InTheMusic: Kuni, interview

Eleonora Danese è in arte Kuni, abbreviazione di Kunimitsu, il suo personaggio preferito di Tekken. È molto legata alla cultura giapponese e, musicalmente parlando, questo la condiziona a un certo tipo di scelte estetiche o di suono. “A Feeling” è il titolo del suo nuovo singolo, un brano che rielabora in maniera moderna sonorità pop, rock and punk passate.

Nome: Eleonora
Cognome: Danese
In arte: Kuni
Città: Roma
Nazionalità: Italiana
Brani pubblicati: Sleep Baby
Periodo di attività: dal 2022
Genere musicale: Indie-pop, Indie-Rock
Piattaforme: Spotify, Apple Music, Tidal, Soundcloud

Chi è Kuni nella vita quotidiana?

Ciao Siloud, mi chiamo Eleonora, abito a Roma da circa vent’anni e nella vita di tutti i giorni lavoro come graphic designer e music supervisor.  

In che modo è nato il tuo nome d’arte?

Kuni è l’abbreviazione di Kunimitsu, il mio personaggio preferito di Tekken, il videogioco per la Play a cui giocavo sempre con i miei cugini. Mi piaceva talmente tanto quella guerriera con i coltelli e la maschera da volpe che, fra i tredici e i sedici anni, ho preso in prestito il suo nome e l’ho usato come nickname per qualsiasi cosa. Mi è sembrato molto naturale recuperarlo in questa occasione.

Come ti sei avvicinata alla musica e quale è stata la scintilla che ti ha fatto capire che questa sarebbe diventata la tua strada?

La musica è presente nella mia vita da sempre, perché entrambi i miei genitori sono grandi appassionati e mi hanno immersa in dischi e concerti fin da subito. La scintilla, però, è scattata quando ho visto per la prima volta “School of Rock”. Allora avevo solo dieci anni e il sentimento che ho provato vedendo tutte quelle cose stupende non mi era chiarissimo. Intorno ai diciotto anni, però, ho capito cosa volesse dire per me quell’emozione e mi sono rimboccata le maniche per far sì che qualcosa accadesse.

Ci sono degli artisti che hanno influenzato la tua crescita musicale?

Ah, la mia risposta non sarà breve! Moltissimi, di generi anche molto diversi fra loro. Da bambina ero fissata con i Radiohead e Nick Cave, poi ho scoperto il punk e mi sono fatta sconvolgere da Sex Pistols, Clash, Television e Ramones (più tardi, virando verso il pop, anche da NoFX, Rancid e Green Day). Oltre a loro, alle medie non ascoltavo altro che “Room On Fire” e “Antics”, mentre al liceo sono letteralmente salita sulle montagne russe e mi sono appassionata prima di metal (i miei preferiti erano i Darkthrone, i Death e i Children of Bodom), poi di reggae, poi di musica elettronica, poi di tutto quello che era indie.

Nel frattempo, ho scoperto gli artisti che ancora oggi per me sono la più grande fonte di ispirazione: White Stripes, Kills, Dead Weather, Blondie, Bjork, St. Vincent, Fever Ray, Grimes. Per quello che scrivo oggi, poi, guardo molto a un certo tipo di cantautorato femminile internazionale.

Sei molto legata alla cultura giapponese: in che modo questa ti stimola e condiziona il tuo fare musica?

Il mio legame con la cultura giapponese è nato quando, partendo per il camposcuola di terza media, ho scoperto all’edicola della stazione una rivista dedicata ai manga che si chiamava “Yatta!”. Incredibile, peccato non la stampino più. Da allora è entrata nella mia vita in molti modi, influenzandomi su cose più o meno importanti come i vestiti da indossare o la laurea da prendermi. Per quanto riguarda la musica, credo che il modo in cui mi condiziona sia più legato a un certo tipo di scelte estetiche o di suono.

“A Feeling” è il titolo del tuo nuovo singolo, un brano che rielabora in maniera moderna sonorità pop, rock and punk passate. Quali tematiche tratta?

“A Feeling” sembra un dialogo fra due persone, ma in realtà parlo con me stessa. Negli ultimi anni ho vissuto molti momenti di incertezza, che mi hanno fatta sentire di aver preso decisioni sbagliate nella vita e di aver impiegato tempo ed energia dove non valeva la pena farlo. Così, ho cercato di essere la cheerleader di me stessa e dirmi “dai, qualcosa di giusto l’avrai pur fatto”. Dopotutto, alla fine, siamo soli con noi stessi nell’affrontare questi momenti, tanto vale cercare di incoraggiarsi un po’. 

Tutte le tue canzoni nascono da tentativi al pianoforte: ti siedi, cerchi gli accordi che ti sembra suonino meglio e poi improvvisi un testo che prima o poi diventa quello definitivo. Nel caso di “A Feeling”, qual è stato l’iter di produzione e in che modo questo brano si relaziona con la tua prima release “Sleep Baby”?

L’unica differenza tra “A Feeling” e “Sleep Baby” nel processo di creazione è che della seconda avevo inviato a Golden Years solo una frase cantata (con una nota vocale di WhatsApp) prima di avere il suo via libera per portarla avanti. “A Feeling”, invece, l’ho scritta di getto, gliel’ho mandata così com’era (leggermente diversa da come suona ora) e gli ho detto proprio: facciamo questa. 

Hai le idee molto chiare, è chiaro che nella vita vuoi produrre. Ti sei mai chiesta, però, dove vuoi arrivare con la musica?

Quello che mi sono imposta nella vita di tutti i giorni, in qualsiasi cosa faccia, è di aspirare sempre al massimo, ma non aspettarmi mai nulla. Ovviamente mi piacerebbe molto che Annie Clark mi chiamasse e mi dicesse “Uei perché non apri uno dei miei concerti?”, ma per il momento mi limito a concentrarmi sui piccoli passi e cerco di fare bene le cose che so fare adesso. Poi que serà, serà. 

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Per il futuro prossimo, sto lavorando all’EP. Per il futuro più ampio, vorrei mettere in ordine un po’ delle idee che ho raccolto nel mio archivio musicale (aka quaderno e voice memo) e avere il coraggio di tirare fuori cose che non avrei tirato fuori prima. Intanto sto pensando ai live.

C’è qualcosa che vorresti dire ai nostri lettori?

Dice il saggio: you’re not hardcore, unless you live hardcore.

Kuni for Siloud

Instagram: @sheskuni
FacebookKuni

Intervista di Mario Castaldo

Credits foto: Costanza Musto
Credits: Factory Flaws

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