InTheMusic: Followtheriver, interview

Dietro F o l l o w t h e r i v e r  c’è Filippo Ghiglione, un ragazzo di quasi 30 anni di Genova. La scelta del nome d’arte è nata nel momento in cui ha sentito di star andando nella direzione giusta con la sua musica. Quando cerca di descrivere la sua musica di solito utilizza la frase “incastrata da qualche parte fra i Bon Iver e James Blake”. “Werewolves” è il titolo del suo ultimo brano nato come una serie di note vocali sparse nel corso del 2019.

Nome: Filippo
Cognome: Ghiglione
In arte: followtheriver
Età: 29
Città: Genova
Brani pubblicati: Werewolves, November, As A Water Well, Among The Clouds, City Of Silences, Nocturnal // Interlude
Album pubblicati: Blankets & Bumblebees, Into This Morning Mood, How To Rebuild A Pounding Heart
Periodo di attività: dal 2015
Genere musicale: Alternative Folk, Indie Pop
Piattaforme: Spotify, Bandcamp, Apple Music, YouTube Music, Amazon Music, Deezer, Tidal, SoundCloud
Foto di Agnese Carbone

Chi c’è dietro Followtheriver?

Dietro F o l l o w t h e r i v e r ci sono io: Filippo Ghiglione, 29 anni quasi 30, vivo a Genova. Lavoro nell’attività di famiglia e sono appassionato di cinema. F o l l o w t h e r i v e r è il mio moniker e il mio alter-ego musicale, incastrato da qualche parte fra RY X e Apparat. Canzoni come piccoli mondi, in bilico fra il calore delle coperte la domenica mattina e il rumore degli alberi che scorrono al di là del finestrino, in autunno. Il petricore che sale dalla terra bagnata.

Come è avvenuta la scelta del tuo nome d’arte?

La nascita e la scelta di questo nome è avvenuta in maniera abbastanza casuale, per poi acquistare significato nel corso del tempo. È iniziato tutto con “River”, il nome d’arte che avevo scelto per il mio primissimo EP in italiano uscito nel 2012, nome dato dall’ispirazione nata dall’ascolto delle mie canzoni. Quando ho iniziato a pensare a questo progetto ho recuperato il nome che è stato cambiato e modificato nel corso del tempo (insieme al progetto stesso), fino a diventare “f o l l o w t h e r i v e r”. Ho aggiunto il tema del “seguire il fiume” nel momento in cui ho sentito che stavo andando nella direzione giusta con la mia musica, per ricordarmi quale fosse la strada da seguire. Una sorta di piccolo monito per me e per chi ascolta.

Immaginiamo che la tua passione per la musica abbia radici molto lontane: qual è il tuo primo ricordo legato alla musica? 

La mia passione per la musica si concretizza negli anni del liceo, quando un mix di eventi diversi (fra cui un amico che mi presta un CD dei Led Zeppelin e la visione del Live 8 del 2005) fa scattare in me l’idea di iniziare a suonare la chitarra elettrica e fondare la prima band. Ma sicuramente per riportare alla mente uno dei primi ricordi legati alla musica si va più indietro, quando ero molto molto piccolo: mi ricordo mia madre che cantava “Margherita” di Cocciante a mia sorella più piccola (che si chiama proprio così) per farla addormentare e una piccola radio/stereo portatile con cui ascoltavamo le musicassette in casa all’ora di cena. Mi ricordo in particolare la canzone “Donne” di Zucchero.

Nella tua musica cerchi di trovare una coesione tra mondi molto lontani, ognuno con un proprio ecosistema e leggi naturali. Quali sono i tuoi riferimenti artistici?

Quando cerco di descrivere la mia musica di solito utilizzo la frase “incastrata da qualche parte fra i Bon Iver e James Blake” perché in effetti è proprio così. Mi piace tantissimo il mondo dell’alternative folk nordamericano, così pieno di carica emotiva, sentimento, calore e riverberi, come se fosse una cura per i silenzi e gli inverni delle montagne che si porta dietro. Poi mi piace “incastrare” appunto tutto questo in una struttura elettronica fatta di beats larghi e spaziosi, arpeggiatori e tappeti di synth, in cui il calore della voce e della chitarra possano trovare la giusta casa.

La tua carriera artistica è fatta di diversi momenti, ognuno dei quali rappresenta un piccolo tassello nella realizzazione di un progetto più ampio e complesso. Quali sono gli step fondamentali del tuo percorso?

Ci sono diversi step legati perlopiù a ricordi che mi sento di sottolineare come fondamentali. Sicuramente due di questi sono legati a Federico Malandrino, il produttore artistico del progetto: sia il nostro primo incontro nel 2012, perché mi ha avvicinato a un mondo musicale che ancora non conoscevo e che mi ha portato poi per curiosità a scoprire i Bon Iver. E anche il nostro secondo incontro dopo ben sette anni è stato fondamentale, perché ha dato nuova linfa alla mia musica e ha portato alla concretizzazione di questi nuovi brani. Poi ci sono sicuramente l’anno in cui ho iniziato a collaborare con U.G.A. – Unione Giovani Artisti (un collettivo della mia città) perché per la prima volta mi sono sentito davvero parte di una “scena musicale”. Infine quando è uscito il mio EP Blankets & Bumblebees, perché per la prima volta ho avuto la sensazione di aver preso la direzione musicale giusta, e inoltre il mondo degli addetti ai lavori, sia estero che italiano, ha notato e apprezzato la credibilità del mio progetto per la prima volta.

Riusciresti a definire i caratteri che, sia in termini di sonorità utilizzate che di tematiche, oggi caratterizzano le tue produzioni?

Sono un amante dell’autunno e della montagna, dei suoi silenzi e  della sua capacità di farti connettere emotivamente con un mondo interiore. Quello che cerco principalmente di fare scrivendo le mie canzoni è di ascoltare il rumore bianco che sento dentro di me per tirarlo fuori e farlo ascoltare anche agli altri, qualcosa che a voce non sarei capace di dire. Creare una sorta di ponte empatico con cui capire se anche altri sentono quello che ho sentito io. Nel farlo concretamente ho trovato lo strumento principe nella mia chitarra elettrica e nel suo suono caldo e accogliente: una Yamaha SG1000 del 1972 ricevuta dal mio maestro quasi 15 anni fa e mai cambiata con nessun’altra. E poi nella costruzione della voce e della vocalità, naturalmente, cercando di farla diventare una cura per il freddo, qualcosa di nuovo e familiare allo stesso tempo.

“Werewolves” è il titolo del tuo nuovo singolo, che apre un nuovo capitolo nel tuo percorso musicale: come è stato prodotto, più in generale, come è nato? 

Werewolves è nato, come la maggior parte delle mie canzoni, in più fasi. Il primo nucleo è nato come una serie di note vocali sparse nel corso del 2019, a cui poi ho dato una prima forma “acustica” nell’estate del 2019. Mi sembrava una canzone diversa dalle altre perché per la prima volta in maniera così definita si è creata una storia ben precisa nella mia mente: antiche leggende, ritmi tribali, demoni e rituali di villaggi ancestrali. Tutto questo unito alla metafora del lupo mannaro, costretto a rivelare suo malgrado la sua vera natura, proprio come siamo costretti anche noi. Federico è intervenuto nel lavoro di produzione del brano, e insieme abbiamo cercato di tirare fuori questo lato tribale e ancestrale ma calato nella contemporaneità: volevamo che suonasse come un rituale magico dentro un club underground di Berlino.

In che modo questo progetto si relaziona con le tue produzioni passate e in che modo anticipa quelle future? 

In passato questo progetto era molto più vicino a un mondo più “acustico” e “folk” in senso stretto, sia nella sua espressività sia dal punto di vista tecnico, con l’utilizzo di strumenti prettamente acustici. Nel corso del tempo si è evoluto avvicinandosi maggiormente a qualcosa che mi potesse permettere di dare più spazio ed emotività alla mia voce e alle sue espressioni, e allo stesso tempo di sperimentare nuovi suoni sia a livello chitarristico che a livello di arrangiamento generale del brano. Werewolves in particolare segna una sorta di spartiacque con quello che c’era in precedenza (già il singolo precedente November, As A Water Well era su questa strada), perché per la prima volta sto iniziando a concepire le mie canzoni come piccoli mondi ognuno diverso dall’altro: ogni pianeta ha le sue regole, la sua storia, il suo ecosistema e le leggi fisiche e tutti i pianeti convivono in questa sorta di sistema solare che è il mio progetto musicale.

Quali progetti hai per il futuro? 

Mi piace pensare a F o l l o w t h e r i v e r come una sorta di astronave con cui poter viaggiare su tutti questi pianeti per studiarli, comprenderli e infine raccontarli a tutti. Quindi i progetti futuri sono sicuramente tanti nuovi viaggi e tante nuove storie da raccontare.

C’è qualcosa che vorresti dire ai nostri lettori?

Mando a tutti un forte abbraccio (distanziato purtroppo) in questi tempi davvero strani e difficili, con la speranza di poter tornare presto a rivedere tutti sotto a un palco con la mia chitarra in mano e un microfono davanti.

Followtheriver for Siloud

Instagram: @i_am_followtheriver
Facebook: followtheriverpage
YouTube: followtheriver

Credits: Marco Negro, Astarte Agency

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