InTheArt: Luca Granato, interview

Luca Granato è un artista impegnato nella sperimentazione visiva. Il suo lavoro è ispirato dalla realtà che lo circonda, dal territorio in cui vive alle dinamiche globali. La sua aspirazione è separare definitivamente l’arte dalla sua personalità: gli piace l’idea di un’arte che sia nuovamente degna di essere definita sacra.

Nome: Luca
Cognome: Granato
Età: 23
Città: Cosenza
Nazionalità: Italiana
Piattaforme: Instagram, Facebook, Youtube, SaatchiArt

Ciao Luca, raccontaci qualcosa su di te!

Ciao! Mi chiamo Luca Granato e sono nato in Calabria, dove vivo e lavoro. Sono un artista impegnato nella sperimentazione visiva. Sebbene le mie opere non tralascino l’aspetto drammatico (da buon calabrese), hanno un intento ascetico: meditare sulla condizione umana e sulle contraddizioni dell’esistenza personale e collettiva.

Ti dedichi prima agli studi scientifici e poi invece decidi di diplomarti all’accademia delle Belle Arti di Catanzaro con indirizzo Pittura. Quando però ti sei avvicinato all’arte?

Mi sono avvicinato al mondo dell’arte da adolescente grazie alle culture e alle esperienze underground: verso il sedici anni con i miei amici cominciammo a fare graffiti e sperimentare la street art, già con l’intenzione di evolvere il linguaggio canonico. Partendo dalla lettera arrivammo a studiare il valore del segno sulle strade, avevamo sicuramente un interesse diverso rispetto all’autoreferenzialità tipica dei graffiti, più orientato verso l’espressionismo e l’attivismo sociale e politico. Da lì alla pittura il passo fu breve e necessario.

Cos’è un artista visivo?

Un artista visivo non è necessariamente circoscritto entro le categorie della pittura e della scultura. Intendo piuttosto sperimentare liberamente le possibilità della materia e dello spazio, talvolta anche compenetrandole, senza subire limiti tecnico-estetici. 

Diverse le collezioni che hai creato e diversi gli interventi artistici e le esposizioni a cui hai partecipato. Ne hai una preferita?

Di certo l’esperienza a Riace, in provincia di Reggio Calabria. Riace è molto conosciuta per le politiche dell’accoglienza, ma quello che pochi sanno è che le sue spiagge sono state più volte luogo d’approdo per popoli lontani e diversi fra loro: prima i Greci nel VII secolo a.c., poi i curdi nel 1998, sino ai più recenti arrivi dal Medio Oriente e dall’Africa. Qui, all’interno di una residenza artistica, ho eretto, con l’aiuto della comunità, una grande croce formata da tante croci di dimensioni più piccole, un umile e silenzioso monumento di preghiera per le vittime del Mediterraneo. 

Come trai ispirazioni per le tue produzioni?

Il mio lavoro è ispirato dalla realtà che mi circonda, dal territorio in cui vivo alle dinamiche globali. Avverto un costante scontro-confronto fra la mia dimensione interna e personale e la realtà oggettiva circostante, cerco di tradurre il risultato di ciò attraverso le mie opere. Il mio lavoro si rifà per necessità esistenziale all’itinerario alchemico per il perfezionamento spirituale: in questo momento sto conoscendo e affrontando il mio piombo.

C’è qualche corrente artistica che influenza le tue opere?

Una fra tutte lo Spazialismo inaugurato da Lucio Fontana. Ammiro la potenza e la lungimiranza del suo gesto: l’atto spirituale dell’uomo che intende scoprire e conoscere il reale. Mi sento particolarmente legato anche a singole personalità, fra cui i maestri Ettore Spalletti, per la sacralità del colore, Emilio Scanavino, per la ritualità del segno, e il calabrese Cesare Berlingieri, per il romanticismo della “piegatura”, la zona di confine fra visibile e invisibile. Guardo con ammirazione anche l’arte pre-ellenica mediterranea e non, la profondità della conoscenza dei popoli arcaici è una scoperta continua.

E tra tutte le tue opere, ce n’è una che preferisci particolarmente?

No, non ce n’è una. Mi stanco subito delle opere, devo tenerle sotto gli occhi per un pò e poi sbarazzarmene. Ho sempre una strana frenesia e necessità di lavorare al nuovo, quando credo di essere arrivato ad un punto certo, già lo vedo spostarsi più in là. C’è un costante senso di frustrazione che accompagna il mio lavoro, forse è questo che mi spinge a continuare. Trovo, però, che le “Confessioni”, le opere più recenti, raccontino i fenomeni globali di questi giorni, senza rinnegare quel parallelismo con la dimensione dell’esistenza soggettiva che ha sempre fatto parte della mia ricerca.  

Pensi che il tuo stile possa evolversi ancora nel tempo?

Ne sono certo, magari superando anche il concetto di stile stesso. La mia aspirazione (devo ancora maturare tanto) è separare definitivamente l’arte dalla mia personalità: mi piace l’idea di un’arte che sia nuovamente degna di essere definita sacra, penso ad opere assolute e visionarie come le Piramidi, Teotihuacan, Stonehenge e le tombe nuragiche, che sono vere e proprie mappe astrologiche ma anche gnoseologiche. Per ottenere questo c’è bisogno che l’artista annulli la propria personalità e si faccia canale. 

Cosa stai progettato per il futuro?

Sto lavorando a interventi ambientali e sculture monumentali per alcune committenze. Sto studiando e cercando, voglio trasmutare l’instabilità del piombo nell’assolutismo dell’oro. C’è da lavorare. 

C’è qualcosa che vorresti dire ai nostri lettori?

Aprite gli occhi.

Luca Granato for Siloud

Website: www.lucagranato.it
Instagram: @lucagranato.studio
Facebook: @lucagranato.studio
SaatchiArt: @lucagranato

Credits foto: Laura Violeta Dima

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