Ecco. Provo a fare fondamentalmente questo. Cerco solo di farlo in maniera migliore e più pura di prima.

“Mare” è il titolo del tuo ultimo singolo, di cui hai rilasciato anche un video ufficiale. Come hai lavorato al brano e come è stato realizzato il videoclip?

 “Mare” è la canzone che aprirà il nuovo disco e ne contiene tutte le coordinate. Il “mare” cui il titolo del brano fa riferimento è quello che tutti stanno navigando in un dato momento della loro vita: il mare della vittima e dell’aguzzino, del sognatore e del pragmatico, dell’amore e dell’odio, della terra di mezzo e del confine. Di chi si è fermato per sempre a riva e di chi, da quella riva, ripartirà. Si cerca di dare voce a quell’esistenza minima comune ad ogni uomo, al di là del tempo e dello spazio di ogni singola vita. Nel disco ricorrono due parole che vengono sviscerate lungo tutti i 9 brani presenti: “ricordare” e “dimenticare”. Sono due parole legate l’una all’altra. La necessità di ricordare, perché senza radici saremo solo “cespugli rotolanti”, l’altrettanta necessità di dimenticare, perché anche il “diritto all’oblio” è un rimedio talvolta necessario per non rimanere ancorati al proprio dolore.

Ho scelto questo brano anche per segnare subito l’evoluzione musicale intrapresa. Volevo spiazzare chi si aspettava da me una ballata acustica. Nonostante lo scheletro sia sempre folk, la parte musicalmente portante la fanno synth, loop elettronici e mellotron analogici. All’improvviso un vento di scirocco e l’ingresso di voci maschili che richiamano i canti religiosi armeni irrompono nel brano portando l’ascoltatore altrove. In primo piano la mia voce canta su tonalità più basse. Ma la sento come consolatoria e calda che vuole esser una sorta di flusso di coscienza, intimo e privato. Una preghiera laica, sbilenca e incompleta, da sussurrare all’orecchio, da completare tra sé e sé.

Il videoclip è realizzato da Michelle Pan, una giovane e brava videomaker a cui ho chiesto di interpretare il brano a modo suo. Lo fa con il suo stile molto riconoscibile che ho avuto modo di apprezzare in altri lavori. Le immagini si intrecciano tra il didascalico, il surreale e l’onirico. Si parte con una sorta di cronaca del mare inteso in senso fisico; i tuffi, le corse sulla spiaggia ma anche i viaggi della speranza e i naufragi. Sempre incalzato dal ritmo della canzone ci si sposta sul surreale; l’orso che corre tra i grattacieli e molti elementi naturali, il fuoco e l’acqua che si mischiano al quotidiano, come le corse degli skaters. Il video sul finale diventa una sorta di allucinazione onirica. Dalle danze mistiche e tribali, alla citazione di un film di Moretti che amo ci si sgancia, con una metaforica barca che naviga tranquilla e prende il largo, sale, verso l’origine del tutto, tra le galassie e i buchi neri.

Quali progetti hai per il futuro?

Farò uscire varie canzoni del disco come singoli senza pubblicare subito l’album. Ho cominciato con “Mare” a gennaio 2021. È una canzone composta nel 2014 ma che trovo forse più intellegibile e contemporanea ora in questo tempo di pandemia che non quando la scrissi. Continuerò con un secondo singolo a maggio e un terzo a settembre. Poi uscirà il disco vero a fine anno.

C’è qualcosa che vorresti dire ai nostri lettori?

Se avranno la curiosità di ascoltare qualche mia canzone spero possa dargli qualcosa di quello che hanno dato a me scrivendole. Spesse volte nella canzone cerco equilibrio, consolazione, pace. Spero qualcosa di tutto questo arrivi anche a chi mi ascolta.

Francesco Cerchiaro for Siloud

Youtube: Francesco Cerchiaro
Soundcloud: Francesco Cerchiaro
Facebook: @fcerchiaro
Instagram: @francescocerchiaro_music
Email: francesco.cerchiaro@gmail.com

Credits: Dischi Soviet Studio

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