InTheShot: Mauro Serra, interview

Mauro Serra si è dedicato al mondo creativo fin da piccolo, con l’arte prima e con la pittura e la musica poi. I suoi studi universitari e post-universitari si sono concentrati sulle neuroscienze, ma oggi è un fotografo a tempo pieno. La fotografia e le neuroscienze hanno, in lui, un fattore comune: la realtà. La convenzionalità è un concetto che in Mauro non riesce ad avere nessun riscontro. Evocativo, rivoluzionario, provocatorio: questi sono tre aggettivi che secondo noi descrivono al meglio ciò che fa.

Nome: Mauro 
Cognome: Serra
Anni: 34
Città: Milano
Nazionalità: Italiana
Professione: Fotografo
Sito web: www.mauroserra.com

Ciao Mauro, prima di tutto parlaci di te!

Mi chiamo Mauro Mattia Serra, in realtà il secondo nome l’ho perso perché c’era una virgola di mezzo, ma lo sento comunque mio quindi ogni tanto me lo metto ugualmente. Qualche volta qualcuno mi chiama perfino Mattia, ma raramente mi giro. Infatti, credo di aver perso anche un lavoro da assistente per questo motivo: il fotografo mi chiamava e io realizzavo in ritardo che stava dicendo a me! Poco male, la carriera da assistente non faceva per me in ogni caso.

Ma veniamo a noi, ho 34 anni, vivo a Milano anche se non mi sarei mai immaginato di farlo e nella vita faccio il fotografo, motivo per il quale vivo a Milano.

Ti sei dedicato al mondo creativo fin da piccolo, con l’arte prima e con la pittura e la musica poi. I tuoi studi universitari e post-universitari si sono concentrati sulle neuroscienze, ma oggi sei un fotografo a tempo pieno. Come si sono susseguite queste varie fasi nella tua vita e in che modo ti hanno portato a quello che sei oggi?

Fin da piccolo mi sono dedicato al disegno, alla pittura, andavo perfino alla bottega di un artista (come si faceva un tempo, altro che video-tutorial su YouTube) per imparare l’arte, ma come dice il detto poi l’ho messa da parte. La diffusa concezione che con l’arte non si campa mi ha portato ad interessarmi ad altre cose, come l’essere umano, ed in particolare il modo in cui esso funziona o non funziona. Mi sono iscritto alla facoltà di Scienze Cognitive, perché mi interessava capire i meccanismi di pensiero, la percezione, l’attenzione, la coscienza, insomma come il nostro cervello ci fa percepire il mondo e quello che siamo. Questi argomenti sono talmente tanto affascinanti che senza accorgermene ci ho fatto anche un dottorato.

Durante il periodo all’estero del mio dottorato che ho svolto in Australia, ho però avuto modo di approcciarmi alla fotografia da un punto di vista più serio e professionale, così ho capito che la mia vera strada era quella, mi sentivo più portato, riuscivo a raggiungere migliori traguardi con meno sforzo, e soprattutto potevo dedicarmi dodici ore alla fotografia senza annoiarmi o accusare stanchezza. Perciò, ottenuto il dottorato, ho deciso di cambiare vita. Ho fatto un colloquio con la scuola di fotografia Cfp Bauer di Milano, mi hanno preso quindi mi sono trasferito lì e ho iniziato il mio vero percorso in fotografia.

Si parla ovviamente di passioni, che sono sempre il motore di tutto. Quali aspetti ti hanno più colpito (e continuano a farlo) del mondo creativo e quali di quello scientifico?

In realtà, a ripensarci adesso gli aspetti che mi colpivano maggiormente della vita del ricercatore erano proprio quelli creativi. Mi piaceva dover pensare ad un’ipotesi, inventare un setting sperimentale per testarla, tenere conto di tutte le variabili, talvolta anche creare fisicamente dei device per testare l’ipotesi. Mi piaceva anche scrivere gli articoli in inglese, mi piaceva viaggiare per seguire o tenere conferenze, mi stimolava parlare davanti a chi ne sapeva più di me, esporre la mia ricerca, anche se questo provocava molta ansia, ma mi sentivo comunque importante.

Del mondo creativo invece mi piace il fatto di essere indipendente, di trattare i temi che voglio nel modo che sento più mio. È bello quando inizi ad essere riconosciuto per il tuo stile e quando anche i clienti ti cercano perché riconoscono in te uno stile personale. Nel fare qualcosa di creativo c’è una precisa sensazione che ho quando il lavoro è quasi ultimato e mi rendo conto di stare creando qualcosa di bello, una sensazione che non saprei definire ma che mi fa sentire realizzato, di stare facendo quello che è giusto per me.

La fotografia e le neuroscienze hanno, in te, un fattore comune: la realtà. In che modo riesci a far comunicare questi due mondi?

Ad essere onesto, mi sarebbe piaciuto farli comunicare maggiormente, inventare qualche ricerca che sfruttasse la fotografia. Ho provato all’inizio, ma i progetti non sono andati in porto, probabilmente avere il piede in due scarpe non sarebbe stata la strada giusta. In ogni caso, il mio bagaglio culturale me lo porto sempre dietro e i temi che ho affrontato nella mia carriera accademica fanno spesso capolino direttamente o indirettamente nei miei progetti fotografici.

La convenzionalità è un concetto che in te non riesce ad avere nessun riscontro. Evocativo, rivoluzionario, provocatorio: questi sono tre aggettivi che secondo noi descrivono al meglio ciò che fai. In che modo pensi che ti si addicano?

Prima di essere definita rivoluzionaria, l’opera di qualcuno deve davvero smuovere le coscienze e i giudizi delle persone che contano almeno nel campo di interesse. Rispetto a chi ha fatto davvero qualcosa di rivoluzionario, io non sento neanche di essermi alzato dal letto per iniziare il mio viaggio in questo senso; anzi, rimanendo nella metafora, direi che sono andato anche a dormire tardi visto che ho iniziato tardi a fare fotografia. Gli altri due aggettivi invece li sento decisamente più miei.

Il tempo minimo di uno stimolo per arrivare alla coscienza è 500 millisecondi e oggi se non catturi l’attenzione in quei 500 millisecondi è come se non avessi fatto niente. Viviamo in un’epoca dove anche le foto più importanti vengono viste dalla maggior parte delle persone per il tempo di uno scroll, perciò la provocazione è uno strumento fondamentale al giorno d’oggi. Poi ovviamente io ci sguazzo perché mi piace essere provocativo ed esagerato sia nello stile visivo che nel concetto.

Cosa cerchi di trasmettere con i tuoi scatti?

Nella mia fotografia cerco, attraverso il paradosso e la provocazione, di porre l’attenzione su temi socialmente importanti quali il concetto di estetica, cibo, cura della persona, percezione, tradizione e innovazione. Però a mio parere l’importanza concettuale deve andare di pari passo con l’impatto estetico altrimenti diventa molto più difficile veicolare il messaggio.

Fine Art, Portraits, Fashion, Portfolio Lovoisodo: queste sono le categorie che presentano i tuoi lavori sul tuo sito. Come classifichi le tue foto e come scegli il soggetto perfetto da fotografare in ogni occasione?

La classificazione è data principalmente da ciò che faccio per lavori commerciali/pubblicità e ciò che faccio per il mercato dell’arte e per me stesso. Per quanto riguarda il soggetto, direi che tutto e tutti sono soggetti perfetti, dipende da come il fotografo li interpreta e cosa ci vede in loro. L’altro giorno ho preso in mano una cipolla e invece di tagliarla per cucinarla l’ho fotografata, cosi ho fatto per un mazzo di carciofi che mi sembrava particolarmente interessante, ma alla fine è solo un mazzo di carciofi con la sua infinita normalità e nobiltà allo stesso tempo. Fotografi come Martin Parr, William Eggleston e Stephen Shore hanno fatto dell’ordinario straordinario, io mi ispiro molto a loro.

Sei il co-fondatore di due progetti: Lovoisodo e Laterarte. Dicci di più!

Sono due progetti nati dalla collaborazione tra me e Lucia Del Pasqua. Lovoisodo è una “non Agenzia” creativa. Io e Lucia crediamo fermamente che la creatività risieda nelle persone, il rapporto con il cliente è fondamentale per far emergere il pensiero laterale e creare contenuti personalizzati ed innovativi. Con le grandi agenzie questa dimensione umana spesso si perde e il lavoro risulta essere più omologato. Per questo io e Lucia abbiamo deciso di mettere le nostre idee e la nostra creatività al servizio delle aziende. I nostri uffici sono i vecchi bar del quartiere, i nostri “lunch meeting” (come dicono quelli bravi) sono a base di pane e salame e sono genuini come le nostre idee.

Laterarte, invece, è un duo artistico formato sempre da me e Lucia. Ad un certo punto abbiamo sentito il bisogno di uscire dai social e portare le nostre opere nelle case delle persone, nei musei e auspicabilmente nelle gallerie d’arte (non siamo ancora rappresentati da nessuna galleria, quindi se ce ne fosse qualcuna in ascolto interessata, si faccia pure avanti… piano… piano, non spingete, uno alla volta, ci sono abbastanza opere per tutti). Scherzi a parte abbiamo iniziato a metà 2019, il tempo di produrre fisicamente la nostra prima serie “#Nudols” e boom è scoppiata la pandemia che ci ha reso il percorso sicuramente più impervio. Nonostante questo, stiamo ricevendo degli importanti riconoscimenti anche da contest e istituzioni internazionali come il Fine art Photo Award, Color Awards, siamo stati annoverati tra gli editor’s pick di Life Framer e Lens Culture, tutto questo ci dà la carica di cui abbiamo bisogno per perseverare e prepararci al meglio alla ripartenza anche del mercato dell’arte.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Li ho anticipati nella risposta precedente, il piano è quello di prepararsi al meglio ed essere pronti per quando riapriranno le fiere d’arte.

C’è qualcosa che vorresti dire ai nostri lettori?

Vi ringrazio per avermi letto e spero che possiate trovare nella mia fotografia e nelle mie parole degli spunti per coltivare la vostra visione creativa.

Mauro Serra for Siloud

Sito web: www.mauroserra.com
Instagram: @mauroserra_fotografo

Instagram di Lovoisodo e Laterarte: @lovoisodo, @laterarte
Instagram di  Lucia Del Pasqua: @luciadelpasqua

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