InTheMusic: PONEE, interview

All’anagrafe sono Antonio Schiano, nella testa di PONEE c’è tutta una serie di cose e situazioni che poi cerca di comunicare a chi lo ascolta e al suo psico-terapeuta. La sua musica è un incontro di sound e poesia che ci ha descritto con tre parole: istinto, metafisica e colore.
Il suo debut EP si intitola “JO, KID, IPA, ROLE”, un gioco di parole che significa appunto “giochi di parole”.

Nome: Antonio
Cognome: Schiano
In arte: PONEE
Età: 30
Città: Milano
Nazionalità: Italia
Brani pubblicati: Ginsberg, Scocciatura, Magritte, Excalibur
Album pubblicati: JO, KID, IPA, ROLE
Periodo di attività: dal 2020
Genere musicale: Pop
Piattaforme: Spotify, Deezer, Amazon Music, ecc.

Parlaci di te Antonio!

Dunque, innanzitutto prometto che nelle prossime domande sarò più sciolto, visto che non avrò quell’ansia da ‘psico-analisi’ che mi sale ogni volta che mi chiedono: chi sei?

Comunque, all’anagrafe sono Antonio Schiano, nella mia testa sono tutta una serie di cose e situazioni che poi cerco di comunicare a chi mi ascolta e al mio psico-terapeuta. Le azioni che compio di solito sono: alzarmi dal letto senza rifarlo, scrivere canzoni, andare a fare la spesa, sperare di tornare a organizzare eventi. Sì, perché il grande colpo di scena è che non solo faccio musica – e quindi è già difficile di per sé – ma anche organizzo/avo eventi in giro per Milano, il che – visto il periodo – rende tutto ancora più ironicamente difficile. Ho sempre vissuto qui in città ma cambiando case e divani, ora mi trovo in zona Affori e tra poco chissà.

Quando e perché ti sei avvicinato alla musica?

Devo ammettere che il momento esatto in cui mi ci sono avvicinato è troppo lontano per ricordarmelo; però a un certo punto devo avere pensato: “ok da adesso faccio ruotare la vita attorno alla musica” e da lì via. Qualche tappa però mi viene in mente. Ad esempio mi ricordo che frequentavo delle scuole medie a indirizzo musicale ma allora non ne ero particolarmente affascinato, forse anche per l’approccio; nel senso che fare qualcosa perché lo vuoi è diverso da farla perché te lo richiedono. Però evidentemente una vena creativa di qualche tipo me la sentivo perché poi subito dopo ho iniziato a sperimentare e cercare un pò la mia strada musicale. All’inizio -durante il liceo – mi ero avvicinato al mondo del DJing e del clubbing, poi ho studiato alla SAE “audio engineering” e ho iniziato a produrre qualche traccia – facevo deep house pensa! –  e poi, piano piano, ho scoperto la scrittura vera a propria, passando attraverso più generi e progetti, fino a PONEE, che è quello che sento più mio.

Come nasce il tuo nome d’arte e che significato ha?

In realtà è una storpiatura di Tony, da Antonio appunto. Nel senso che un mio amico ha iniziato a chiamarmi “Pony” per scherzo e io poi l’ho semplicemente reso “PONEE” in forma scritta, un po’ per differenziarlo e renderlo più mio. Nessun significato profondo legato a qualche disavventura.

Tre parole con cui definisci la tua musica?

Dire: istinto, metafisica, colore.

“Istinto” perché ho un metodo di scrittura che è, appunto, istintivo; anche la risposta stessa alla domanda è istintiva.
“Metafisica” perché la musica già di per sé lo è, ma cerco di farlo anche nei testi e in quello che racconto, di andare oltre gli spazi e i tempi e creare immagini che rappresentino più che altro emozioni e stati d’animo. Non sono un fan della narrazione lineare diciamo.
“Colore” perché, appunto, cerco di riempire di colori le canzoni, o meglio cerco di colorare la semplice quotidianità con le canzoni, soprattutto in questo primo EP… se lo sento mi vengono in mente tutta una serie di colori che si muovono. Ho cercato infatti di riassumerlo anche nella cover stessa dell’EP

La tua musica è un incontro di sound e poesia: da chi ti lasci ispirare?

Se penso agli autori italiani che più mi piacciono ci metto sicuramente Battiato, ma anche Bersani e Daniele Silvestri. Mi piace perché spesso fanno testi ricchi di immagini e ti fanno ‘viaggiare’ senza essere didascalici. Poi ovviamente come sound sono distanti dal mio – che forse guarda più a altri mondi: da Chance the Rapper a Mac Miller. Diciamo che come sonorità cerco di ispirarmi più all’estero ma per quello che riguarda la scrittura sono affascinato dalla lingua italiana e la possibilità di de-strutturarla e giocare anche con neologismi etc. Forse un progetto più moderno, che mi affascina su entrambi gli aspetti – testi e sound – è quello dei COMA COSE.

Il tuo debut Ep si intitola “JO, KID, IPA, ROLE”. Cosa vuol dire e com’è nato?

È un gioco di parole che significa appunto “giochi di parole”. Se lo leggi di seguito vuole dire quello. Di base volevo un titolo che seguisse la direzione dell’ep in termini di scrittura e linguaggio. Se ascolti i pezzi noti che utilizzo molte figure retoriche e espedienti linguistici; sono proprio ossessionato dalle parole e da come, messe insieme, creino paesaggi. A volte mi è capitato di scrivere una strofa o un ritornello proprio perché mi piaceva una parola e mi suonava molto bene in testa; e poi da lì sviluppavo il tema.

Cinque i brani in cui ti racconti, un viaggio tra parole chiavi e immagini surreali. Qual è il file rouge tra i pezzi?

Probabilmente il fatto di non essere eccessivamente espliciti nei loro messaggi. Mi spiego: ho cercato di scrivere dei pezzi che lasciassero molto libero chi li ascolta di interpretare e viversi le sensazioni. L’uso di una vena ironica costante mi aiuta in questo, perché permette di far trasparire quel lato più “sad” ma allo stesso tempo di non diventare una lagna mostruosa, spero. Scocciatura ad esempio è un brano ultra-leggero nella composizione e nelle melodie; però il testo parla di una cosa molto pesante. Se lo si vuole cogliere si può, allo stesso tempo puoi ascoltarla e seguire la melodia senza farti troppe domande.

Un racconto tagliente, quasi una sfida. Qual è il messaggio che vuoi lanciare?

In generale, se fossi un anziano nonnino che sta lanciando una massima direi: “andare oltre l’apparenza”. È davvero un po’ quello che mi piacerebbe venisse fatto mentre si ascoltano i pezzi. Come ti anticipavo non mi piace troppo essere esplicito e, anzi, spesso ci nascondo dei riferimenti che magari interessano solo me ma che possono essere colti anche da chi ha vissuto quella esperienza o letto di quel determinato fatto. Per me il brano ideale è quello che funziona sia per chi lo ascolta in modo disimpegnato, sia per chi vuole andare un po’ più a fondo…piano piano spero di riuscire.

Cosa ti aspetti nel futuro?

Dirò una cosa banale ma che credo davvero: portare il progetto live. Credo sia importante ribadirlo perché non si può assolutamente trascurare questo aspetto. È ovvio che il contesto moderno permette di fruire della musica in duemila modi diversi, ma l’esperienza dal vivo è proprio l’aria. In più ho anche avuto modo di fare qualche prova con i musicisti che ruotano attorno a PONEE e siamo tutti presi bene all’idea di testare i pezzi con il pubblico.

C’è qualcosa che vorresti dire ai nostri lettori?

Sì, un “grazie” a chi dovesse ascoltare i brani una volta e un “sentiamoci e fatemi sapere” a chi li dovesse ascoltare anche due volte o più!

Ponee for Siloud

Instagram: @ponee_suona

Credits: Morgana Grancia, Astarte Agency

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