InTheMusic: Jungla, interview

Jungla è lo Stato di Natura secondo Luca Audrito, all’interno del quale gli uomini sono tutti uguali. Questo stile di vita esprime un forte attaccamento alla natura, dove i poteri più forti sono quelli della condivisione, della comprensione e del suono. L’artista, poco più che ventenne, è cresciuto a pane e jazz, poi si è evoluto e ha conosciuto altri generi che lo hanno reso poliedrico e totalmente innovativo. “Pit Stop” è il titolo del suo nuovo singolo che parla di un momento di ricordo di una storia travagliata e complicata. Ascoltatelo e scoprite qualcosa in più su di lui!

Nome: Luca
Cognome: Audrito
In arte: Jungla
Età: 22 anni
Città: Piossasco
Nazionalità: Italiana
Brani pubblicati: “Ossessione per la folla” , ”Passo”, “I Baffi”.
Periodo di attività: dal 2020
Genere musicale: Indie Pop
Piattaforme: YouTube, Spotify, Apple Music, Deezer, Amazon Music ecc.

Chi c’è dietro Jungla?

Mi chiamo Luca, vengo da Piossasco, una piccola cittadina in provincia di Torino. Ho 22 anni, lavoro in una bar e ho un progetto attivo con Helo Production da poco meno di un anno e voglio contarlo come lavoro dato il tempo che tutti ci spendiamo. Lavoro da quando ho 14 anni, cattering, cascine, agriturismi, per pagarmi le sigarette, le ore in studio e in sala prove.

Perché questo nome d’arte?

Jungla è lo Stato di Natura secondo Luca Audrito, all’interno del quale gli uomini sono tutti uguali. Vi è un forte attaccamento alla natura, i poteri più forti sono quelli della condivisione, della comprensione e del suono.

L’umiltà e il sacrificio non vengono insegnati, sono già parte intrinseca di ogni uomo e donna. È un tornare alle origini del tempo. È l’unico modo che abbiamo per cambiare le cose, per rimediare ai nostri errori, per ottenere il perdono, ripercorrere i passi fatti precedentemente, in modo da poter battere nuovi sentieri da percorrere. Non è un pensiero singolo, ma generale.

Io sono solo il portatore di questo pensiero, sono il divulgatore. Tutti possiamo arrivare a Jungla, chi in maniera forzata perché non sa più dove sbattere la testa, chi in maniera più fluida e naturale. Una parte selvaggia e oscura vibra dentro ognuno di noi, vivere senza scoprirla è come morire senza averci provato. Tu sei Jungla.

Sin da piccolo tuo padre ti faceva addormentare sulle note di buona musica jazz, per cui i tuoi ricordi legati alla musica hanno radici molto lontane. Come si è evoluto poi nel tempo il tuo rapporto con la musica?

Bene, direi. Il jazz non l’ho abbandonato. Ho cominciato a suonare la batteria da piccolo e posso dire senza problemi di aver suonato tante cose. Sicuramente ho sperimentato molto di più con la batteria che con la voce. Suonai per anni in un gruppo Rock, cambiammo genere fino ad arrivare a tracce molto più Neo Soul, quindi direi che qualche passaggio c’è stato. Iniziai a prendere lezioni di canto in quarta superiore, sapevo di essere intonato, però c’è un sacco di gente intonata, io sono solo uno di quei tanti. Ero tanto legato al Blues e all’R&B di un tempo. Era quello che mi piaceva coverizzare di più in assoluto.

Amo il cantautorato italiano e l’ho sempre avuto nelle orecchie tramite mia madre (i vari De André, Dalla, De Gregori, Ron, ecc.). Il punk mi ha salvato le medie e parte del periodo liceale e vivevo tutto come un continuo rifiuto, dai miei genitori, ai miei professori e le mie amicizie. Poi insieme ad alcuni amici ho scoperto il mondo gigantesco dell’hip-hop, a cui mi sono affezionato tanto, sia a qualche artista sia alla cultura, consapevole del fatto che il contesto in cui vivo io sia completamente diverso da quello statunitense.

Quali sono gli artisti a cui ti ispiri?

A me piace il soul, il funky, il rap, il cantautorato, il punk, la techno… Prendo ispirazione da tutto, non mi posso fermare a qualcosa in particolare, andrei a interrompere un qualcosa che deve andare avanti da se, la mia crescita, personale e di artista.

Posso dirti che da parecchio tempo ormai Paak e Mac Miller fanno coppia fissa in Top 3 tra i miei ascolti oltre oceano, poi Oliver Tree. In Italia ne stimo tanti ma ne ascolto pochi. Dico Venerus, Davide Shorty, Joan Thiele. Poi una serie di rapper però oggettivamente più underground (Dee, Cassel, Rasty Kilo)  

Cosa significa per te essere un artista e quando hai capito di volerlo essere?

Essere te stesso, classicone, ma vero. L’ha capito prima mia madre di me.

Le tue produzioni sono il frutto di un contatto con generi tra loro molto diversi che si uniscono in un carattere ben preciso. Come definiresti ciò che fai?

Lavoro insieme a 2 produttori. Sappiamo di avere contaminazioni musicali differenti. Chi arriva dall’elettronica pura e dalle discoteche a 15 anni, chi da una sala prove e i pub marci chi dal solfeggio e dalla didattica. Immagina una linea diritta: insieme abbiamo scelto quella, ragionando bene sul fatto che questa linea potesse dare spazio ai gusti musicali di ognuno. Se dovessi dare un nome a ciò che facciamo, lo definirei Indie Pop. Si tratta di uno dei nostri punti di partenza, tra gli altri riferimenti che ognuno di noi coltiva. In questo modo, siamo riusciti a riunire diversi tipi di sound in una linea comune.

“Pit Stop” è il titolo del tuo nuovo singolo che parla di un momento di ricordo di una storia travagliata e complicata. Come hai lavorato a questo brano?

Ho suonato 4 accordi carini al piano, ho mandato una nota audio a Riccardo, 3 / 4 giorni dopo avevo una base su cui scrivere.

Quando scrivo amo crogiolarmi nel dolore provato in passato, sono un po’ autolesionista. Ho bevuto una bottiglia di qualcosa che non ricordo, e ho scritto la strofa abbastanza in fretta, se la memoria non m’inganna, a casa mia. Lo special della canzone però l’ho scritto in studio, ricordo che stessimo preparando il video.

In che modo questo progetto si relaziona con le tue produzioni passate e in che modo anticipa quelle future?

Diciamo che questa è la fase post – adolescenziale della mia musica. Tutto ciò che ho fatto prima non lo rinnego e mai lo farei, però oggettivamente sono cresciuto e questo è soprattutto merito del mio team che mi ha insegnato tante cose. Ciò che lega la fase passata a quella presente è, senza dubbio, l’obbiettivo. So dove voglio arrivare, l’ho sempre saputo da quando ho iniziato, lavoro con persone competenti, probabilmente i più forti nel loro lavoro, tra i giovani, qui in Piemonte e che vogliono il mio bene.

Il futuro è un’incognita per tutti, soprattutto per chi cerca di vivere con questo e in questo periodo storico catastrofico. Oltre al “no spoiler”, diciamo che ci sono una serie di chicche non da poco che stiamo preparando.

Quali progetti hai per il futuro?

Un disco. Sicuramente mi piacerebbe.
Più in generale, sarebbe bello arrivare ad un pubblico più ampio, il che sarebbe una grandissima soddisfazione dato l’impegno che ci stiamo mettendo tutti i giorni.
E poi i live. Tanti live.

C’è qualcosa che vorresti dire ai nostri lettori?

Si. Nessuno ne può più di stare a casa, di avere paura di ammalarsi, di indossare mascherine, di igienizzarsi le mani, di fare lezioni a distanza, di lavorare da casa ecc. Il problema è che di questo passo, tutto il 2021 lo passeremo così, proprio come il 2020. Invito tutte le persone che leggono quest’intervista a rispettare tutte le normative legate al Covid e di non sottovalutarne la potenza.  

Infine, ascoltate tanta musica, fate tanta arte. Tenetele ancora nel cassetto perchè quando questa situazione finirà, ripartiremo tutti con il botto. Vi voglio bene.

Jungla for Siloud

Instagram: @jungla_hqf

Credits: RKH

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