InTheBook: Basilio Petruzza, interview

Basilio Petruzza è un ragazzo di trent’anni con un sogno che, non senza fatica, è diventato la sua vita. Si è approcciato alla scrittura da piccolissimo, con un diario, e poi non ha più smesso, perché per lui scrivere è tutto, è la sua passione, il rimedio a ogni dolore, un riparo. Il suo ultimo romanzo, “Esistiamo per non perderci”, è la storia di due amici: Marcello e Barbara.

Nome: Basilio
Cognome: Petruzza
Età: 30
Città: Roma
Nazionalità: Italiana
Professione: Scrittore, Giornalista e Social Media Manager

Chi è Basilio Petruzza nella vita quotidiana?

Sono un ragazzo di trent’anni con un sogno che, non senza fatica, è diventato la vita che faccio. Sono nato in Svizzera, sono cresciuto in Sicilia, ma ho scelto di portarmi via: oggi vivo a Roma, è qui che ho messo le mie radici. Sono laureato in Dams e di professione mi occupo di scrittura e social media.

Quando è stata la prima volta che ti sei dedicato alla scrittura?

Quando ho imparato a scrivere. Ho iniziato, piccolissimo, con un diario e poi non ho più smesso, perché per me scrivere è tutto, è la mia passione, il rimedio a ogni dolore, un riparo. Ho scritto il mio primo romanzo su un quadernetto a righe, avevo appena undici anni, non sapevo cosa significasse fare lo scrittore, ma scrivere mi piaceva già. Io credo che certe cose nascano con noi. Il talento, ad esempio, non lo considero un merito, ma una casualità: ognuno ne ha uno, è il super potere che ci viene dato in dotazione alla nascita. Qualcuno lo scopre subito e ne fa buon uso, qualcuno sa di averlo ma non sa come utilizzarlo, qualcun altro lo scopre tardi, molti non lo scoprono mai. Lo considero un mezzo, non il fine ultimo. E, come tutti i mezzi, deve essere accompagnato da personalità, stile e buongusto.

Prima di arrivare alla tua ultima pubblicazione, vorremmo sapere di più sul tuo percorso da scrittore. Quali sono i libri che hai pubblicato?

A vent’anni ho pubblicato il mio primo romanzo, “Frantumi”, un libro che per lungo tempo ho guardato con diffidenza, forse per quello che mi ricorda: erano anni di passaggio, non era più un ragazzino, ma non ero ancora un uomo, faticavo a trovare il mio posto, perché mi facevo la guerra, non mi accettavo, non ero in armonia con me stesso. Poi è stata la volta de “La neve all’alba”, un romanzo che parla di pedofilia, la storia di un bambino abusato da un uomo adulto, malato, compromesso. Poi è arrivato “Io basto a me stesso”, che racconta di Filippo, un giovane che esce dal coma dopo dieci anni e fa i conti con una vita che non somiglia più a quella che ricordava. E poi c’è “Ogni volta che è Natale”, un racconto sul Natale, la storia di una coppia di anziani che devono fare pace con quello che finisce, con i loro ricordi, con la malinconia, che accarezza e taglia, ma quasi mai è innocua.

Come definiresti la tua scrittura e il tuo stile?

Fatico a rispondere a questa domanda, perché servono lucidità e un certo distacco per dare una definizione a qualcosa che mi appartiene così intimamente. Niccolò Fabi dice «Alla giusta distanza la vista migliora, allontanarsi è conoscersi». Oggi posso raccontare com’era la mia scrittura dieci anni fa, forse più arrabbiata di adesso, ma meno istintiva. Il mio stile è rimasto uguale: mi piace scavare, ogni fatto che racconto ha una verità più profonda, cerco di portarla a galla perché voglio che il lettore conosca non solo ciò che accade, ma anche quello che determina ciò che accade.

C’è qualche scrittore che ha significativamente influenzato il tuo modo di scrivere?

Forse Margaret Mazzantini, una scrittrice che amo profondamente e stimo tanto. Il suo “Non ti muovere” mi ha accompagnato in un momento delicato della mia vita.

Il tuo ultimo romanzo, “Esistiamo per non perderci”, è la storia di due amici: Marcello e Barbara. Com’è nata l’ispirazione per questo libro?

Dal mio rapporto con una mia cara amica. Una sera eravamo a casa sua, in terrazza, davanti al mare, le ho detto «Ho una storia in mente, parla di due ragazzi che non hanno paura di dirsi niente, proprio come noi». Sono passati sette anni da quella sera, avevamo ventitré anni, come Marcello e Barbara quando diventano genitori di Luce. Oggi ne abbiamo trenta, ripenso con tenerezza a quella notte e a quello che è successo dopo. Allora ero convinto che la vita non potesse mai scegliere per noi, oggi so che non è così. Per questo, sul retro di “Esistiamo per non perderci”, c’è la frase «Io ho bisogno di sapere che la vita non può scegliere per noi». Ho voluto fermare quel momento, quell’ingenuità e quell’insicurezza mascherata da arroganza.

Una storia forte che racconta del rapporto di due adulti con le proprie realtà familiari difficili. Qual è il senso che i lettori dovrebbero cogliere dal libro?

L’importanza della verità, del rispetto che ognuno deve a sé stesso, della comunicazione. “Esistiamo per non perderci” è un viaggio, il dolore è un mezzo per tornare alla luce, ma prima c’è la parte più complicata: i ricordi, i rimpianti, la rabbia, le cose non dette, le cose dette male, l’abbandono, che non significa restare soli, ma sentirsi soli in mezzo agli altri. Il senso di questa storia è racchiuso nel personaggio di Luce, la figlia di Barbara, che viene al mondo mentre la sua mamma muore: lei è la soluzione, la strada maestra, non una scorciatoia. A Marcello resta il compito di insegnarle a diventare un’adulta migliore di tutti gli adulti che ha conosciuto: è un ruolo difficile, ma ha fatto una promessa a Barbara e non tradirà il loro patto.

Possiamo aspettarci un sequel della storia di Marcello e Barbara?

No, significherebbe non rispettare dei personaggi che mi hanno insegnato a non aver paura della verità, anche quando la verità sembra fare solo male. Ma se hai fatto pace con quello che hai combattuto, non ha senso restare in quel campo di battaglia, diventa un modo per saziare l’ego, come a dire «Guardatemi, sono qui, non ho più paura». Quando una storia finisce, è giusto mettere un punto.

Previsioni per il futuro?

Cerco di non farne, ma poi ci ricasco… Ho una storia in mente, ma è prematuro parlarne. Per il resto, spero di vivere sempre la scrittura come faccio oggi: con entusiasmo, gratitudine e rispetto. Se e quando non sarà più così, vorrà dire che sarà arrivato il momento di fare altro.

C’è qualcosa che vorresti dire ai nostri lettori?

Rispondo con un passaggio di “Esistiamo per non perderci”: «Ognuno ritrova sé stesso dove sa di poter guarire la propria rabbia, non dove l’ha messa soltanto a tacere». Per fare pace con sé stessi bisogna prima trovare il coraggio di non aver paura della paura. Nascosta lì dietro, c’è la verità, che a volte fa male, ma solo perché non è addomesticata. La verità non è mai cattiva, è cattiva la paura di affrontarla. La verità ci libera e ci salva, spero di non dimenticarlo mai.

Basilio Petruzza for Siloud

Instagram: @basiliopetruzza
Facebook: @basiliopetruzzaofficial

Credits: Claudia Venuti, The Sound Check

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