InTheMusic: Iruna, interview

Irene Montesi, in arte Iruna, è un’artista di Roma. Ha iniziato a scrivere canzoni con un ukulele regalato, poi le ha continuate con un piano prestato, è stato tutto casuale ma poi è diventato tutto estremamente necessario. “Blue”, il suo ultimo album, è stato scritto in un momento molto complicato e in parte vuole raccontare anche questo.

Nome: Irene
Cognome: Montesi
In arte: Iruna
Età: 32
Città: Roma
Nazionalità: Italiana, Costaricense, Uruguaiana
Brani pubblicati: Bacche di Goji, Fuori Tempo, Selva etc
Album pubblicati: Bacche di Goji EP, COME TUTTI - Quarantine Session,
Periodo di attività: dal 2017
Genere musicale: Pop alternativo, Indie pop, Indipendente
Piattaforme: YouTube, Spotify, Apple Music, Deezer, Amazon Music, ecc.
Foto di Costanza Musato

Un’artista eclettica con nulla di scontato: chi si nasconde dietro Iruna?

Non lo so bene neanche io! Sono un’artista di Roma, lavoro nel sociale, abito al Pigneto (il famoso quartiere dove non si trova parcheggio) dove ho una piccola casa con un piccolo studio. Mi piace la frittata di patate. Ho iniziato a scrivere canzoni con un ukulele regalato, poi le ho continuate con un piano prestato, è stato tutto casuale ma poi è diventato non so perchè estremamente necessario.

Come nasce il nome d’arte Iruna?

Era un soprannome adolescenziale, quando poi ho iniziato a suonare i miei primi pezzi in giro, ho parlato con uno dei miei migliori amici del nome Iruna e lui, avendo lavorato molto in Ecuador, mi raccontava dei Runa e del significato della parola in lingua quechua (vuol dire “gente/uomo/umano”) cosa che avevo scoperto anche io. Dopo questo scambio che ho trovato quasi profetico, mi sono convinta.

Il 2017 è l’anno del tuo debutto, ma sicuramente la tua passione per la musica comincia molto prima. Qual è il momento in cui ti sei avvicinata a questo mondo?

Quando ero piccola vivevo in un casale immerso nel verde, ma abbastanza isolato e avevo tanto tempo per me. Mi chiudevo in camera per ore a fare mixtapes dalla radio già dai 9-10 anni, mi leggevo i booklet dei dischi dei miei, cercando di cantare in inglese. Al liceo ho cominciato a studiare canto classico, poi è venuto il jazz, l’improvvisazione. Per dei lunghi periodi ho smesso per dare più spazio agli studi, ma la cosa mi faceva soffrire come un cane. Poi, dopo un periodo particolarmente difficile, ho ricominciato a cantare senza schemi, ho cominciato a scrivere ed è arrivato il conforto. Ho capito di essere veramente un’“artista” molto tempo dopo solo a fatto compiuto e con un Ep pubblicato alle spalle. Prima è stata solo esigenza estrema, ho fatto gavetta nei locali più piccoli di Roma solo per cantare i miei struggimenti. Quando poi la gente veniva da me emozionata ho iniziato a crederci anche io.

Il sincretismo è il tuo credo principale: come questo influenza il tuo sound?

Ascolto di tutto. Passo dal jazz alla musica contemporanea, da Al Green a Le Feste Antonacci, passando per Rosalia, Rita Payes, Angel Olsen, le sorelle Haim. Diciamo che ho fatto dei miei ascolti e i miei gusti musicali la tavolozza di colori da cui partire per trovare insieme al mio produttore Matteo Domenichelli, il sound che mi rappresentasse di più. E’ stata un’operazione molto divertente e anche molto delicata per trovare una coerenza ed un’identità forte. Direi che ha funzionato. 

Come definiresti la tua musica?

Libera, ironica, naif, colorata. Non si prende troppo sul serio, nonostante sia nata in momenti tristi. È un esperimento.

“Blue” è il tuo ultimo album, disponibile dal 3 dicembre. Qual è la storia che racconta?

“Blue” è stato scritto in un momento molto complicato e in parte vuole raccontare anche questo. Le canzoni che lo compongono hanno tutte un sound orecchiabile e fresco ma i temi trattati sono molto intimi. Dilemmi relazionali, solitudine, domande sul proprio ruolo in quanto individuo ed in quanto donna.

Com’è stato produrre un progetto così “intimo”?

È stata una sfida! In un momento in cui il mondo della musica è così influenzato dalle immagini, dall’ hype del momento, dalle pose, è stata una scommessa quella di pubblicare un primo album così intimo e senza filtri. Il progetto da grande valore alla vulnerabilità e al diritto di viverla ma senza passare all’estremo opposto, in qualche modo di farne una bandiera.

Tra tutte, c’è una traccia a cui ti senti particolarmente legata?

Forse oltre a “Blue”, title track dell’album, sono molto legata a “Solo Parlare”. L’ho scritta tutta in una sera, testo e musica. Non è mai stata modificata minimamente nella sua struttura e armonia, neanche durante il processo di arrangiamento e produzione. E’ un pezzo molto schietto e descrive quel momento post-rottura di una relazione in cui ci si sente un po’ soli e con la voglia di un confronto sincero con qualcuno che superi il marasma di molteplici contatti digitali che abbiamo ogni giorno. 

Programmi futuri?

Suonare il più possibile, ritornare al contatto con la musica vera, anche fuori dai social, al contatto con le persone che la suonano e la ascoltano. Ho già scritto diverse nuove canzoni e sto cercando di intraprendere un mio processo di arrangiamento e produzione, il che mi diverte molto. Ci vogliono più produttrici donne, senza chiudersi alle collaborazioni. Mi piacerebbe anche fare dei featuring con degli artisti che stimo. Intanto ho in programma due release party, uno il 7 dicembre al MONK di Roma e uno il 15 dicembre all’ARCIbellezza di Milano. 

C’è qualcosa che vorresti dire ai nostri lettori?

Soprattutto in questa fase di strascico del periodo assurdo che abbiamo appena vissuto e stiamo in parte ancora vivendo, consiglio di mettere da parte la performantività a tutti i costi e godersi le cose che ci appassionano veramente.

Iruna for Siloud

Instagram: @iruna_canta
Facebook: @IRunacanta
YouTube: Irene Montesi

Credits: Foresta promotion

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