InTheMusic: Bruno, interview

Dal 29 settembre 2020 è disponibile il disco di debutto del cantautore milanese Stefano Bruno, classe 1990 che si ispira ai grandi nomi del cantautorato, da Dalla a Modugno, cresciuto con il mito di Pink Floyd e David Bowie. Un disco intimo e allo stesso tempo sfacciatamente pop. Per le strade del cielo è l’inquietudine di chi sente ogni tanto quello strano bisogno di allontanarsi, perdersi per poi ritrovarsi. Una dichiarazione d’intenti, uno stile di vita che significa sognare, stare con la testa fra le nuvole, con la testa per aria.

Nome: Stefano
Cognome: Bruno
In arte: Bruno
Età: 30
Città: Milano
Nazionalità: Italiana 
Brani pubblicati: Italia turrita, Carlotta, Ti lascio stare per le strade del cielo, Scrivilo sul mare, Ho cercato il tuo nome
Album pubblicati: Per le strade del cielo
Periodo di attività: dal 2017
Genere musicale: pop cantautorale
Piattaforme: Spotify, Youtube, Apple Music, Deezer, Amazon Music

Chi è Stefano Bruno?

Sono un ragazzo di 30 anni nato e cresciuto in provincia di Milano. Nato sotto il segno del Cancro, appassionato di arte e di musica. Lavoro all’Esselunga come salumiere part-time e spesso mi tocca litigare perchè non riesco a fare lo straordinario. A volte sono un libro aperto, altre volte mi chiudo come un riccio.

Bruno non è solo il mio cognome ma è anche un colore, il mio lato oscuro, la sfumatura della mia anima errante, sporca e ribelle. Un colore scuro ma lucente che è pur sempre una tonalità di rosso, dalla natura passionale.

Ti sei avvicinato alla musica solo dopo il diploma: avevi avuto qualche contatto con la musica prima?

Si. In realtà sono sempre stato attratto dalla musica fin da piccolo. Registravo le canzoni dei cartoni animati o i cori di Natale su un registratore Geloso della mamma. Alle medie cantavo addirittura sui banchi quando la professoressa usciva dall’aula. Poi qualcosa si è inceppato bruscamente durante l’adolescenza. Da allora un grande senso di inadeguatezza mi ha accompagnato come un’ombra. Iniziai a non parlare perché odiavo la mia voce o a parlare soltanto in alcuni contesti, a stare in un angolo. Mi nascondevo per passare inosservato, evitando di espormi. La mia corazza diventava sempre più spessa ma la musica, anche evitandola, trovava sempre uno spiraglio per insinuarsi.

La tua più grande ispirazione proviene dai grandi nomi del cantautorato italiano. Quali sono, nello specifico, i tuoi riferimenti artistici?

Mi piacerebbe essere specifico ma è impossibile. Ho sempre apprezzato tutta la musica anche se vengo da una famiglia dove non c’è una grande cultura musicale. Cerco di rimanere aperto a qualsiasi stimolo. In particolare mi piacciono gli artisti versatili che varcano frontiere, sconfinando verso altri mondi e culture. Ci sono artisti italiani che con le canzoni mi accompagnano fin dall’infanzia come Baglioni, Battisti, Carboni, De Andrè. Altri che invece ho scoperto verso l’adolescenza, come Pino Daniele, Antonacci, Tiziano Ferro, Battiato.  Tra i riferimenti stranieri della mia infinita playlist in continuo aggiornamento ci sono: Lou Reed, Simon and Garfunkel, Sting, Jobim, Curtis mayfield, Sébastien Tellier, Steely Dan, Talking Heads. È un qualcosa che non ha mai fine.

Le tue prime esperienze musicali da cantante solista sono dapprima in un duo acustico e poi in una band. Ti andrebbe di ripercorrere con noi il tuo percorso nel mondo della musica?

Come hai detto tu prima, mi sono avvicinato alla musica solo dopo il diploma. Prima cantavo solo nella mia stanza ma il volume dello stereo era sempre più alto, così da potermi nascondere sotto. Ho iniziato a esercitarmi su delle basi. Poi dal karaoke sono passato alle jam session, a un duo acustico e alle band.

È stato tutto molto graduale ma sono contento del percorso che ho fatto. Nonostante dei blocchi che mi portavo dietro da tempo, a 20 anni avevo quella maturità per fare le cose in modo più serio e consapevole. Così ho iniziato a prendere lezioni di canto per entrare in un’ottica più professionale e acquisire maggior consapevolezza sul mio strumento, la mia voce, che odiavo, ma che in realtà conoscevo a malapena. Nel 2017 ho avuto anche la fortuna di far parte di un coro gospel, altra esperienza fondamentale sotto l’aspetto emotivo e umano. 

Fino ad ora abbiamo visto qual è stato il tuo percorso artistico. Andando più nel dettaglio, come si è evoluta la tua musica in questi anni e quali sono i caratteri che oggi la caratterizzano?

Cercando di seguire la mia strada, non le mode. Sono un pazzo che non sa dove andare... Dentro di me c’è un gran casino e diverse anime. Oppure ho fatto apposta otto canzoni diverse per non farmi acciuffare e identificare. Boh!  Decidete voi. Entrambe sono valide chiavi di lettura. Perché a volte mi sembra tutto chiaro, a volte invece, mi chiedo dove sono e dove sto andando… Michael Stipe ha definito “Out of time” come schizofrenico perché contiene sia Shiny happy people che Losing my religionPer le strade del cielo allora è borderline!

Intimismo e pop si bilanciano, ma non sono elementi poi così diversi e lontani fra loro, così come non ci può essere una differenza tra il mio percorso artistico e il mio percorso umano, che è un percorso naturale di un ragazzo semplice, sebbene complessato. Era impossibile non affrontare temi come l’amore, l’amicizia, la libertà e il viaggio, che rappresentano non solo alcuni dei miei valori guida ma dei bisogni che le persone prova in maniera diversa e ricorrente nella vita di tutti i giorni. Era impossibile anche non riuscire ad esprimere il mio mondo in maniera personale fatto di immagini e di piccole cose.

Analizzando, invece, le sonorità che utilizzi nelle tue produzioni, come hai lavorato per definire un sound che ti rappresentasse nel migliore dei modi?

E’ un processo che non si interrompe mai: le persone che ho incontrato, i posti in cui sono stato, la musica che scopri e che fai sono tutti fattori che influenzano il tuo stile e le tue scelte. Senza interazione con l’ambiente e con gli altri non andrei da nessuna parte. Non mi piacciono le etichette e voglio che la mia musica non abbia confini. E’ un viaggio imprevedibile alla scoperta di sé, una ricerca interiore e continua. Ma anche di ascolti accurati ed eterogenei. Sono una persona aperta che ama esplorare e cerca di attingere da qualsiasi cosa per non farsi mancare niente. Per questo era importante pubblicare. Oggi sono questo. Domani chi lo sa. Questo modo di vedere le cose o di pensare potrebbe non appartenermi più. 

Il tuo album di debutto si intitola “Per le strade del cielo”, che definisci come un disco intimo ma allo stesso tempo sfacciatamente pop. Come nasce questo progetto?

Nasce dalla voglia di libertà, riscatto, rivalsa. Ho sempre cercato di essere me stesso e di esprimere il subbuglio interiore e quel soqquadro che è dentro. Fin dalle prime esperienze musicali volevo proporre qualcosa di inedito.  Intimità e pop non sono concetti così lontani tra di loro. L’intimità si costruisce sulla sensazione di essere apprezzati, accettati, così come siamo, senza corazze e maschere. Qualunque cosa accada. È sentirsi disinvolti. Come essere nudi, senza però provare vergogna. Pop, invece, è una parola che purtroppo viene spesso schifata. È solo lo specchio della realtà. Può fare schifo ma contiene verità. Che ci piaccia o no, ci dice come stanno le cose. È questo che ci fa ridere, piangere, ballare o traballare, scuotendo le nostre vite.

Il tuo esordio ufficiale nella musica risale, in realtà, al 2019. Ci descriveresti le produzioni che hanno anticipato il tuo album?

A parte Carlotta che ho prodotto durante il primo lockdown e pubblicato quest’estate, quando l’album era ormai pronto ormai da mesi, i brani pubblicati in precedenza erano i singoli che sarebbero poi usciti insieme al mio album. Non ho ragionato in ottica di brani più forti, perché in questo disco ci sono solo brani di prima scelta, non ci sono riempitivi. Semplicemente rappresentano i brani che messi a fuoco prima degli altri. Carlotta è un brano che rappresenta un ponte tra la fase precedente e quello che verrà. Per questo la scelta di non inserirlo all’interno. E’ un brano ritmico e dalle sonorità mediterranee, cover di Où est passée ton ame? di La Fèline.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro? 

Nei prossimi mesi pubblicherò qualcosa perché ho scritto parecchio, soprattutto nell’ultimo periodo. Ma credo che il bisogno più urgente, in questo momento, sia quello di aria nuova e cambiamento, ristabilire relazioni sane e un contatto umano con le persone e il mondo, magari con dei concerti dal vivo.

C’è qualcosa che vorresti dire ai nostri lettori?

Grazie a tutti voi per il vostro tempo e la vostra passione. Se siete arrivati qui sono sicuro che ci rincontreremo prima o poi.

Stefano Bruno for Siloud

Instagram@ste.br1
Facebook@essebrunoofficial
YouTubeStefano Bruno

Credits: Cassandra Enriquez, Conza Press

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