InTheDesign: Gianmaria Della Ratta, interview

Nome: Gianmaria
Cognome: Della Ratta
Anni: 26
Città: Eindhoven
Nazionalità: Italiana
Professione: Designer
Sito web: www.gianmariadellaratta.it

Gianmaria Della Ratta

Ciao Gianmaria, raccontaci di te!

Ciao ragazzi di Siloud, sono Gianmaria Della Ratta, ho 26 anni e sono nato in un piccolo paese del beneventano chiamato Sant’Agata dei Goti ma ormai vivo in Olanda ad Eindhoven da quasi 3 anni dove lavoro come freelance designer per diverse aziende e contemporaneamente mi dedico allo sviluppo di progetti personali.

Come nasce la tua passione per il design?

Ho sempre avuto fin da piccolo una predisposizione per tutto ciò che fosse artistico, mi piaceva disegnare tanto e creare piccoli oggetti che poi avrei regalato ai miei genitori. Ma la scintilla è scoccata quando all’età di 11 anni stavamo costruendo casa e, per questo motivo, ero sempre sommerso da riviste di design che mio padre comprava per prendere spunto su eventuali mobili da acquistare. Sfogliando, pagina dopo pagina, e leggendo interviste di diversi designers, mi sono sempre più avvicinato a questo mondo, fino poi alla scelta definitiva dopo la maturità, quando ho deciso che la mia strada sarebbe stata quella iscrivendomi, appunto, ad una facoltà di design.

Sono passati diversi anni da quella scelta, e ancora di più, da quando sfogliavo le riviste o mi divertivo con piccoli oggetti, ma nonostante ciò oggi alimento la fiamma della passione in un modo molto simile: ricerca, studio, disegni e creazioni, ogni giorno.

Sei italiano, ma di base in Olanda. Come mai hai deciso di trasferirti?

Come dicevo in precedenza vivo attualmente ad Eindhoven in Olanda, ormai da 3 anni.

Il trovarmi qui non è casuale. Infatti, dopo la mia parentesi universitaria e lavorativa italiana nel campo del design, avevo capito che tutto mi stava un po’ stretto e che avevo bisogno di un’ esperienza che mi aprisse la mente mostrandomi nuovi orizzonti sia nella disciplina che avevo scelto che nella mia vita. Così, scelsi la Design Academy Eindhoven, una delle migliori scuole di design a livello mondiale, con la consapevolezza che forse non sarei nemmeno riuscito ad entrare. E, invece, eccomi qui!

Dopo i due anni di Master in Contextual Design, ho poi deciso di restare. Sinceramente, non so se resterò a lungo in questa città, piccola, fredda, ricca di università e campus, ma senza anima. Ciò di cui sono certo è che non ritornerò in Italia, purtroppo, perché per quanto io possa amare la mia nazione, sento che le possibilità, ma soprattutto la voglia di far crescere ed investire sui giovani mancano gravemente. L’Olanda, al contrario dell’Italia, è una nazione che offre molti spunti, in modo particolare nel campo del design ed è sempre pronta ad accogliere designers giovani ed emergenti; certo, le manca il sole e il nostro ottimo cibo, ma il senso di gratificazione che si prova nel trovare “porte sempre aperte” e persone disposte a credere in te piuttosto che affossarti è inappagabile.

Dal tuo sito si possono ammirare diversi progetti di cui ti sei occupato in prima persona. Qual è la tua esperienza nel design sia in Italia che in Olanda?

Tutti i progetti che vedete sul mio sito sono frutto di questi ultimi 3 anni trascorsi qui, può sembrare assurdo, ma è la realtà dei fatti. La ragione è molto semplice, ho avuto la possibilità di esprimermi e di sperimentare senza freni, senza vincoli, facendo parlare i miei oggetti, producendoli con le miei mani e spesso anche con i macchinari messi a disposizione dalla Design Academy. In Italia, purtroppo, l’unico ricordo che ho della mia personale esperienza con il mondo del design sono le interminabili giornate davanti ad un computer per terminare un modello 3D o un rendering che sia per un esame in facoltà o per il tuo capo in ufficio. Non dico che sia totalmente sbagliato, ma progettare senza aver mai avuto la possibilità di toccare un materiale o capire come plasmarlo per le tue necessità è qualcosa che va in netto contrasto con quello che è il mio pensiero sul design, e purtroppo, la maggior parte delle nostre università italiane è solo mera teoria statica senza pratica, in una disciplina dove i cinque sensi hanno un ruolo fondamentale.

I tuoi progetti ci ispirano molta curiosità, ci spingono ad andare molto oltre verso la loro essenza. Come definiresti il tuo stile?

Non so se definirlo propriamente stile, ma sicuramente ci sono degli aspetti che mi piace sempre inserire all’interno dei miei progetti e che li accomuna un po’ tutti.

Non penso mai in anticipo, a quale dovrà essere il materiale, il colore o addirittura l’aspetto di quel particolare progetto a cui sto lavorando, ma lascio che il processo detti le sue leggi e mi guidi durante l’ideazione e produzione. Do grande importanza, infatti, al concept e al perché nel mondo ci sia bisogno, in un modo o nell’altro, di quella mia creazione. Sperimento molto, costantemente, soprattutto, con metodi digitali ed innovativi che fanno quasi sempre parte del background dei miei progetti o, in un certo senso, finiscono per essere poi uno dei temi centrali che mi piace trattare, stravolgere e ricostruire concettualmente, cercando sempre di spingere i confini della creazione.

Pensi che il design in generale sia un mezzo per veicolare dei messaggi o, al contrario, un mezzo esclusivamente commerciale? In che relazione sono tra loro queste due diverse finalità?

Bella domanda! Credo che, da un certo punto di vista, si possa proprio dividere il mondo del design in queste due macro categorie: design concettuale e design commerciale. Ovviamente non sono due categorie che non si incontrano mai, anzi, molti designers anche tra i più affermati e famosi cercano di conciliare questi due aspetti controversi. Ma non è la maggioranza. In generale, per quello che mi riguarda, credo  fermamente che il design debba sempre essere un mezzo per veicolare dei messaggi, sia questo attraverso una ricerca sui materiali, attraverso specifiche caratteristiche formali o particolari metodologie produttive, sia questo semplicemente rappresentativo e simbolo di un’idea, anche e forse soprattutto quando si incontra con il  design commerciale, in modo tale da raggiungere più case e persone possibili. Una seduta, per esempio,  può essere esteticamente bella e comodissima e vendere milioni di pezzi, ma se non ha nulla da dire rimarrà semplicemente un’altra delle tante sedie. Se, invece, oltre l’estetica e la funzionalità potesse parlare e scatenare delle conversazioni e veicolare un messaggio allora acquisirebbe un altro valore, questa volta incommensurabile.

Molti diranno che la massima espressione del design è migliorare la vita delle persone attraverso la ricerca e lo sviluppo delle cose che ci circondano e delle loro funzioni, ma questa la vedo una visione troppo ristretta e semplicistica di quello che questo mondo e questa parola racchiudono. Bisogna sicuramente trovare un equilibrio, dove però il concept, il messaggio, il perché non possono mai mancare.

Come nasce un tuo progetto?

Quando mi approccio ad un nuovo progetto cerco sempre di affrontarlo da diverse angolazioni. Diciamo che non ho una linea unica che seguo per tutto ciò che faccio, ma mi baso molto spesso sul mio intuito, le mie sensazioni e quelle che devono essere le finalità della cosa che sto progettando.

Inizio sempre ponendomi delle domande: “perché?”, “come?”, “che cosa?”, non sempre in questo ordine, ma cerco di dare delle risposte che devono essere convincenti per me, da queste risposte sviluppo poi il concept dell’intero progetto, che a sua volta decostruisco in tanti piccoli esperimenti siano essi disegni o piccoli modellini. Li studio, cerco di capire cosa mi comunicano e cosa possano comunicare, ne scarto alcuni e così avanti finché non ne restano 3 che spesso e volentieri convergono in un unico primo prototipo. Nel fare tutto ciò, cerco sempre di non tralasciare mai l’essenza dell’idea iniziale cercando, però, allo stesso tempo, di renderla il più semplice, esplicita e convincente nell’oggetto, per quanto complessa possa essere.

Per esempio, nel mio progetto “S(h)elf Machine“, ho voluto parlare della nostra società consumistica e capitalista, e sono partito dall’oggetto di design più semplice a mio avviso: una mensola. Analizzandola ho compreso quanto questa non sia nient’altro che una vetrina dei nostri oggetti e dei nostri averi che compriamo e ci dimentichiamo, rendendoli dei “parassiti” della mensola stessa. Da questa idea iniziale ho così sviluppato una mensola con braccio meccanico automatizzato che spostasse, in un determinato periodo di tempo, gli oggetti sopra di essa, richiamando attenzione da parte dell’utente, richiedendo cura per gli oggetti e souvenir ormai abbandonati e spesso impolverati.

In un altro progetto “Living Supports” ho invece voluto affrontare il grave problema del cambiamento climatico che purtroppo ci sta affliggendo. Qui ho voluto combinare due scarti per dar poi vita a qualcosa di nuovo. Ho utilizzato, infatti, degli scarti di plastica casalinghi e ormai inutilizzabili, ne tanto meno riciclabili, in combinazione con i supporti della stampa 3D che di solito vengono creati per dar vita ad oggetti complessi e poi eliminati e buttati via. Due scarti, insomma, che hanno dato vita ad una mini collezione di vasi, simbolo dei nostri tempi ed invito essenziale al riciclo e riutilizzo.

Tra i tuoi vari progetti, “Pasta Shootah” è una critica al tradizionalismo italiano. Vorremmo sapere di più su questo tuo progetto e sul perché di questa critica!

Pasta Shootah” è il mio progetto di tesi di master alla Design Academy Eindhoven. E’ stato un progetto pensato, sviluppato e prodotto durante tutto il secondo anno accademico. Per questo motivo ci tengo molto e ci sono particolarmente affezionato. Non è l’unico motivo, però, per cui ci tengo molto, anzi forse il motivo essenziale è un altro. Infatti, pur essendo nato come una ricerca sull’alimento tipico e tradizionale italiano cliché e simbolo della nostra identità nazionale, ha fin dall’inizio preso risvolti socio-politico-economici. Facendo alcune ricerche, infatti, mi sono imbattuto in qualcosa di più grande: il nostro cibo nazionale veniva e viene utilizzato come propaganda politica di destra. La pasta, infatti, da Mussolini prima a Salvini oggi, viene strumentalizzata a sfondo propagandistico non solo per far passare l’Italia come un paese assolutamente tradizionalista e conservatore, ma anche per accogliere consenso all’interno della popolazione italiana che vede nella pasta il simbolo di tutto ciò che ci è rimasto di buono da tenerci stretto e non perdere per nessun motivo al mondo.

L’Italia, però, è anche un paese all’avanguardia, ricco di persone che vogliono innovare, ma purtroppo questo messaggio non viene mai passato e viene sempre messo in secondo piano, forzandoci a restare chiusi nelle nostre quattro mura della tradizione, ultimo baluardo prima della disfatta.

Prendendo questa idea come punto di riferimento per il mio progetto, ho deciso, quindi, di utilizzare anche io la pasta come strumento, ma di trasportarla ed elevarla a visioni future ed innovative. Per fare ciò, ho analizzato accuratamente i suoi metodi produttivi industriali per poi traslarli all’interno del mondo digitale delle simulazioni tridimensionali, dove questo processo non è vincolato da forze fisiche o materiali. Stoppando queste simulazioni infinite di pasta al frame che preferivo, ho poi sdoppiato il mio progetto grazie alla stampa 3D. Da un lato, infatti, ho creato diversi tipi di oggetti con forme di pasta molto riconoscibili, confrontandoli con elementi tipici del mondo del design e cambiando, così,  la percezione della pasta vista soltanto come cibo. Dall’altro lato, invece, ho creato nuove forme di pasta che possono essere soltanto prodotte con la mia metodologia e la stampa 3D, eliminando il concetto delle tradizionali forme di pasta che devono essere poi accompagnate da specifiche tipologie di salsa.

Pasta Shootah”, quindi, è un mio personale tentativo di infondere voglia di futuro, voglia per l’innovazione, voglia di aprirsi al prossimo, di condividere, anche attraverso la tradizione, ma cercando sempre di andare oltre ciò che è rimasto uguale per secoli.

Quali sono i tuoi progetti futuri e quali, secondo te, le prospettive future del design?

Non so dove mi vedo nel futuro, ho appena finito il master e sto ricevendo le prime opportunità lavorative come freelancer. Di sicuro c’è la voglia di non fermarsi mai, l’ambizione di raggiungere sempre più persone attraverso quello che faccio e un giorno di poter aprire uno studio che sia tutto mio.

La voglia magari di vedere anche il mondo del design più libero da preconcetti e vincoli, libero di poter aiutare le persone a riflettere e in questo modo renderle partecipi del progetto nello stesso tempo.

C’è qualcosa che vorresti dire ai nostri lettori?

La cosa che forse non smetterò mai di ripetermi e di ripetere sarà non accontentatevi!

Lasciate che quello che vi appassioni di più possa guidare la vostra vita, non fermatevi al primo ostacolo, soffrite e scarificatevi per quello che amate fare, e puntate sempre 10 passi avanti, quello che avete raggiunto non deve essere mai abbastanza.

Gianmaria Della Ratta for Siloud

Link: www.gianmariadellaratta.it
Instagram: @studio_gianmariadellaratta
Facebook: https://www.facebook.com/studiogianmariadellaratta/

 

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