InTheMusic: Pagoda, interview

Giacomo Asti, in arte Pagoda, scrive di ciò che conosce e cerca di esprimerlo nella maniera più diretta, confidenziale e domestica possibile. Non riesce a essere vago, allegorico o elusivo. Gli piace mettere in primo piano le sue esperienze e quelle delle persone che lo circondano. “Amerigo Hotel” è il titolo del suo nuovo disco, figlio dell’esperienza maturata nel mondo del rock.

Nome: Giacomo
Cognome: Asti
In arte: Pagoda
Età: 32
Città: Parma
Nazionalità: Italiana
Brani pubblicati: Madeleine, In un modo o nell'altro, San Lorenzo
Album pubblicati: Amerigo Hotel
Periodo di attività: 2021
Genere musicale: Pop, Rock, Folk, Country, Indie
Piattaforme: Spotify, Apple Music, Amazon Music, YouTube, ecc.

Chi è Pagoda nella vita di tutti i giorni?

Nella vita di tutti i giorni sono Giacomo, ho 32 anni e vivo a Parma, la città in cui sono nato e cresciuto. Quando non suono lavoro per una società in ambito pubblicitario e quando non lavoro suono, scrivo, registro e mi preparo per il prossimo concerto.

Perché Pagoda ha sostituito, per il tuo progetto artistico, Giacomo?

Non ho mai pensato di usare il mio nome, non so perché, ma è così. Ho scelto Pagoda perché è una parola su cui sono inciampato diverse volte nel corso degli anni. La prima volta che l’ho sentita mi trovavo a Sesto San Giovanni vicino all’ex area Falck quando rimasi colpito dagli scheletri dei due enormi stabilimenti in disuso delle acciaierie. Feci qualche ricerca e scoprii che il più grande dei due veniva chiamato proprio Pagoda. Fu amore a prima vista.

Come è avvenuto il tuo avvicinamento al mondo della musica?

Mi sono avvicinato alla musica da bambino. Non potendo comprare dischi ascoltavo tutto quello che c’era in casa, che fosse una cassetta delle Quattro Stagioni di Vivaldi, L’uomo Ragno degli 883 o il best dei Dire Straits. Ascolavo quasiasi cosa mi passasse per le mani. Era davvero stimolante ed eccitante e da allora la musica non mi ha mai abbandonato (e io non ho abbandonato lei).

Hai dei riferimenti artistici per ciò che fai?

In “Amerigo Hotel” si possono sentire molte delle mie influenze maggiori: i REM, Tom Petty & the Heartbreakers, John Prine, i Wilco, i Belle and Sebastian, i Rolling Stones e Neil Young. Alcuni si riconoscono in maniera più spudorata, quasi citazionista, altri li ho camuffati meglio.

Con Pagoda vuoi dare voce a te stesso ma anche a tutte le persone. Come hai lavorato al tuo stile e in che modo, questo, ti permettere di arrivare a tutti?

Scrivo di ciò che conosco e cerco di esprimerlo nella maniera più diretta, confidenziale e domestica possibile. Non riesco a essere vago, allegorico o elusivo. Mi piace mettere in primo piano le mie esperienze e quelle delle persone che mi circondano. Voglio esporle, metterle a nudo. Credo sia questo a rendere queste canzoni così comunicative.

“Amerigo Hotel” è il titolo del tuo nuovo disco, figlio dell’esperienza maturata nel mondo del rock. Come nasce?

Nasce come risposta a un lungo periodo di letargo creativo. A 19 anni registrai un EP con qualche mia canzone in inglese, ma il risultato fu talmente deludente che decisi di abbandonare la scrittura. Così iniziai a suonare soprattutto cover degli artisti che ho già citato prima. Prima del Covid però, ho sentito nuovamente l’esigenza di tornare a scrivere e così ho fatto, stavolta in italiano. Durante il primo lockdown non ho fatto altro che scrivere e in poco tempo sono arrivato ad avere abbastanza materiale per tre dischi, il primo dei quali è, appunto, Amerigo Hotel.

In realtà, in questo progetto il rock si mescola al cantautorale, creando un’atmosfera a metà tra tradizione e voglia di rinnovamento. Come hai lavorato a questo sound?

È esattamente come dite, volevo un sound classico, ma fresco, non volevo che suonasse come un museo delle cere. Non avendo però le competenze tecniche per arrivarci da solo, ho delegato molto ai musicisti e ai ragazzi dello studio. Senza di loro non sarei mai riuscito a raggiungere questo sound, hanno capito quello che cercavo.

C’è un legame tra le varie tracce e, soprattutto, quale storia hai voluto raccontare?

Nessuna in particolare, ma è vero che c’è un legame tra le tracce, anzi, direi che ce ne sono due. Uno musicale, tutte le canzoni, infatti, hanno dei ritornelli abbastanza forti. L’altro punto in comune sta nei testi, o meglio, nei personaggi che li popolano. Sono tutte belle persone, meritevoli di affetto, ma anche piuttosto fragili e a volte si comportano in maniera stupida. Fanno del loro meglio e cercano un modo per vivere meglio. Alcune sembrano averlo trovato, altre no, altre fanno finta di non vederlo, ma ce l’hanno sotto il naso.

Quali progetti hai per il futuro?

Suonare il più possibile in giro, possibilmente fuori dalla mia città. Pubblicare un paio di singoli per l’anno prossimo e poi gettarmi a capofitto nella lavorazione del secondo disco.

C’è qualcosa che vorresti dire ai nostri lettori?

So che fa molto cliché, ma vorrei che ascoltaste tutti questo disco dell’inizio alla fine, possibilmente ad alto volume!

Pagoda for Siloud

Instagram: @canzonidipagoda
Facebook: @canzonidipagoda
YouTube: Pagoda

Credits foto: Maria Buttafoco
Credits: Giulia Massarelli

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