InTheMusic: Caponetti, interview

Da quando aveva 10 anni, Caponetti non hai mai più lasciato la musica. Addirittura, più di recente, ha abbandonato il suo lavoro per potersi dedicare ad essa al 100%. Claudio è cresciuto a suon di Beatles, Red Hot Chili Peppers e Franco Battiato e la sua musica è il frutto di una scrittura fresca, sincera e viscerale. I suoi testi trattano sempre di quotidianità, tra piccoli drammi ed incertezze di chi si affaccia ai trent’anni. “Maddai” è il titolo dell’EP che segna ufficialmente il suo esordio. Abbiamo molto apprezzato il modo con cui strumentali e testi si intrecciano e si confondono, creando quell’atmosfera intima e leggera che caratterizza Caponetti.

Nome: Claudio 
Cognome: Caponetti
In arte: Caponetti
Età: 31
Città: Milano
Nazionalità: Italiana
Brani pubblicati: Google Maps, Ascoli FC.
Album pubblicati: MADDAI (EP)
Periodo di attività: Dal 2011 
Genere musicale: Pop
Piattaforme: YouTube, Spotify, Apple Music, Deezer, Amazon Music, ecc.

Chi c’è dietro Caponetti?

Sono un musicista di 31 anni, vengo dalle Marche ma vivo da 8 anni a Milano, nella vita ho fatto diverse cose, tanti lavori e lavoretti per riuscire a vivere e ho preso una laurea magistrale in Economia, ma in fondo ho sempre voluto suonare e scrivere canzoni, ed è quello che sto facendo.

Caponetti altro non è che il tuo cognome. Perché hai deciso di utilizzarlo come nome d’arte?

Alla fine la maggior parte delle persone mi chiama così o al massimo Capo, ho pensato che fosse la scelta più naturale.

Da quando avevi 10 anni, non hai mai più lasciato la musica. Addirittura, più di recente, hai abbandonato il tuo lavoro per poterti dedicare ad essa al 100%. Ci parli del tuo percorso nella musica e dell’evoluzione del tuo rapporto con essa?

Potrà sembrare un po’ romanzata questa storia ma è andata esattamente così: a 10 anni ho fatto un brutto incidente e mi sono ritrovato in coma farmacologico per 3 giorni perchè avevo battuto la testa. Quando mi svegliai mia madre accese la tv in ospedale e la prima cosa che vidi fu un live dei Red Hot Chili Peppers che stavano promuovendo Californication in Italia, era il 1999: fui immediatamente folgorato da quei 4 pazzi.

Per circa un anno non ho potuto fare molta attività sportiva perchè fisicamente ero molto fragile, allora chiesi a mia madre di comprarmi una chitarra e di fare qualche lezione. Beh, da quel momento non ho più smesso di suonare.

Negli anni ho imparato a suonare più strumenti e a registrarli in casa e verso i 19 anni ho sentito che era il momento giusto per provare a buttare giù qualche testo.

Dopo la laurea ho trovato anche un lavoro serio ma alla fine mi ritrovavo tutto il week end in sala prove o a cercare di esibirmi nei locali.

Ero spaventato a morte dall’idea di mollare tutto per le canzoni ma ero troppo infelice e alla fine mi sono deciso.

Sei cresciuto a suon di Beatles, Red Hot Chili Peppers e Franco Battiato. Quali sono gli artisti che oggi ti influenzano di più?

Oggi non ho degli artisti in particolare che mi influenzano, sono molto “onnivoro” negli ascolti, i capisaldi restano quelli che hai citato insieme a tanti altri che ho amato e suonato per anni.

Quello che cerco di fare è ascoltare più musica possibile, ogni settimana mi prendo una giornata per fare nuovi ascolti, di solito è il venerdì grazie anche alla “new music friday” altrimenti utilizzo delle App che mi segnalano gruppi simili a quelli che già mi piacciono così me li vado a sentire.

Posso farmi influenzare anche solo da un singolo brano, dal mondo sonoro che crea: per esempio ora sto scrivendo una nuova canzone prendendo ispirazione da “Perdida” degli Stone Temple Pilots insieme all’ultimo album dei Creeper, che non conoscevo affatto e che è davvero bello. 

Caponetti è il frutto di una scrittura fresca, sincera e viscerale. I tuoi testi trattano sempre di quotidianità, tra piccoli drammi ed incertezze di chi si affaccia ai trent’anni. Come definiresti il tuo modo di fare musica e in cosa si caratterizza nello specifico?

Per me l’unica cosa che conta è essere sincero, integro e il più possibile autentico, solo così posso riuscire ad emozionarmi ed eventualmente emozionare.

Le scelte fatte nella mia vita sono state spesso contraddittorie, paradossali, ma al contempo erano necessarie per sviluppare carattere e presenza.

Nella mia musica cerco sempre di mettere insieme vari registri contrapposti, momenti difficili e di estrema fragilità con altri di assoluta spensieratezza e leggerezza, accompagnati da un tessuto musicale che faciliti questi cambi senza farli risultare ostili ed innaturali.

È stata data una bella definizione al tuo sound: “[…] ha dato vita ad un mondo sonoro leggero, malinconico e tipicamente italiano – a tratti scanzonato”. Come sei riuscito ad ottenere le sonorità che oggi ti caratterizzano?

Amo la tradizione e il cantautorato classico italiano: Battisti, Battiato e De Andrè sono i miei pilastri per quanto riguarda i testi e la musicalità delle parole.

A livello di suono sono innamorato del britpop e del rock anni 90 americano, boh mi sa che senza volerlo ho fatto un mega frullato di tutto!

“Maddai” è il titolo dell’EP che segna ufficialmente il tuo esordio. Abbiamo molto apprezzato il modo con cui strumentali e testi si intrecciano e si confondono, creando quell’atmosfera intima e leggera che caratterizza Caponetti. Come nasce questo progetto?

Nasce da un susseguirsi di fallimenti umani e musicali, prima di questo esordio mi ero autoprodotto diversi Ep che poi ho eliminato perchè non sono mai riuscito a sentirmi completamente rappresentato da quello che facevo.

Grazie a Carosello, la mia discografica ho avuto accesso a persone e strutture che mi hanno permesso di andare più in profondità.

Questo disco credo che rappresenti molto bene la persona che sono oggi, inoltre per me le canzoni sono un modo per esorcizzare i problemi della vita, li metto nero su bianco e poi lentamente svaniscono e una parte di me fa un piccolo passo in avanti, è quasi una forma di (auto)psicanalisi, la mia terapia contro “il logorio della vita moderna”. 

Prima di salutarci, avremmo un’ultima domanda da farti. Claudio, la persona che è dietro Caponetti, ha dentro un mondo pieno di riferimenti culturali e pop ed esperienze in giro per l’Europa che l’hanno formato come artista e come uomo. Cosa ti ha segnato maggiormente?

A 21 anni ho fatto l’Erasmus in Portogallo, amo quel paese e amo il suo popolo.

E’ stata un’esperienza che ha segnato una svolta nella mia vita perchè ho vissuto con tantissime persone, in 10 mesi ho fatto 6 traslochi e mi sono ritrovato a imparare tantissime cose, anche musicalmente.

Un mio coinquilino brasiliano mi insegnò a suonare la slide guitar e mi fece conoscere tanti cantanti come Caetano Veloso e io gli facevo cantavo tante canzoni del cantautorato italiano e lui impazziva. 

Pensate che esistono versioni in brasiliano di tante canzoni storiche italiane come “C’era un ragazzo”  o “Cuccurucucù”, questa cosa mi sbalordì.

Altri coinquilini suonavano il Fado o cantavano canzoni portoghesi di José Afonso, e tanti altri, tutto questo ebbe una grande influenza su di me.

Inoltre a fine Erasmus capii che forse questa cosa la potevo fare per lavoro perchè per gioco iniziai a fare concerti nel Bairro Alto e in pochissimo tempo mi ritrovai a suonare quasi tutte le notti nei locali fino alle 3-4 del mattino.

Quali sono i tuoi progetti futuri e qual è il tuo sogno nel cassetto?

Vorrei fare un altro disco nel 2021 e poi mi piacerebbe viaggiare un po’, non mi sono mai potuto permettere di fare un viaggio in America ma mi piacerebbe farci un giro e vedere come vivono la musica dall’altra parte dell’oceano.

Comunque credo che il mio più grande sogno nel cassetto sia fare un concerto in uno stadio e magari metterci dentro anche un bell’assolo di chitarra megagalattico.

Mi sembra che gli assoli non vadano più di moda, mah, non capisco. 

 C’è qualcosa che vorresti dire ai nostri lettori?

Se siete arrivati fino a qui, vi voglio bene.

Caponetti for Siloud

Instagram: @caponetti_
Facebook: @CaponettiC

Credits: Giuseppe Barone, Carosello Records

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