InTheMusic: Maru, interview

Maru, all’anagrafe Maria Barucco, si dedica alla musica dal 2012. Suonare dal vivo, per lei, è stata l’esperienza più importante perché le ha permesso di incontrare Fabio Grande, suo attuale produttore. Il suo ultimo progetto si chiama TOI ed è un disco che ha tanto da raccontare.

Nome: Maria
Cognome: Barucco
In arte: Maru
Età: 27
Città: Siracusa/Bologna
Nazionalità: Italiana
Brani pubblicati: Zitta, Quechua, Free-Trial, Giorgia.
Album pubblicati: TOI, Zero Glitter
Periodo di attività: dal 2012
Genere musicale: Synthpop/Electropop
Piattaforme: Spotify, Apple Music, Deezer 

Raccontaci di te Maria!

Ciao! Io sono una siciliana emigrata al nord nel lontano 2012. Penso che i posti in cui ho vissuto mi abbiano formata sia umanamente che artisticamente, quindi il mio racconto potrebbe cominciare a Siracusa, passare da Cremona, Reggio Emilia, Modena e ,per ora (ma spero per molto tempo), fermarsi a Bologna. 

Com’è cominciato l’amore per la musica?

L’amore per la musica è cominciato con l’amore per la chitarra di papà, una bellissima Gibson diavoletto che lui teneva come un gioiellino. Forse proprio perchè mi era, in un certo senso, proibito suonarla passavo i pomeriggi a rubargliela da sotto gli occhi per portarla nella mia stanza e suonare sui miei pezzi del cuore. Mi sono innamorata di molti strumenti nella mia vita, ma ammetto di non essermi mai veramente soffermata sullo studio nemmeno di uno. Appena c’era un po’ da faticare perdevo il piacere della musica e da piccola mi pesava parecchio. Quest’anno, per la prima volta, ho deciso di superare questo limite e sono finalmente entrata al Conservatorio di Bologna, dove studio musica elettronica.

Quando Maria è diventata Maru?

Da parecchio prima di cominciare a far musica! Ero piccina e qualcuno decise di chiamarmi come vengono chiamate le “piccole Marie” in Sicilia: Maruzzella, poi Maru. Era anche il periodo della ricerca su me stessa: sono sempre stata molto infastidita dai confini di genere e, per quanto un nome non definisca, personalmente mi sono sentita un po’ più “libera” nel non possedere un nome né maschile né femminile. 

Dal 2012 scrivi canzoni, alle spalle hai un disco self-titled, un album per Bravo Dischi e diversi tour. Quale esperienza ti ha segnata di più?

Sicuramente suonare dal vivo è stata la scossa più importante: tutte le aperture di concerti di artisti di grosso calibro (Motta, Ex-Otago, Colapesce e tanti altri), ma ciò che mi ha più definita artisticamente è stato incontrare Fabio Grande. Fabio è il produttore dei miei dischi e, più di ogni altra cosa, mi ha dato una direzione. Grazie a lui sono entrata non solo in contatto con Bravo Dischi (tra cui c’è anche un altro produttore dell’ultimo disco, Pietro Paroletti) ma anche più in contatto con la mia dimensione lirica e sonora. La scrittura è stata sempre una cosa fondamentale per me, ma adesso è un’analisi attenta del messaggio che voglio dare, non solo uno sfogo diretto dalla mia testa alla mia penna.  

Dovessi dare un nome alla tua musica, quale sarebbe?

La definirei una musica che matura con me. Sono sempre attenta al lasciare passare le esperienze che racconto come atti di crescita e non solo come cose accadute. Ad oggi anche le sonorità dell’ultimo disco mi definiscono e credo che anche cominciando a chiamare le cose con il proprio nome per  non finire più nel solito calderone “indie” che raccoglie e agglomera tutta la musica emergente in Italia faccia molto. Io chiamo quello che faccio synthpop o electropop. Se non lo è, è almeno quello che sto cercando di fare.  

Il tuo ultimo progetto si chiama TOI ed è un disco che ha tanto da raccontare. Com’è nato?

Diciamo che non è nato subito nella sua interezza. Avevo alcune cose da dire, frammenti che, fino a pochissimi giorni prima dell’uscita del disco, ancora non avevano un legame, un collante. Dico spesso che i pezzi che fanno parte del disco sono premonitori per me, questo perchè mi sono stati molto più utili adesso rispetto a quando li ho scritti: sono un’attenta analisi di ciò che sono diventata. La parola Toi, intesa come gioco, è stato un po’ il succo. La musica e l’amore sono un gioco e siamo troppi a voler vincere. Eppure perdere mi ha portata a cose molto più stimolanti e interessanti.

Com’è stato registrare tutti i singoli? E qual è la storia che hanno in comune?

È stato parecchio difficile perchè è iniziata la pandemia! Sono riuscita a finire “Quechua” e, il giorno prima che chiudesse tutto, sono rientrata a Bologna senza poter scendere in studio a Roma. Lavorare a distanza è stata dura, con “Zitta” abbiamo rischiato davvero grosso (era già cominciato il solito meccanismo primo singolo-secondo singolo-album e sarebbe stato brutto tirarsi indietro una volta lanciata la bomba di “Quechua”): avevamo solo la voce guida e altre idee. Alla fine “Zitta” è un bel diamante grezzo e non potrei essere più felice. 

Hai un tuo brano preferito?

Sono sentimentalmente molto legata a “Sei di chi”, l’ultimo brano del disco. Anche registrandolo mi sono un po’ commossa. 

Cosa progetti per il futuro?

Studiare tanto e bene. Vorrei capire dove mi porteranno tutti questi nuovi stimoli che sto racimolando tra il conservatorio e le nuove persone con cui mi sono incrociata e schiantata.

C’è qualcosa che vorresti dire ai nostri lettori?

Ragazzi, non drogatevi! Ho perso la corsa della vita per quella robaccia. (cit)

Maru for Siloud

Instagram: @marusaurr
Facebook: @marulapagina
YouTube: Bravo Dischi

Credits:  Giulia Zanichelli, GDG PRESS
Ph: Francesca Burrani

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