InTheMusic: Kolé, interview

Laureata in filosofia analitica, Kolé contemporaneamente continua gli studi e continua a suonare e comporre. Quando avverte l’esigenza di mettersi allo strumento è sempre per un particolare stato d’animo che di solito si presenta quando è al picco della tristezza o dell’entusiasmo. “Your Mouth” è un brano dove emerge una certa purezza nel modo di vivere e sentire le cose.

Nome: Claudia         
Cognome: Rossi
In arte: Kolé
Età: 27
Città: Roma
Nazionalità: italiana
Brani pubblicati: Your mouth
Album pubblicati: KOLÉ
Periodo di attività: dal 2019
Genere musicale: Trip hop, Funk
Piattaforme: YouTube, Spotify, Apple Music, Amazon Music, Deezer

Chi c’è dietro Kolè?

Mi sono laureata in filosofia analitica il giugno scorso, sono nata e vivo a Roma da sempre e sto studiando per concorrere per il dottorato di ricerca mentre attendo altre prove concorsuali. Nel mentre continuo a suonare e comporre, che è l’attività che da sempre mi tiene in vita e che mi ha aiutato soprattutto a tenermi su in questo periodo particolare.

Come hai scelto il tuo nome d’arte?

Per il nome ho tratto ispirazione dalla teoria greca degli umori, da cui ho preso in prestito il termine che si riferisce alla bile. Composto da Μέλαινα (melaina), col significato di nero e χολή (kolé), con quello di bile, la malinconia oggi assume il significato che conosciamo proprio perché ricavato dal ruolo rivestito dalla bile nera nella regolazione dell’equilibrio umorale. Si pensava che un eccesso di produzione di bile da parte del fegato comportasse stati depressivi o, al contrario e al contempo, favorisse il furore, una forte facilità nell’appassionarsi ed entusiasmarsi, nel lasciarsi “ispirare dagli dei”. Ho scelto il termine bile (kolé) per questo doppio significato a cui rimanda, in particolare letteralmente si riferisce ad uno stato di ira e collera, sentimento che ritengo importante per le rivoluzioni personali e comunitarie perché si presenta laddove qualcosa fa male, crea frizione, genera ingiustizia. È un sentimento in grado di ridestare l’animo e generare consapevolezza se ben indirizzato.

La musica ti accompagna da sempre, non hai mai pensato fosse qualcosa di diverso dalla tua esistenza. Quando hai capito di poter andare oltre la passione stessa? 

Volendo essere completamente onesta, arrestarsi alla passione per la musica non significa non andare oltre la sua considerazione hobbistica o privata, diciamo, anzi forse è proprio quello il motore da cui parte tutto. Credo che rendere proficuo questo percorso che ho intrapreso significhi soprattutto non dimenticare quanto la musica rappresenti una passione per me. Sicuramente però da quando cantavo da piccola alla corrida della mensa della scuola qualcosa è cambiato. Forse ad un certo punto ho acquisito la consapevolezza che mi sarebbe piaciuto far ascoltare le mie canzoni, che raccoglierle e diffonderle in modo “serio” esponendomi un po’ avrebbe conferito loro una qualche forma di dignità oltreché inaugurato una forma importante di apertura per me. Suonare e cantare mi riempie di gioia, mi sento fortunata a poter tentare questa esperienza.

Tra i tuoi riferimenti ci sono la musica bizantina antica e il canto gregoriano: in che modo si relazionano con i tuoi ascolti e in che modo questi si intrecciano tra loro?

Questa è una bella domanda. La musica “sacra” mi ha aperto notevolmente l’orizzonte sulle possibilità armoniche secondo cui impostare la melodia cantata, ho cercato di concretizzare l’insegnamento soprattutto nei miei brani più elettronici e pop dell’Ep, dove compaiono accennate queste influenze (soprattutto in “All the things” e “Pink leaves”). Il canto gregoriano mi ha fatto capire quanto davvero possa essere divertente e suggestivo orchestrare più voci, persino (e forse soprattutto) in un contesto sacrale. La musica bizantina mi ha fatto comprendere quanto l’articolazione armonica dipenda principalmente da una scelta teorica fatta a monte, e mi riferisco al fatto che oltre alle 12 note contemplate dal sistema temperato, in epoca bizantina venivano contemplati i microtoni, ulteriori porzioni di note ricavate fra un semitono e l’atro (i king gizzard & the lizard wizard nell’album flying microtonal banana fanno questo esperimento, ed hanno tutta la mia stima). Sicuramente le influenze principali per gli arrangiamenti pop sono comunque da ricondursi a Radiohead, Portishead, ma anche ad Aphex twin. D’altra parte c’è la mia smodata passione per la musica soul, per artisti quali D’Angelo o Erykah Badu, per il “progsoul”, come lo definisco io, degli Hiatus Kaiyote; per un certo tipo di cadenza ritmica in generale, che affonda le radici nella musica black. L’influenza ereditata da questi ascolti si rintraccia sicuramente nel lato più funky dell’Ep, a cui sono dedicate due canzoni.

Quali sono stati i momenti più importanti del tuo percorso nella musica, fino ad oggi?

Partiamo dall’adolescenza: sicuramente l’esibizione per un contest al circolo degli artisti con il mio gruppo post-rock/grunge di allora, tutti pezzi originali, eravamo forti e soprattutto malati per i Verdena (che tutt’ora seguo e porto nel cuore)! Esibirci nel locale (ormai chiuso) dove ascoltavamo i nostri artisti preferiti ha rappresentato un’esperienza davvero entusiasmante, è uno dei ricordi più felici che ho. Ricordo poi con emozione quando partecipai da corista ad un concerto all’auditorium parco della musica di Roma di musica persiana, si narravano le gesta di Rumi e San Francesco con musiche tratte dalla tradizione filosofica Sufi. Sicuramente fu emozionante (avevo un’ansia terribile) oltre che culturalmente molto interessante. Ricordo con entusiasmo alcune delle serate successive in alcuni club romani con due gruppi, col primo facevamo sempre soul ma anche molto blues, col secondo soprattutto soul e jazz.

Abbiamo capito che nella tua musica c’è molto di più di quello che si può immaginare, tra cui soprattutto passione e dedizione. Come definiresti ciò che fai?

Quando avverto l’esigenza di mettermi allo strumento è sempre per un particolare stato d’animo che di solito si presenta quando sono al picco della tristezza o dell’entusiasmo. Mi siedo e suono, poi quello che esce se non è finalizzato a nulla spesso è convincente. Sicuramente capisco subito in base al mio mood se il pezzo sarà più pop o più soul. Kolé è principalmente uno strumento di elaborazione creativa dei propri vissuti, di certi contenuti che se adeguatamente “metabolizzati” possono davvero far evolvere i propri punti di vista. In questo progetto musicale sono riuscita a sublimare molte esperienze, più o meno positive, secondo una forma d’espressione che da sempre mi appartiene.

“Your Mouth” è il titolo del tuo singolo di debutto. Come è nato e come è stato prodotto? 

Your Mouth è un singolo che ho composto un paio di anni fa, nel 2019, in un periodo dove avvertivo una forte esigenza espressiva che volevo concretizzare senza farmi troppe domande sullo schema in cui farla confluire. È un pezzo molto semplice dai toni shoegaze dove emerge una certa purezza nel modo di vivere e sentire le cose. Penso sia un buon biglietto da visita proprio perché è un pezzo sincero e “poco filtrato”, per certi versi ingenuo, ma diretto.

In che modo questo brano anticipa l’EP che sarà online in estate? 

È un pezzo che mostra una delle due facce dell’Ep, il 30 maggio sarà seguito da un secondo pezzo orientato invece sul secondo genere principale. L’ep conterrà 5 pezzi, 3 trip hop e due funky.

Quali progetti hai per il futuro? 

Per il momento spero di poter vedere crescere questo progetto, di vederlo evolversi e trasformarsi fondendo le diverse influenze che lo animano, quella del trip hop e del funky (che per il momento emergeranno distinte nell’EP) dando vita ad un’interessante commistione di generi.

C’è qualcosa che vorresti dire ai nostri lettori?

Certamente! Spero vivamente di aver suscitato il loro interesse tanto con l’articolo quanto con la mia musica. Stay tuned!

Kolé for Siloud

Instagram: @_ko_le

Credits: Morgana Grancia, Nina Selvini, Astarte Agency

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