InTheMusic: Sara Loreni, interview

Sara Loreni è una cantautrice, performer e producer italiana. Può vantare una grande esperienza nella musica, tra pubblicazioni e produzioni, premi e partecipazioni ad eventi, tour, esperienze televisive e tanto altro. Il suo stile potrebbe essere visto come a metà strada un leggero pop e una leggera elettronica, tra un passo nel passato e un passo nel futuro.
Il 2020 di Sara si è aperto con “Neve a maggio”, un singolo fatto di un’elettronica elegante dal sapore internazionale.

Nome: Sara
Cognome: Loreni
In arte: Sara Loreni
Età: 33
Città: Parma
Nazionalità: Italiana
Brani pubblicati: Neve a Maggio, La gente, Labirinto (feat. Cristina Donà), Per non fare rumore
Album pubblicati: Mentha, Loop solo
Periodo di attività: dal 2010
Genere musicale: Elettropop
Piattaforme: Spotify, Apple Music, iTunes, Tim music, Tidal, Amazon Music, YouTube Music

Sara Loreni

Chi è Sara Loreni?

Sono una cantautrice, performer e producer italiana. Vengo dall’Emilia-Romagna, di cui amo la nebbia, i portici e la gente verace. Ho 33 anni anagrafici, ma il tempo non esiste quindi non saprei. Nella vita faccio musica, ma preferisco quando è lei a farmi.

Da ciò che abbiamo letto su di te, sembra che tu sia cresciuta con la musica. Ricordi il tuo primo approccio in questo mondo? Qual è stato il tuo percorso nella musica?

Mio fratello mi registrava con un mangiacassette portatile quando avevo 3 anni, raccontavo storie e cantavo canzoncine tipo “L’elefante con le ghette”. Mi faceva ascoltare molta musica, soprattutto dei Pink Floyd, dei Jethro Tull e dei R.E.M.. Adoravo “Non è Francesca”, quando c’era Battisti mi era concesso di rimanere alzata fino a tardi.

Visto che ero intonata i miei mi mandarono nel coro del duomo di Fidenza ma non funzionò, mi appassionai invece all’equitazione e per 10 anni feci gare di salto ostacoli diventando campionessa Juniores, volevo fare le olimpiadi. A 16 anni mentre ero in Belgio a lavorare nella scuderia di un importante cavaliere ebbi una sorta di crisi mistica guardando degli uccelli migrare: compresi che quel percorso non era il mio e che avrei dedicato la mia vita alla musica. Tornai in Italia, formai la mia prima band hard rock, da quel momento è stata un’evoluzione continua.

Hai una laurea in comunicazione e un diploma in conservatorio: cosa accomuna e cosa differenzia questi due mondi apparentemente distanti?

Questi due mondi, per quanto mi riguarda, sono declinazioni differenti della medesima necessità di espressione. Sono accomunati dalla stessa tensione verso l’esterno, dalla necessità e volontà di condivisione di qualcosa di profondamente intimo.

Il corso in comunicazione che ho frequentato afferiva alla facoltà di Lettere e Filosofia, mi sono laureata con una tesi in letteratura italiana contemporanea su Paolo Conte per cui mi sembra tutto piuttosto coerente. Tuttavia, se c’è qualcosa che distanzia i due mondi, l’ha individuato Battiato che dice: “comunicare è da insetti: l’esprimerci ci riguarda”.

Con la tua musica metti insieme pop ed elettronica, ma sembra che i tuoi riferimenti musicali vadano molte oltre i due generi. Quali sono gli artisti che solitamente ascolti e quali quelli che poi influenzano ciò che fai?

Amo gli artisti che hanno rinnovato il linguaggio dall’interno, creando un loro proprio alfabeto. Miles Davis, ad esempio, St Vincent, Björk, Franco Battiato, Philip Glass, Gilberto Gil, Imogen Heap. Non saprei dire quali sono quelli che mi influenzano, ma spero tutti quelli che ho citato.

Cerco l’inaspettato, ciò che disattende l’aspettativa data dalla consuetudine. Spesso la soluzione, la svolta, è qualcosa di profondamente semplice, ma “ci vuole tanto tempo per suonare ciò che sei”.

Tra un attimo ci concentreremo su quella che sei oggi, diamo prima però uno sguardo al tuo passato. Il tuo esordio è avvenuto nel 2012 con “Loop solo”, nel 2015 hai rilasciato “Mentha” e nel 2017 hai realizzato la cover di “Labirinto” di Cristina Donà. Ci parli di tutte queste produzioni? In che modo rappresentano la tua evoluzione artistica?

Loop solo” è il mio primo EP, è stato realizzato interamente con la loop station. È un lavoro piuttosto “nudo”: ci sono solo io con la voce, le batterie elettroniche e il basso di Ivan Torelli. È stato prodotto da Francesco Rabaglia con l’intento di restituire le mie performance live, vi sono fortemente legata perché è spontaneo e autentico.

Mentha” è un album più articolato, è stato prodotto da Martino Cuman e dentro ci hanno suonato parecchi musicisti che stimo molto fra cui Stefano Amato, Diego Dal Bon e Marcello Batelli. Rappresenta l’incontro stilistico fra la me analogica e la me elettronica.

Anche “Labirinto” è stata prodotta da Martino Cuman, la bellissima collaborazione con Cristina Donà ha risposto all’esigenza di un minimalismo funzionale che ho percepito forte negli ultimi anni: pochi suoni, bellissimi.

Ad oggi sei una performer, producer e cantautrice italiana. Quali sono i caratteri principali della tua musica?

Essenzialità e contrasti, un’alchimia di contrappunti fra automazione e umanità, fra morbidezza e marzialità. Cerco un paesaggio sonoro con batterie e bassi profondi, abissali, e sopra arcobaleni di voci, filtrate, cangianti, leggere.

Amo i testi che lavorano per immagini, non amo la didascalicità, preferisco l’evocazione, l’illuminazione estemporanea. Lavoro molto con la scrittura automatica, leggo molta poesia e scrivo di ciò che mi sta a cuore a tal punto da diventare epidermico.

Il tuo stile potrebbe essere visto come a metà strada un leggero pop e una leggera elettronica, tra un passo nel passato e un passo nel futuro. Come hai lavorato al tuo sound e perché ti definiscono “la ragazza con la loop station”?

Mi piace questa definizione, è proprio così! Sono in equilibrio fra passato e futuro: provengo da una terra antica dove si trovano conchiglie e monete romane, amo le poesie di Rimbaud, le melodie di Gino Paoli e i film di Bertolucci; allo stesso tempo sono fortemente attratta dalla tecnologia, dai nuovi sistemi di produzione musicale, dai sintetizzatori, dai neon e dai bottoni da schiacciare. Sarà che ho sempre preferito la Polistil di mio fratello alle Barbie.

Il mio sound nasce proprio da questo contrasto: l’utilizzo della voce, strumento naturale, analogico per eccellenza, unito alle automazioni, ai synth ai suoni artificiali. Mi definiscono “la ragazza con la loop station” perché credo di aver passato più tempo con lei che con i miei genitori. Scherzo.

Il 2020 di Sara Loreni si è aperto con “Neve a maggio”, un singolo fatto di un’elettronica elegante dal sapore internazionale. Come nasce questo brano e perché apre un nuovo capitolo della tua carriera nella musica?

Nasce dal perfezionamento della poetica/estetica di cui ti ho appena parlato, è una sintesi, un perfezionamento, un nuovo punto di partenza. È un brano nato tutto d’un fiato, poco pensato e molto sentito, come piace a me.

Riflettevo sulla nevicata di maggio 2019, sulla sua assurdità e allo stesso tempo sulla sua bellezza inaspettata. La “Neve a maggio” è paradossale, però ac-caduta, realmente. Spesso i paradossi, le anomalie, ci svelano verità profonde, per questo mi appassionano tanto. Parallelamente riflettevo su altre cose che “non vanno”, tipo le vicinanze virtuali e le solitudini reali che in questo periodo più che mai hanno manifestato la loro inconsistente vanità.

Puoi vantare una grande esperienza nella musica, tra pubblicazioni e produzioni, premi e partecipazioni ad eventi, tour, esperienze televisive e tanto altro! Quali di questi momenti ti ha segnata di più?

Una notte mi telefonò Vinicio Capossela, erano le 2 del mattino, avevo finito da poco un concerto ed ero al secondo gin tonic. Decisi che era meglio non rispondere. Lo richiamai il giorno successivo: “Ciao Sara, hai sentito il mio ultimo album?”, “Sì, certo” (bugia!), “Ti andrebbe di venire la settimana prossima a Lione? Facciamo un concerto per “Les nuites de fourvière”,(?!?!) Certo!”. Il giorno dopo andai a stampare centinaia di pagine di partiture, fra le quali anche la “Chanson de Craonne”, una canzone di protesta dei soldati francesi che venne censurata durante la prima guerra mondiale perché ritenuta disfattista. “Ascoltala, magari la facciamo”.

Dopo un mirabolante viaggio in pulmino da Milano a Lione, mi ritrovai su quel palco incredibile il giorno dopo il concerto di Kusturica. Nessuno mi aveva detto niente quindi ero piuttosto tranquilla. Il concerto finì, uscimmo di scena con il pubblico che acclamava “BIS!”. Vinicio mi guardò e mi disse: “Te la senti?”, io: “Sì!” (bugia!), tornammo sul palco. Intonai la Chanson. Durante quell’esecuzione compresi il significato della parola sacro. Non avevo mai percepito un silenzio così profondo, un magnetismo così focalizzato. Non ero più solo io, non era più sola la mia voce, ma era tutta la Francia in quella melodia, in quelle parole. Finii la canzone che tremavo tutta, avevo gli occhi lucidi. Partì un applauso che durò un eternità, se ci penso mi commuovo ancora.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Comporre, meditare, uscire (di questi tempi non è affatto scontato) evolvere, scrivere canzoni di cui essere fiera, canzoni autentiche.

C’è qualcosa che vorresti dire ai nostri lettori?

Buongustai continuate a leggere Siloud, è bellissimo!

Sara Loreni for Siloud

Instagram: @saraloreni
Facebook: @saraloreniofficial
Credits: Ufficio stampa Astarte Agency

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