InTheMusic: Lacosa, interview

I Lacosa sono quattro appassionati di musica nati sul finire degli anni ‘70, che gravitavano in zona Cittadella, piccolo paese in provincia di Padova. Affezionati al sound anni ‘90, se non altro per questioni anagrafiche, hanno iniziato a militare nelle prime band durante gli anni del liceo e ad oggi il loro è un sound fatto di sonorità naturali, intime, ritmi wave e lo-fi. Il loro singolo di debutto, “Je Sus”, è un brano fatto di note evocative e atmosfere oniriche.

Band: Lacosa
Componenti: Walter Zanon, Luca Andretta, Matteo Marenduzzo, Paolo Trolese Età: 40 e qualcosa
Città: Cittadella
Nazionalità: Italiana
Brani pubblicati: Je Sus
Periodo di attività: dal 2018
Genere musicale: Indie, Dream pop , Wave
Piattaforme: YouTube, Spotify, Apple Music, Deezer, Amazon Music

Chi sono i componenti di Lacosa?

Sono quattro appassionati di musica nati sul finire degli anni ‘70, che gravitavano in zona Cittadella, piccolo paese in provincia di Padova. Affezionati al sound anni ‘90, se non altro per questioni anagrafiche, hanno iniziato a militare nelle prime band durante gli anni del liceo, dove Luca e Matteo condividevano anche il banco in ultima fila. Walter, da poco, aveva iniziato a cantare con i Disfunzione, avventura che sarebbe poi durata quasi vent’anni, con collaborazioni varie, tra cui Gianni Maroccolo, e un disco uscito per Jestrai. Matteo e Paolo di lì a poco avrebbero fondato i Riaffiora, condividendo palchi e (dis)avventure fino al 2011, lasciando ai posteri un Ep, prodotto da Guido Elmi, e un disco, testamento musicale della band, con al timone il produttore losangelino Ronan Chris Murphy. Luca, più vicino a sonorità internazionali, in particolare di matrice brit, era membro fondatore degli Autobahn. A distanza di anni, Luca e Matteo sarebbero stati il nucleo dei Soviet Ladies, diventati poi LACOSA, dopo il cambio di cantante, con l’ingresso di Walter, preceduto da Paolo, nel frattempo passato dietro alle pelli dei Soviet.

A distanza di vent’anni, Luca è avvocato, Paolo socio di una software house, Walter ha aperto in pieno lockdown un’edicola e Matteo è farmacista (e gestisce la Dischi Soviet Studio).

Quando e come è nata l’idea di un collettivo?

Dopo il congelamento dei Soviet Ladies nel 2016, avevamo ancora un sacco di voglia di produrre cose nuove. Dopo un po’ di ricerca e qualche periodo a vuoto, abbiamo coinvolto Walter che era fermo da un po’ dopo le esperienze con Disfunzione e Misachenevica. È subito nata una certa intesa e c’era grande unità di vedute su quello che volevamo fare. Abbiamo iniziato a provare in modo stabile insieme nel 2018, pur tra le mille difficoltà legate alla quotidianità.

Perché Lacosa è diventato il vostro nome d’arte?

Inizialmente, prima di incontrare Walter, volevamo produrre un album strumentale, una ipotetica colonna sonora di un film di fantascienza esplorativo. Eravamo ispirati dai romanzi di Frederik Pohl e Clifford Simak, oltre che da collezioni di illustrazioni sci-fi come “Catastrofi Spaziali” di Stewart Cowley. Inoltre, eravamo in una fase di passaggio dai Soviet Ladies, e abbiamo quindi deciso ironicamente di richiamare il modo in cui era stato definito il soggetto politico che sarebbe dovuto nascere dalle ceneri del PCI alla Bolognina. “Lacosa” ci sembrava quindi un nome giusto, ancorché provvisorio, per unire la sci-fi (“La Cosa” è anche il nome di un famoso film di Carpenter) all’idea di transizione. Poi ci siamo affezionati e abbiamo deciso di tenerlo.

Il vostro è un sound fatto di sonorità naturali, intime, ritmi wave e lo-fi: da chi vi lasciate influenzare nel campo musicale?

Sicuramente ascoltiamo molto e generi piuttosto vari, ma avevamo fin da subito un’idea del mondo e del sound che volevamo ricostruire. Spesso ci etichettano come new wave, shoegaze o dream pop. Pur piacendoci molte band di quel mondo oggi citato forse anche troppo (Slowdive, Ride, Pale Saints, Lush, Cocteau Twins ecc.), crediamo sia una componente solo parziale del nostro sound. L’idea è quella di provare a fare qualcosa di personale, anche se è molto difficile; quando si ascolta e si ama un sacco di musica a volte si desidera somigliare a qualcosa.

La vostra ispirazione più forte è il mito di Persefone: cosa avete da dirci a tal proposito?

Persefone è il ciclo infinito della stagionalità, fine e rinascita continue come nella nostra esperienza nel mondo. L’ispirazione è arrivata dalla rimeditazione di vissuti personali, in ottica di autoterapia. Musicalmente, questo vorrebbe tradursi in un sound che cerca di creare delle immagini sonore ambivalenti, solari o lunari, ma non troppo definite, che sembrino l’impronta di qualcosa in trasformazione e sviluppo prima che si realizzi; ci piacerebbe dare il senso che esista una traccia da seguire, che non giunga pienamente a una conclusione. Potremmo, non senza ironia, definirlo “negative pop”.

Oltre a questo, Persefone richiama il mondo delle civiltà del Mediterraneo, senza le quali non esisteremmo.

Il vostro singolo di debutto, “Je Sus”, è un brano fatto di note evocative e atmosfere oniriche. Com’è nato?

Il brano nasce da una parte strumentale sviluppata da Luca a partire da una base di drum machine molto semplice, sulla quale ha montato l’intelaiatura di sintetizzatore e la parte base della chitarra. In prova poi sono stati aggiunti gli sviluppi di chitarra di Matteo e il drumming di definizione di Paolo, oltre alla bellissima linea vocale di Walter che ha riempito il palcoscenico e ulteriormente sviluppato il clima di retrospezione e nostalgia del brano. La canzone poi è stata tutta registrata da Matteo al Soviet Studio in analogico, il che ha dato una resa sonora secondo noi davvero fantastica. Abbiamo poi deciso di regalarci nuovamente la bellissima esperienza del mixing da Matt Bordin.

È uscito anche il video legato al singolo, diretto dalla giovane e talentuosa videomaker vicentina Michelle Pan. Com’è stato collaborare con lei?

Michelle Pan l’abbiamo conosciuta tramite i videoclip che ha girato per i Cactus?, ottima band, sempre vicentina, che spesso abbiamo ascoltato dal vivo. Senz’altro il suo immaginario, marcatamente lo-fi e anni ‘80, a nostro avviso si poteva sposare magnificamente con le atmosfere eteree e oniriche di Je Sus. Aveva poi già lavorato per i nostri compagni di etichetta Heaven Or Las Vegas, con cui riteniamo di avere affinità.

Le abbiamo lasciato piena libertà artistica, fornendole solamente alcune suggestioni iniziali, soprattutto il fatto che non avremmo voluto essere fisicamente all’interno del video, per cercare di dare maggiore valore alla dimensione suggestiva del brano. In brevissimo tempo ci ha fornito un primo montaggio, che già ci soddisfava pienamente.

E soprattutto, che sensazioni avete provato vedendo il vostro pezzo diventare immagini un po’ alla volta?

È stato soddisfacente riascoltare il brano accompagnato da immagini che abbiamo trovato profondamente evocative, ma anche un po’ nostalgiche e senza fine; è il mood che volevamo dare alla canzone!

Cosa avete in programma per il futuro?

Senza dubbio finire i brani che finiranno sul disco entro l’anno. Speriamo che la situazione legata alla pandemia ci permetta di tornare a lavorarci con regolarità.

C’è qualcosa che vorreste dire ai nostri lettori?

Il 30 aprile uscirà il nostro secondo singolo, un ulteriore approfondimento di quello che vuole essere la nostra linea musicale. Un pezzo dove emerge forse anche un certo legame con sonorità hip hop old school. Crediamo valga la pena ascoltarlo.

LACOSA for Siloud

Sito: www.lacosamusic.it
Instagram: @lacosa_music
Facebook: @lacosa2band
YouTube: LACOSA Music

Credits: Dischi Soviet Studio

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