InTheMusic: Gabriele Deca, interview

Gabriele Deca da bambino ha sempre voluto fare due cose: il musicista o lo scultore, poi ha abbandonato la via della creta per dedicarsi alla musica. La sua forza è una certa onestà intellettuale, si contamina di generi diversi perché altrimenti si annoierebbe, scrive testi strani perché pensa strano. “Techno” è il suo ultimo singolo, un sogno lucido e confuso che parla di voglia di vivere.

Nome: Gabriele       
Cognome: De Cataldo
In arte: Gabriele Deca
Età: 28
Città: Roma
Nazionalità: Italiana
Brani pubblicati: Le cose che non capirò mai, Lattice, Siddharta, Techno
Periodo di attività: dal 2017
Genere musicale: Cantautorato, Pop, Rock
Piattaforme: Spotify, Apple Music, YouTube

Chi è Gabriele Deca nella vita di tutti i giorni?

Sono un ragazzo (o forse un uomo) di ventott’anni. Sono nato e vivo a Roma, la città che amo e odio tutti i giorni. Faccio il musicista, scrivo canzoni e colonne sonore nel piccolo studio che ho creato nella mia camera. Ho una dipendenza assoluta dal caffè e un temperamento tendenzialmente rilassato, qualcuno direbbe troppo rilassato (tra questi il mio produttore, i miei genitori, la mia ragazza)

Come hai scelto in nome da utilizzare in campo artistico?

Inizialmente volevo chiamarmi solo Deca perché mi piaceva staccarmi dall’idea classica del cantautore con nome e cognome. Dopo un po’ mi sono reso conto che esistevano molti altri Deca musicisti, peraltro con attività musicali ben più lunghe della mia. Ho pensato a lungo a come risolvere la situazione ed ho optato (come spesso capita) per la strada più semplice e naturale: Gabriele Deca.

Quando hai scoperto la tua passione per la musica e quando, invece, di voler diventare una artista?

Molto presto. Da bambino ho sempre voluto fare due cose: il musicista o lo scultore. Poi ho abbandonato la via della creta per dedicarmi alla musica. Ho iniziato a scrivere brani miei molto presto, inizialmente con il piano e poi pian piano ho iniziato a scrivere anche le prime strofe. Tutto molto naturale, non c’è mai stata l’illuminazione.

In che modo i tuoi ascolti si interfacciano con le tue produzioni?

Difficile a dirsi, ultimamente sto ascoltando cose molto diverse da quello che scrivo. I “nine inch nails” o più in generale Trent Reznor sono il mio focus dell’ultimo mese. Poi porto avanti una vera e propria ossessione per i Beatles, che per me rimangono il picco massimo della modernità. Comunque ascolto di tutto, spesso quello che mi porto dietro sono dei dettagli che poi reinterpreto. Credo che poi più che gli ascolti siano le nostre orecchie a influenzare la nostra produzione.

Parliamo ora del tuo percorso artistico: quali sono stati i momenti che ti hanno segnato maggiormente?

Ce ne sono stati tanti, partendo dagli incontri con le tante persone con cui collaboro e con cui c’è uno splendido rapporto. Poi è stato bellissimo suonare all’Auditorium di Roma (quando ancora si poteva) al Retape. E mi auguro ce ne siano altri in futuro!

Spostiamoci ora sulla tua musica, che può senza ombra di dubbio vedersi come una grande contaminazione di atmosfere e generi. Cosa pensi ti renda unico?

È una domanda che forse andrebbe fatta forse più a chi mi ascolta che a me. Mi hanno spesso detto che ho una dote per scrivere testi che comunichino a più livelli, ma mi hanno anche rimproverato una certa insofferenza alla forma canzone (tipo, ma perché Techno è così breve?). Credo che la mia forza sia una certa onestà intellettuale. Mi contamino di generi diversi perché sennò mi annoierei, scrivo testi strani perché penso strano, il brano è corto perché il racconto è quello e non serve altro. La mia musica è caratterizzata da una grande spazialità, in cui io vedo una variopinta coerenza. Però andiamo avanti perché mi sta uscendo fuori la vena narcisistica.

Il tuo ultimo singolo si intitola “Techno” ed è un turbinio di immagini, luoghi e situazioni che si sovrappongono vorticosamente. Come è nato questo brano? 

Ero, come tutti, in Lockdown e come tutti avevo voglia di evadere. È nata così, tutta di getto. E’ un sogno lucido e confuso che parla di voglia di vivere. Penso che durante questo periodo siamo stati forzati a riflettere su noi stessi, sul tempo che passa, sulle nostre ambizioni personali e collettive. Avevo bisogno di una valvola di sfogo perché tutto questo fa paura e mi sono messo a scrivere. Mi piaceva l’idea di qualcosa di frenetico in questo clima di mortifera calma, perché anche se la vita nell’ultimo anno si è un po’ fermata, la testa viaggia a velocità altissime.

A che punto della tua evoluzione musicale si pone “Techno”? 

Non lo so. L’ultimo brano che avevo scritto (“Siddharta”) parlava di un mondo totalmente diverso, dove si poteva viaggiare. Adesso ho un disco che è praticamente pronto e che dovrà essere pubblicato e, speriamo, suonato. Ho scritto molte cose molto diverse in questi anni.

Quali progetti hai per il futuro? 

Come dicevo il disco sarà la prima cosa. E poi dovrò rimettermi a scrivere e immaginare nuovi scenari. Penso che il 2021 sarà l’anno di un ritrovato amore per la ricerca di argomenti e storie da raccontare. Bisognerà capire poi come raccontarli, il percorso è lungo insomma. Poi ho altre cose in cantiere, ma un po’ di suspense non guasta.

C’è qualcosa che vorresti dire ai nostri lettori?

Vorrei scusarmi con loro per i miei ragionamenti prolissi e promettergli che la mia musica è molto meno noiosa delle mie parole. Almeno credo.

Gabriele Deca for Siloud

Instagram: @decamusica
Facebook: @decamusica
YouTube: Gabriele Deca

Credits: Greta De Marsanich, CGP Press

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