InTheMusic: Alessandra Valenzano, interview

Alessandra Valenzano è una ragazza che sta vivendo quello che più voleva da quando non era che una bambina e diceva di voler “fare la cantante”. Oltre ad essere una cantautrice, è anche un’appassionata studentessa di Giurisprudenza in procinto di laurearsi. Ha un forte amore per la sua città, anzi pensa che la sua provenienza da Bari sia proprio una delle ragioni della sua caparbietà.

Quando canta trasmette molta dolcezza, le sue parole si cullano totalmente sulle melodie di base. Si avverte una forte ricerca alla base delle sue canzoni: dalla scelta degli strumenti all’atmosfera che vuole realizzare, sembra che nulla sia lasciato al caso. In questi anni Alessandra ha partecipato a molti eventi, riscuotendo anche molto successo. Per non finire, ha aperto anche importanti concerti.

Nome: Alessandra
Cognome: Valenzano
In arte: Alessandra Valenzano
Età: 23
Città: Bari
Nazionalità: Italiana
Brani pubblicati: Ci hai mai pensato al Vietnam, Ora e mai, ‘Till dawn
Periodo di attività: dal 2017
Genere musicale: Indie, Country, Pop, Rock
Piattaforme: YouTube, Spotify, Apple Music, Deezer, Amazon Music, ecc.
Alessandra Valenzano

Chi è Alessandra Valenzano?

Se dovessi spiegare chi sia “Alessandra Valenzano”, probabilmente direi che è una ragazza che sta vivendo quello che più voleva da quando non era che una bambina e diceva di voler “fare la cantante”, girando per casa con mille vestiti diversi e suonando la sua tastiera giocattolo della Bontempi, facendo finta che davanti a me ci fosse un vasto pubblico a cantare le mie canzoni. Oggi, a ventitré anni, io mi sento ancora così: semplicemente i vestiti si sono fatti più grandi e i miei strumenti, nonché le persone che mi ascoltano, stavolta sono veri. Per arrivare a questo punto, che non è ancora niente per me, ci ho messo passione e inarrestabile volontà. Sin da piccola, infatti, quando decidevo che qualcosa dovesse essere mio, nulla mi avrebbe fatto cambiare idea: questo principio l’ho sempre utilizzato anche nel mio approccio allo studio, per esempio.

Difatti, oltre ad essere una cantautrice, sono anche un’appassionata studentessa di Giurisprudenza in procinto di laurearsi. Studio nella mia città, che amo. Penso che la mia provenienza da Bari sia, tra l’altro, una delle ragioni della mia caparbietà: Bari non è una città dove le opportunità te le trovi servite in un piatto. Ci devi lavorare davvero per vedere un cambiamento, sebbene negli ultimi anni sia diventata una città magica. Noi musicisti, per esempio, fino a poco tempo fa non avevamo un posto in cui suonare, un posto dove sentirci a casa. È frutto del lavoro di tutti noi se oggi la musica può essere considerata un mestiere anche qui, al sud.

La tua è una grande passione per l’arte in generale, che si è concretizzata anche nella musica già quando avevi 8 anni. Cosa ti ha fatto appassionare alla musica e cosa ti tiene ancora legata ad essa?

Sono cresciuta a pane e Disney e conoscevo tutte le canzoni dei cartoni a memoria. Mia madre faceva sempre le pulizie o cucinava ascoltando Video Italia e ricordo che a sei anni, quando passavano il video di Carmen Consoli, “L’ultimo bacio”, piangevo come una fontana, senza sapere il perché. Semplicemente, mi commuovevo in modo spontaneo e ingenuo. La musica, inoltre, scorre nel sangue perché anche papà era un musicista – un batterista precisamente – ed io e mia sorella Simona – in arte Anomys, anche lei cantautrice – siamo cresciute alternando Barbie ai dischi dei The Cure.

Per me la musica è sempre stata un codice linguistico, un modo di esprimermi. In una mia canzone dico, parlando della musica, “tu mi definisci, senza di te io non ci sono stata mai”: ed in effetti è così, non saprei viverci senza perché ci sono cresciuta così, come se parlassi una lingua che mi venisse chiesto di estirpare: sarebbe come vivere in un altro paese per me. Sì, in pubblico ci proverei a non parlare quella lingua, ma una volta a casa, si sa, tu parli la tua lingua nativa. È così che mi immagino se mi venisse chiesto di smettere di suonare o se io stessa dovessi decidere di interrompere il mio percorso: non farei più concerti, forse, ma due ore al giorno alla chitarra le passerei comunque perché è così che sono abituata a fare. È come respirare. Sarà banale, ma mi ha salvata tante volte. 

Oltre il pianoforte, sai anche suonare la chitarra e l’ukulele. La vicinanza a questi strumenti ha sicuramente una grande influenza sui tuoi gusti musicali: quali sono i tuoi artisti preferiti?

In realtà, io suono pochissimo pianoforte, ad oggi, anche se è stato il primo strumento in assoluto al quale io mi sia avvicinata, ancora prima del canto. Ho cominciato a suonare il pianoforte perché ricordo che ogni volta che ne vedevo uno facevo sempre un gran casino pigiando tasti a casaccio. Così, chiesi ai miei genitori di fare un corso di pianoforte dopo la scuola. Ricordo che aspettassi sempre il mio turno impaziente nella saletta accanto a quella dove solevano fare lezione e fu lì che imparai ad accompagnarmi, quando per la noia cantavo le canzoni della Disney, pianoforte e voce. Mi ascoltò il maestro dall’altra stanza e mi consigliò di cantare sempre perché avevo davvero una bella voce. Io non ci credevo molto, c’erano bambine molto più brave di me, ma io lo avrei fatto comunque perché mi veniva naturale farlo: solo, magari, non di fronte agli altri.

In silenzio ho coltivato l’amore per molti artisti, quali Carmen Consoli, i The Smiths, i The Cure, Bob Dylan, Fabrizio de Andre’, che col tempo si sono rivelati vere chiavi di accesso ad un mondo magico di musica cantautorale, rock psichedelico, musica country e musica popolare irlandese. Loro sono stati i primi ad ispirarmi.

Quando canti trasmetti molta dolcezza, le tue parole si cullano totalmente sulle melodie di base. Cosa vuoi trasmettere a chi ti ascolta e di cosa parli nei tuoi brani?

Il mio sogno quando scrivo e canto davanti a qualcuno è fargli toccare con mano quello che ho sentito io: come se dicessi “ehi, tu non puoi vedere cosa ho vissuto, ma forse con una canzone ti dimostrerò che cosa porto nel cuore”. Come dicevo prima, è il mio modo di comunicare, la mia sfera di cristallo per parlare del mondo. Adoro, però, anche quando alla gente arriva altro: penso che scrivere canzoni e poi pubblicarle sia come partorire un figlio e metterlo al mondo. In quel preciso momento, ecco, penso che il figlio non sia più tuo: così, le canzoni. Esse sono libere di prendere le strade che più vogliono e di dire a chiunque cose diverse. Sono sempre molto curiosa di sapere che cosa arrivi alla gente. 

Si avverte una forte ricerca alla base delle tue canzoni: dalla scelta degli strumenti all’atmosfera che vuoi realizzare, sembra che nulla sia lasciato al caso. Come ricerchi (e poi come trovi), ogni volta, il sound che più ti rappresenta?

Sono contenta che si senta. Passo molto del mio tempo a ricercare sempre uno stile coerente, ma che abbia, canzone per canzone, sempre qualcosa di inedito e tutto suo.

Il sound che più mi rappresenta, ho capito col tempo, è spesso più basic delle cose che ascolto. Mi piace tenere i suoni puliti, dolci e far esplodere la voce. Tuttavia, di arrangiamenti ne ho fatti tanti e ho sperimentato con la mia band ogni genere di sound.

Stando a ciò che è online sotto il tuo nome, ne hai fatta di strada fino ad oggi. Hai lavorato a progetti inediti di ogni genere musicale e hai realizzato anche diverse cover. Ti andrebbe di ripercorrere insieme il tuo percorso nella musica?

Tutto è iniziato quando mi iscrissi ad un corso di canto a quattordici anni. Ero timidissima e a scuola mi dicevano cose bruttissime. Non mi sentivo nel posto giusto. All’accademia Unika, saggio dopo saggio, ho imparato a far uscire la voce e a impormi per quello che sentivo dentro. Mi iscrissi ad un concorso, “voce da pub”, e quella fu la prima volta che mi esibii davanti ad un pubblico solo mio. Tremavo solo all’idea di esibirmi lì: poi, una volta davanti a quelle persone, capii che mi piacesse troppo. Con il mio fidanzatino del liceo scrissi le mie primissime canzoni e scoprii di saperci fare con le parole.

Quando avevo diciotto anni, dopo la maturità, feci un concorso, “musikomio”, che si tenne presso il teatro Giordano di Foggia ed è lì che, notata da Stefano Senardi e altri personaggi importanti della musica, venni spinta a provare, così, per gioco, Area Sanremo: portai una canzone scritta da me, la prima canzone interamente scritta da me, e feci l’esperienza più bella della mia vita. Non arrivai più in fondo dei primi provini, ma portai a casa un bagaglio enorme di insegnamenti importanti che ancora oggi risuonano nella mia testa prima di ogni singolo concerto e ogni stesura di canzone.

La mia carriera prese pian piano piede quando, dopo l’incontro con Federico e Edgardo Mattei, autori di Zucchero Fornaciari, scrissi il mio primo EP, ancora inedito, se non per due canzoni, “Ora e mai” e “’Till dawn”, la cui pubblicazione mi ha portato per la prima volta nelle cuffie della gente e, poi, ad essere conosciuta per quel poco che avevo fatto.

Quello che più mi ha poi condotta alle cose che faccio oggi, in fondo, non sono che incontri significativi che hanno cambiato e reso incredibile il mio percorso: persone come Dario del Viscio, in arte iCalendari, che mi ha preso sotto la sua ala e convinto che potessi davvero fare questo nella vita. È stato grazie a lui se ho raccolto il coraggio di iscrivermi a dei concorsi ultra significativi, quali “alibi summer fest” e “luce music festival”, che ho entrambi vinto, e che mi hanno portato ad aprire i concerti di Carl Brave, Subsonica, Eugenio in via di Gioia, dinanzi a un pubblico enorme e inaspettatamente caloroso.

Persone come il mio ragazzo e chitarrista Michele Pellicciari, che mi segue con la sua chitarra in giro per l’Italia e i suoi concerti che mi accolgono con estremo affetto. E, infine, il mio team di Vertical Music, e quindi Claudio e Federico Stefani, nonché il mio produttore Frank Nemola, che mi seguono come fossi una figlia o una sorella e che, insieme a me, partoriscono ogni giorno idee per concretizzare sempre più questo sogno.

Per me fare musica e pensare al mio percorso significa pensare a tutta questa gente che mi ha cambiato la vita e reso indimenticabile questo viaggio. Senza di loro io non sarei qui, né amerei così tanto fare questo mestiere.

In questi anni hai partecipato a molti eventi, riscuotendo anche molto successo. Per non finire, hai aperto anche importanti concerti. Quanto sono state importanti queste esperienze per la tua vita personale e per quella artistica?

Per l’appunto, queste esperienze hanno rappresentato per me una siringa di autostima: pensare che la tenera sedicenne spaventata dal mondo sia arrivata finalmente su palchi del genere, per me è stata la soddisfazione più grande che potessi accaparrarmi come persona e come musicista. Ovviamente si spera sia stato solo l’inizio.

“Ci hai mai pensato al Vietnam” è un brano incentrato molto sulla parte strumentale, “Ora e mai” si focalizza invece molto sulla parte cantata. Come nascono questi brani?

Questi due brani nascono da un’unica esigenza: dire quello che stavo provando e liberarmi di un senso di difficoltà e malessere.

Ora e mai” nasce quando soffrivo come un cane per il mio primo amore. Gli promisi che, anche se ci fossimo lasciati, quello che provavo per lui, un giorno, sarebbe stato quantomeno musica: e così è stato. Nasce dal dolore di non averlo più con me. Lo misi a paragone con quello che è l’amore più grande e vero che io conosca: quello dei miei nonni. Mi chiesi, molto semplicemente, se mai avrei potuto vivere un amore così, vero e bello come il loro. Ero molto giù.

Così come lo ero quando scrissi “Ci hai mai pensato al Vietnam”, che nasce da un malessere diverso: non volersi innamorare, affezionare a nessuno. Ero nella fase più libera della mia vita, tuttavia, dentro di me portavo ancora molta sofferenza: nel mio piccolo sentivo mi mancasse qualcosa. Tra questi due brani intercorre tanto tempo: ed è in questo tempo che io sono cambiata, maturando un certo scudo protettivo. Ora e mai è la mia parte più nuda e sensibile. “Ci hai mai pensato al Vietnam” è una nuova Alessandra che dice al mondo: “ehi, v********o a te”.

Cosa puoi dirci della tua ultima uscita “‘Till dawn”?

Till dawn” rientra tra i miei vecchi progetti, eppure non era ancora su Spotify. Abbiamo colto questo periodo di stallo per regalare questo singolo a chi lo aspettava da tanto anche nei digital stores e sono felice che sia stata accolta positivamente. Ora si guarda avanti e al mio EP! 

Tra i tuoi progetti per il futuro c’è spazio per un album?

Al mio album ci stiamo lavorando proprio adesso. Il coronavirus ha bloccato un po’ i tempi, ma presto uscirà qualcosa di davvero bello e che non vedo l’ora di condividere con voi.

Tra i miei progetti futuri c’è tanta roba: posso dire solo questo, non amo fare progetti. Preferisco ritrovarmi nelle cose e vedere dove vanno, senza fare troppi pronostici: credo rovinino tutto. Ma aspettatevi di sentire parlare di me.

C’è qualcosa che vorresti dire ai nostri lettori?

Credo di essere una persona che lotta con tutta sé stessa per i suoi sogni. Il mio sogno più grande? Essere la colonna sonora della vita di qualcuno. E avere una pagina Wikipedia che parli di me e di questo viaggio straordinario. Spero, un giorno, di colorare le vite della gente con la mia musica.

Alessandra Valenzano for Siloud

Instagram: @alevalenzano
Facebook: @alevalemusic
YouTube: Alessandra Valenzano
Credits: Novenovepi

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