InTheMusic: Andrea Fornari, interview

Andrea Fornari nella vita di tutti i giorni fa il designer e, in parallelo, porta avanti la sua passione per la musica. La sua linea stilistica è dettata da un mix di ciò che ha ascoltato negli anni e dagli insegnamenti delle persone più esperte di lui che ha incontrato nel tempo. In realtà, con la sua musica cerca di parlare anche un po’ a sè stesso oltre che agli altri. Il suo ultimo album si intitola “Un milione di piccole cose”, il suo primo disco in italiano.

Nome: Andrea
Cognome: Fornari
In arte: Andrea Fornari
Età: 33
Città: Torino
Nazionalità: Italiana
Brani pubblicati: Un milione di piccole cose, Monday Moning Light, Volevo dirtelo con un intro, 102 – Waxlife Radio Mix, Muraglia cinese
Album pubblicati: Un milione di piccole cose, ERA
Periodo di attività: dal 2016
Genere musicale: Alternative, Indie
Piattaforme: Spotify, Apple Music, Deezer, Amazon Music, ecc.

Chi è Andrea Fornari nella vita di tutti i giorni?

Nella vita di tutti i giorni faccio il designer (ho una laurea in architettura) e in parallelo porto avanti la mia passione per la musica. Dopo aver vissuto per circa quattro anni all’estero, in Lussemburgo, sono rientrato a Torino dove vivo dal 2018. Sono nato e cresciuto in questa città. Amo lo sport e il cinema.

Perché il tuo vero nome è diventato anche il tuo nome d’arte?

Sin dai tempi della classica band formata al liceo ho sempre sfornato nomi improponibili. Quando ho deciso di pubblicare dischi come cantautore ho deciso di mantenere il mio nome di battesimo per scongiurare altri danni!

Quando ti sei appassionato alla musica e quando, invece, hai capito di volerne prendere parte attiva?

La passione per la musica è nata quando ero molto piccolo, in casa non mancavano gli strumenti musicali e la mia famiglia ha sempre avuto molta passione per questa forma d’arte; mio fratello maggiore cominciò a studiare chitarra a un certo punto e io come ogni fratello più piccolo, nel tentativo di emularlo, ho cominciato a suonare i primi accordi. La decisione di voler entrare in maniera attiva nel mondo della musica l’ho presa invece molto più avanti, ho passato molti anni a studiare musica, a migliorarmi sugli strumenti. La necessità di iniziare a scrivere canzoni è arrivata intorno ai 20 anni credo, tardissimo se consideriamo ciò che accade oggi. I miei dischi sono tutti registrati da me, per la maggior parte in casa, quindi ho anche dovuto imparare il più possibile su questo tema per completare il processo di “maturazione” e poter arrivare a pubblicare qualcosa di mio.

Quali sono i tuoi riferimenti artistici?

Al momento ho alcuni artisti che rappresentano per me un grande punto di riferimento; artisti come Bon Iver, Hozier, i The Lumineers, Ben Howard, James Blake, Fink, Ben Harper. Ho anche forti radici impiantate nella musica del “passato” (forse non esiste una musica del passato), alcuni artisti sono per me insormontabili: da Van Morrison ai the Beatles, Hendrix, Joe Cocker.

Ho sempre cercato di ascoltare parecchi generi musicali, avere influenze diverse è molto importante, in musica la contaminazione è fondamentale. Gli artisti italiani che ho ascoltato di più sono senza dubbio Battisti, De Gregori, Carmen Consoli, Franco Battiato e sicuramente sto dimenticando qualcuno di fondamentale!

Parliamo ora del tuo percorso artistico. Quali sono stati gli step più importanti fino ad oggi?

Sicuramente il primo step fondamentale è stato incontrare il mio produttore e amico Maurizio Chiaro, lavora con me dal 2016, quando ho pubblicato il primo Ep “Home” (vivevo in Lussemburgo all’epoca). Altro step fondamentale è stato l’incontro con Ghost Records, l’etichetta con cui collaboro (sempre dal 2016) e con Eclectic Music. Queste persone, insieme a me, hanno reso possibile il fatto che un mio brano ad esempio, “Monday Morning Light”, abbia oggi un milione e mezzo di streams su Spotify, non è una cosa scontata per un artista emergente ed è il frutto di un lavoro enorme.

La sola pubblicazione di un singolo brano è in effetti il frutto di un lavoro enorme, a volte questo concetto non passa. Nel 2019 è successa un’altra cosa stupenda, i brani del mio disco “ERA”, sono entrati a far parte della colonna sonora della serie “untraditional” di Fabio Volo. Sentire le proprie canzoni all’interno di un film o di una serie che va in onda su una rete molto importante è una sensazione pazzesca, hai l’impressione che l’impegno porti a dei risultati concreti e tangibili, anche in un mondo un po’ senza regole e codici come quello della musica.

Forse il passo più importante è però quello che ho compiuto con la pubblicazione di “Un milione di piccole cose”, è il mio primo disco in italiano e ho lavorato a lungo per completarlo, per effettuare il passaggio dall’inglese alla mia lingua.

Lo stile di un artista si evolve e si affina nel tempo, diventando sempre più unico ed inimitabile. Nel tuo caso, sei riuscito a trovare una linea stilistica che ti caratterizza completamente e in cosa pensi di differenziarti dagli altri artisti italiani?

Credo che la mia linea stilistica sia dettata da un mix dei miei punti forti e dei miei limiti, da ciò che ho ascoltato negli anni e dagli insegnamenti delle persone più esperte di me che ho incontrato nel tempo. Penso che il mio modo di suonare la chitarra acustica sia abbastanza personale e caratteristico, anche il tentativo di accostare questo strumento a dei beat elettronici (anche se non sono certo il primo a farlo) è una caratteristica fondamentale dei miei pezzi. Per quanto riguarda la scrittura provo sempre a scegliere le parole con cura, fare attenzione a ciò che voglio comunicare cercando di trovare il modo migliore per trasmetterlo alle persone. Cerco anche di fare in modo che le parole di un testo siano comprensibili, vorrei che la gente non dovesse chiedersi ogni 10 parole “cosa sta dicendo secondo te”?

Ascoltando la tua musica, percepiamo una forte indole comunicativa: sembra che tu abbia la necessità di parlare ai tuoi ascoltatori. Cosa cerchi di comunicare con i tuoi brani e in che modo, di volta in volta, il testo ti aiuta?

Con la mia musica cerco di parlare anche un po’ a me stesso in realtà, la musica a volte ha la capacità di portare chi la scrive o la ascolta in posti lontani, posti che magari non hai molta voglia di raggiungere o visitare, a volte ti insegna delle cose di te stesso e degli altri. La cosa pazzesca è che questo sentimento, questo trasporto, lo si avverte anche ascoltando un brano strumentale a volte, non c’è bisogno delle parole, è la magia delle note probabilmente.

Il tuo ultimo album si intitola “Un milione di piccole cose”. Come hai lavorato al disco e in che modo questo si relaziona con le tue produzioni passate?

Come accennavo sopra è il mio primo disco in italiano, quindi è stata la prima volta in cui mi sono confrontato con suoni diversi della voce (dovuti proprio al cambio di lingua) e anche con un tipo di scrittura differente rispetto ai miei brani in lingua inglese. Un milione di piccole cose contiene parti di me; tutte le canzoni del disco cercano di raccontare delle storie attraverso immagini e sensazioni. Il disco é una danza leggera nello spazio, nel mio universo: ho cercato di scavare nella terra delle sensazioni vicine e lontane, avvolto dal silenzio di questo periodo, provando a raccontare la fragilità e la forza che coesistono in ognuno di noi.

I brani del disco sono stati prodotti da Maurizio Chiaro, che essendosi occupato anche dei miei precedenti lavori, conosce molto bene il progetto e il soggetto (io) 🙂 ed è stato in grado di seguire il tutto in maniera scorrevole e senza intoppi, conosce molto bene la musica e ha un orecchio estremamente “attento”. Due canzoni dell’album sono state invece co-prodotte con Waxlife, Simone Lanza, producer di Varese che collabora da svariati anni con la mia etichetta e con il quale avevo già lavorato in passato al remix del mio brano “102”. Ho registrato il disco interamente in casa, l’inizio delle registrazioni è avvenuto poco prima dell’inizio della pandemia. Credo che ci sia una forte identità nel suono di queste canzoni e spero che arrivino in maniera diretta e sincera agli ascoltatori.

Quali progetti hai per il futuro?

Continuare a lavorare senza smettere di amare ciò che faccio, senza perdere l’entusiasmo, quell’entusiasmo un po’ fanciullesco che sarebbe un peccato perdere con il tempo.

C’è qualcosa che vorresti dire ai nostri lettori?

Quando sarà nuovamente possibile farlo in sicurezza, andate ai concerti, tornate nei teatri. È estremamente importante che, quando la situazione lo permetterà, gli spazi della cultura tornino a respirare.

Andrea Fornari for Siloud

Instagram: @iamandreafornari
Facebook: @andreafornarimusic
YouTube: Andrea Fornari

Credits: Camilla Campart, RC Waves

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