InTheMusic: G Pillola, interview

Guglielmo Perri, meglio conosciuto come G Pillola, ha iniziato a fare musica rap da ragazzino, registrava a Genova in uno studio frequentato da tanti artisti di quelli che oggi sono al top della scena rap italiana e con il trasferimento a Torino ha ufficializzato la sua carriera artistica. È stato portavoce di quella che è stata definita “happy trap”. Fino ad oggi ha dato prova di saper sempre variare di genere e di essere il frutto di continue contaminazioni che si rimescolano per creare ogni volta qualcosa di totalmente nuovo. Con la musica, è riuscito a trovare il perfetto equilibrio per una propria narrazione personale libera da ogni convenzione di genere musicale.
Da poco è uscito “Dove sei”, un singolo con cui ha praticamente dichiarato di essere alla ricerca di un sound tutto nuovo.

Nome: Guglielmo
Cognome: Perri
In arte: G Pillola
Età: 25
Città: Torino
Nazionalità: Italiana
Brani pubblicati: Dove sei
Periodo di attività: dal 2015
Genere musicale: Rock Alternativo
Piattaforme: YouTube, Spotify, Apple Music, Deezer, Amazon Music, ecc.

Chi c’è dietro G Pillola?

Mi chiamo Guglielmo, sono nato a Genova, ho venticinque anni e da cinque vivo a Torino. Mi piace fare couchsurfing agonistico e fotografare le piante da interni. I miei genitori mi volevano chiamare “Finimondo” ma per fortuna all’ultimo hanno cambiato idea.

Lavoro come tecnico e monto i palchi per i concerti di miei colleghi che spesso sono anche amici, è abbastanza filosofico come concetto e lo trovo formativo, però preferirei stare su un divano a fare musica con Blue Jeans (il mio produttore) tutto il giorno, ma almeno anche lui lavora con me e ci facciamo qualche risata.

Da cosa nasce il tuo nome d’arte? 

Il mio nome d’arte è nato dall’idea di rappresentare le ‘pillole del giorno’ che mi piace raccontare nelle mie canzoni: ho sempre amato questa idea di immedesimazione introspettiva che gli ascoltatori possono provare quando si parla di eventi e azioni quotidiane molto palpabili e questo nome è semplicemente una rimembranza di questo concetto.

Cosa ti ha fatto avvicinare alla musica e in che modo si è evoluto il tuo rapporto con essa negli anni?

Ho iniziato a fare musica rap da ragazzino, registravo a Genova in uno studio frequentato da tanti artisti di quelli che oggi sono al top della scena rap italiana e ne cavalcano insieme l’onda, ma a dirla tutta non sono mai stato bravo a cavalcare queste onde e fin da piccolo ho sempre preferito farmi gli affari miei ed essere quello più ‘weird’ di tutti. Ho vissuto gli albori del movimento ‘trap’ in Italia, ma anche qui non ho mai seguito alla regola i dogmi del genere e ne ho voluti creare piuttosto dei miei.

Queste mie idee ‘controcorrente’ hanno posto le basi per la creazione del mio collettivo, Bilogang, con il quale abbiamo iniziato a nutrirci di contaminazioni di altri generi musicali, sviluppandole poi sia insieme, che per la carriera solista.

Hai già avuto molta esperienza nel mondo della musica. Sei nato e cresciuto a Genova, città nella quale hai cominciato ad avvicinarti a questo mondo; dopo il liceo e il trasferimento a Torino, hai ufficializzato l’inizio della tua carriera artistica. Quali sono gli step più importanti del tuo percorso fino ad oggi?

Dopo la mia gavetta genovese mi sono trasferito a Torino per fare l’università, che poi ho lasciato dopo il primo contratto discografico. Sicuramente è stato molto importante per me il fatto di essere solo e partire da zero in una città sconosciuta, perché in qualche modo mi ha dato stimoli per avvicinarmi a tante realtà artistiche a me affini. Nel giro di un anno sono riuscito a creare la mia realtà musicale insieme a vari artisti della zona, constatando il mio amore per questa città e la sua energia.

Ancora oggi non saprei definire degli step che hanno segnato il mio percorso, soprattutto perché credo che ogni singolo avvenimento quotidiano abbia influenzato la mia direzione artistica.

Trap ed indie sono senza dubbio le influenze più evidenti nelle tue produzioni: quali sono i tuoi riferimenti musicali, sia in termini di generi che di artisti?

Sicuramente il sound che mi rappresenta di più è quello del cantautorato ‘alternativo‘ italiano anni ’70 (Enzo Carella, Ivan Graziani, Franco Fanigliulo). Chiaramente l’hip-hop e tutte le sue derivazioni sono state molto importanti per la mia evoluzione artistica, ma sempre nella sua accezione più contaminata e strana. Ultimamente sono molto appassionato di disco music francese e ascolto principalmente donne (Claire Laffut, Clara Luciani, Corine).

Sei stato portavoce di quella che è stata definita “happy trap”. Fino ad oggi hai dato prova di saper sempre variare di genere e di essere il frutto di continue contaminazioni che si rimescolano per creare ogni volta qualcosa di totalmente nuovo. Come definiresti il tuo modo di fare musica e in che modo sei riuscito a definire il sound che oggi ti caratterizza? 

Odio definire il mio sound perché non so mai cosa potrà sentirci chi dall’altra parte ascolta. Credo che la musica sia un linguaggio totalmente libero di interpretazione. Per questo motivo preferisco piuttosto essere caratterizzato dal mio modo di scrivere molto semplice e diretto e dai temi quotidiani che affronto nelle canzoni.

La musica che ho fatto nell’ultimo anno è frutto di esperimenti con vari generi, ma devo dire che, lavorando insieme a Blue Jeans, abbiamo capito che l’influenza del funk e della disco music anni ’70/’80 sia quello che ci calza meglio.

Ci sono moltissime tue produzioni online. La prima è “VHS” del 2017, un album dal carattere più ‘sad’ e underground. Tutte le tue produzioni successive, fino ad arrivare allo scorso anno con l’album “Ciao Belli”, sono andate nella direzione dell’happy trap, portando il nome G Pillola sempre più in alto nella scena italiana. Come si è evoluta la tua musica attraverso queste varie produzioni?

Credo che ogni mio cambiamento sia stato dettato da un’esigenza personale, penso che la mia musica sia trainata dalla mia identità e non da un disco o una canzone di successo, e questo mi ha permesso di esplorare vari generi e contaminarli a modo mio.

Andando avanti, alcune di queste contaminazioni mi hanno assorbito fino a sostituire il sound da cui ero partito. Se prima con VHS ho navigato nel mondo della trap alternativa e ‘underground’, Ciao Belli, il mio ultimo disco, segna l’inizio di un cambiamento più radicale e fa da ponte tra il mondo del rap e il mio nuovo inizio più ‘indie’.

Da poco è uscito “Dove sei”, un singolo con cui hai praticamente dichiarato di essere alla ricerca di un sound tutto nuovo. Come nasce questo brano e in che modo fa da ponte tra le produzioni precedenti e la nuova direzione artistica che hai deciso di intraprendere?

Dove sei” è nato dall’idea di rappresentare la parte più caotica della mia quotidianità, la mancanza di un ordine fisico e mentale raccontata in maniera spensierata e auto-ironica. Tutto questo spinto da un’anima funky e dinamica che ti fa muovere i piedi invece di fermarti a pensare, quello che vorrei riuscire a fare io ogni tanto.

Ovviamente questa canzone definisce la mia nuova direzione artistica nella sua sfumatura più funk e disco, ma non esclude la presenza di altre contaminazioni nelle uscite future.

È ormai assodato che, con la musica, sei riuscito a trovare il perfetto equilibrio per una tua narrazione personale libera da ogni convenzione di genere musicale. Prima di salutarci, però, c’è un ultimo lato del tuo percorso artistico che vorremmo conoscere meglio. Cosa puoi dirci del rapporto con la Krokodil House e in che modo ti affiancano nel tuo percorso musicale? 

Il Krokodil House è uno studio di produzione che nasce da un gruppo di ex componenti di band metal di Torino che si sono messi a produrre inizialmente beat rap e trap, per poi diventare un laboratorio artistico a 360 gradi contando musicisti, produttori, artisti, videomaker e fotografi. Grazie al mio incontro con questo gruppo di lavoro sono riuscito a rendere sempre al meglio le mie idee artistiche e, partendo dal mio rap ‘alternativo’ e dalle radici ‘metal’ dei produttori, a creare un risultato unico nel suo genere.

Cosa significa oggi essere artisti e quali pensi siano le responsabilità che questo implica?

Non credo che si possa definire lo scopo della musica e di conseguenza nemmeno quello degli artisti. Mi piace pensare che gli artisti non abbiano nessuno responsabilità in quanto ambasciatori di pensieri che tutti possono avere e di emozioni che tutti possono provare, sta solo all’ascoltatore decidere se rimanere ad ascoltare. Credo fermamente che gli artisti siano semplicemente persone un po’ più annoiate degli altri.

“Dove sei” è in realtà solo un piccolo assaggio del tuo nuovo album, che sarà online proprio nei prossimi mesi. Puoi già anticiparci qualcosa?

Il disco è frutto di un anno in cui ho cambiato molte case e dormito su vari divani, mi piace pensare che qualcuno riuscirà ad entrare in una di quelle case o a sedersi su uno di quei divani.

C’è qualcosa che vorresti dire ai nostri lettori?

Il più grande artista si trova sull’autobus a fianco a te.

G Pillola for Siloud

Instagram: gpillola
Facebook: @G-Pillola

Credits: Cesare Sinigaglia, Astarte Agency

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